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Le brigantesse


Filomena Pennacchio, Giuseppina Vitale e Giovanna Tito; a destra Michelina De Cesare

I giornalisti piemontesi le chiamavano “drude”, rispolverando un antico vocabolo gaelico che indicava le amanti disoneste, le donne di malaffare. Erano le brigantesse: non tutte partecipavano direttamente alla lotta armata. Molte svolgevano il ruolo di vivandiere, infermiere, staffette: erano le “donne del brigante”, spesso vittime dei soprusi, ridotte alla fame, tenute d’occhio dalle autorità. Le due combattenti più famose furono Michelina De Cesare e Filomena Pennacchio. Michelina, rimasta vedova, si innamorò di Francesco Guerra, capo d’una banda nella Terra di Lavoro. Nel 1868 una spiata permise al generale Emilio Pallavicini di individuare la coppia. Lei tentò di fuggire, ma fu uccisa a fucilate con il suo compagno. Filomena De Marco (detta Pennacchio per le piume che adornavano i suoi cappelli) fu la druda di Crocco e poi di un altro brigante, Giuseppe Schiavone. Bellissima, a diciotto anni era rimasta vedova: fu lei ad uccidere il marito, violento e gelosissimo, infilandogli uno spillone d’argento nella gola. Nel 1865 fu condannata a venti anni di lavori forzati, poi ridotti a sette.