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L’antefatto della rivolta

Immortalita Ai miei Carabinieri Gloria d'ItaliaInviato nel 1863 in Sicilia per tentare di ripristinare l’ordine, il generale Giuseppe Govone usò il pugno di ferro. Poteva contare su un forte corpo di soldati e sui pieni poteri conferitigli dal governo nazionale (e aveva dalla sua una solida esperienza nella lotta al brigantaggio nel continente). I suoi metodi brutali furono oggetto di censura anche nel parlamento di Torino, che lo accusò, per esempio, di aver tagliato l’acqua per rappresaglia a diversi villaggi durante l’estate, di aver usato la tortura e di aver fatto bruciare la gente nelle case. Nonostante la reazione negativa dell’opinione pubblica a certe sue dichiarazioni («Quelli sono barbari e incivili», si lasciò sfuggire il generale, «e devono essere trattati con durezza»), Govone restò al suo posto. Se i risultati ci furono (su 25mila renitenti, 4mila furono catturati; le liste elettorali vennero accuratamente revisionate; furono recuperati notevoli arretrati d’imposta), questo avvenne anche a prezzo dell’impopolarità del governo centrale, inevitabilmente esposto alla rabbia e al risentimento delle popolazioni siciliane.