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I Carabinieri arrestano Garibaldi

Per ben tre volte i Carabinieri ebbero il delicato incarico di arrestare l’Eroe dei Due Mondi: la prima fu nel 1849, dopo la sciagurata fine della Repubblica Romana; le altre due, a poche settimane l’una dall’altra, si verificarono nel 1867, prima e dopo la battaglia di Mentana, l’ultima combattuta da Garibaldi sul suolo italiano, che si concluse con una sconfitta 
Giuseppe Garibaldi – scrive il generale C.A. Arnaldo Ferrara nella Storia documentale dell’Arma dei Carabinieri – «non ebbe mai rancore verso l’Arma per aver proceduto nei suoi confronti. Egli era troppo buon soldato per non rendersi conto che tanto il capitano Basso a Chiavari, quanto il tenente Pizzuti a Sinalunga e il luogotenente colonnello Camosso a Figline Valdarno, avevano semplicemente eseguito gli ordini ricevuti dal governo, confermati del resto dalla presenza di reparti dell’Esercito messi a disposizione degli ufficiali dell’Arma». Una precisazione importante: altri, che non nutrissero l’amor di patria che distinse tutta l’attività (persino quella illegale) di Garibaldi, avrebbero potuto sentirsi vittime di una persecuzione da parte dei Carabinieri.

Fortunino Matania, L'arresto di Garibald a Figline Valdarno

Garibaldi subì molte amarezze nella sua vita: il fallimento della Repubblica Romana nel 1849 e – poche settimane dopo – la morte della moglie Anita; la cessione di Nizza (la sua città natale) alla Francia nel 1860; la ferita sull’Aspromonte, nel 1862, durante uno scontro a fuoco con i soldati del generale Cialdini; l’ordine di cessare i combattimenti alla Bezzecca, nel 1866 (quando rispose con il laconico «Obbedisco»). Si sentì spesso straniero in patria. E fu arrestato quattro volte: a Chiavari, nel 1849; sull’Aspromonte, nel 1862, a Sinalunga e a Figline Valdarno nel 1867.

Garibaldi ferito viene trasportato in barca dal forte di Varignano a Pisa

Spesso si rifugiava a Caprera, per dimenticare delusioni e dolori, ripromettendosi di ritirarsi a vita privata. Poi l’amore per l’Italia e la generosità lo spingevano di nuovo sui campi di battaglia o – negli ultimi anni – nell’aula di Montecitorio, per dare ancora il suo contributo. Le vicende personali dell’Eroe (o del “noto personaggio”, come veniva indicato nei carteggi ministeriali, con una perifrasi non eccessivamente rispettosa) si intrecciarono spesso con gli uomini dell’Arma fin da quando sbarcò in Italia nel 1848. «I Carabinieri», sottolinea il generale C.A. Ferrara, «dovettero assumere un ruolo nei suoi confronti imposto dalle autorità governative, preoccupate sin dal primo momento dell’imprevedibilità di un uomo caratterialmente poco collimante con la politica saggia e cauta del Regno Sardo. In più, la cono­sciuta solidarietà di Garibaldi col repubblicano Mazzini, il suo acceso anticlericalismo, l’esasperato suo senso patriottico, erano tutti elementi che concorrevano a dubitare della sua pie­na affidabilità. Ne venne una prima conferma nell’estate del 1848. Dopo l’armistizio di Salasco, Garibaldi aveva apertamente rifiutato di adeguarsi alla decisione di Carlo Alber­to di far tacere momentaneamente le armi e si era messo a scorrazzare nel Varesotto e altrove, dando spes­so agli Austriaci motivo di con­si­­derare tradita la tregua da parte del Piemonte. Iniziò così per i Cara­binieri Reali un’azione assidua, mai interrotta, di osservazione nei suoi confronti. Non vi fu giorno, quasi, che i Comandi delle Stazioni poste nel territorio del suo perso­nale campo di azione non inoltrassero “rapporti” sui suoi movimenti».