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Problemi logistici

«Alle difficoltà tattiche dovute al frazionamento dei reparti», sottolinea ancora Gianni Oliva, «si aggiungevano numerosi inconvenienti tecnici. (...) mancava un’adeguata conoscenza dei luoghi, requisito basilare per la condotta di qualsiasi tipo di operazione militare, in particolare per quelle antiguerriglia. L’esercito sardo-piemontese non possedeva carte topografiche delle province meridionali». 

Brigante sorpreso dai carabinieri ai margini di un bosco dell'Irpinia

Come era già accaduto nelle Guerre d’indipendenza (e come sarebbe accaduto, purtroppo, anche nei decenni seguenti), l’equipaggiamento della truppa era del tutto inadatto alle lunghe marce su terreni accidentati. Giuseppe Miozzi (ne L’Arma dei Carabinieri Reali nella repressione del brigantaggio, pubblicato nel 1923) raccontò che «tutti gli uomini impiegati nella repressione vestivano la grande uniforme: ufficiali e soldati erano difatti partiti dalle loro guarnigioni con l’equipaggiamento da guerra, un insieme di vestiario e carico che raggiungeva i trenta chilogrammi». Armamento individuale, zaino, cappotto, coperta, borraccia e tascapane costituivano una zavorra che rendeva faticoso lo spostamento in terreni scoscesi e in zone boschive e impediva la celerità necessaria nelle marce di traslocazione. Inoltre la continua utilizzazione dei materiali portava ad un rapido deterioramento dell’equipaggiamento e delle armi: i fucili diventavano presto inservibili perché non revisionati dagli armieri, mentre uniformi e scarpe si logoravano nel servizio senza essere tempestivamente sostituite.