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L'insurrezione di Palermo

I moti di Palermo del 1866Il 15 settembre 1866 esplose la rivolta a Palermo. Il governo italiano non aveva fatto molto per farsi benvolere nell’isola. La repressione era stata crudele e spietata. Lo Stato nazionale veniva visto da molti come un nemico, che imponeva tasse severe, ma faceva poco o nulla per migliorare le condizioni di vita della popolazione. Le prime bande armate comparvero sulle montagne che dominano Palermo e a centinaia i ribelli calarono per infiltrarsi nei quartieri popolari. C’era di tutto: evasi, disertori, ex impiegati borbonici senza lavoro, ecclesiastici espropriati e (persino) mazziniani, attirati dalla speranza di promuovere l’idea repubblicana, dando una spallata alla monarchia. La maggior parte dei rivoltosi invocava peraltro il ritorno dei Borbone accompagnando questo desiderio a un sordo odio antistatale, riassunto nello slogan: «Viva Franceschiello». Sulle mura di molti palazzi furono affissi manifesti che incitavano la popolazione ad attaccare i posti di polizia, il dazio e i depositi di armi: si chiedeva alla gente di unirsi per combattere «la banda di ladri che ha governato l’Italia per sei anni». In una via cittadina una pattuglia di cinque carabinieri fu circondata: tre caddero fulminati sul selciato, ma gli altri due riuscirono a dare l’allarme alla Stazione principale. Il responsabile della Stazione, capitano Allasia, chiamò immediatamente tutti i suoi uomini e prese il comando anche di un vicino reparto dell’esercito, piombando su Porta Sant’Agata, dove si raccoglievano i ribelli. Accolto a fucilate, dette l’assalto alla casa dalla quale parti­vano i colpi: gli occupanti si arresero. All’interno fu rinvenuto un vero e proprio arsenale. Ma la guerriglia non si arrestò, trovando molti altri disperati pronti a sacrificarsi sull’altare della rivoluzione. Godevano di complicità e protezioni molto estese fra la borghesia e i possidenti (che avevano i loro motivi per invocare il ritorno di re Franceschiello). La Guardia Nazionale si arrese. Il giorno dopo si sollevò Monreale: anche qui il comandante della Stazione, capitano Epeneto Zavattini, non si fece prendere di sorpresa e con tutti i suoi si aggregò a un reggimento di Granatieri. La battaglia infuriò per molte ore. Gli insorti estesero la loro lotta nella provincia: a Misilmeri, a Bagheria (dove due carabinieri furono fatti prigionieri e trucidati e un altro fu ammazzato perché si rifiutò di gridare «Viva la Repubblica»), a Villabate (dove persero la vita altri quattro uomini dell’Arma). A Palermo fu insediata dai ribelli una giunta provvisoria in cui entrarono sei principi, due baroni e un monsignore. Il sindaco, Antonio di Rudinì (futuro presidente del Consiglio italiano), mantenne i nervi saldi e riuscì a difendere il porto, il municipio e le carceri, cioè tutti i più importanti obiettivi strategici.

Alfio Cantelli, Sottotenente in piccola tenuta 1864Dieci carabinieri al comando del brigadiere Luigi Taroni, che battevano le campagne tra Ogliastro e Marineo alla ricerca di una pericolosa banda di malviventi, caddero in un’imboscata. Tre di loro rimasero feriti, mentre gli assalitori sparirono dopo una breve sparatoria. Otto superstiti e uno dei feriti tornarono ad Ogliastro e si rifugiarono in una casa privata per curare il ferito. Poco dopo, una folla ostile circondò la casa intimando ai carabinieri di uscire disarmati. Ci fu una battaglia cruenta. Quando si resero conto di non avere scampo, per non consegnarsi al nemico, cinque carabinieri si tolsero la vita. A massacrare gli altri provvidero i rivoltosi.

La ribellione si spense in pochi giorni. Da Genova arrivò un corpo di spedizione al comando del generale Cadorna, che quattro anni dopo sarebbe entrato a Roma al comando del corpo militare che pose fine al potere temporale dei papi, e permise il trasferimento della capitale d’Italia nella Città Eterna.