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La Benemerita e la lotta al brigantaggio

Immediatamente dopo la nascita dello Stato Unitario, si presentò, nei suoi termini complicati e drammatici, la cosiddetta “Questione meridionale”. Una storia complessa e insanguinata, con luci e ombre. 
Pagine che ancora oggi potrebbero meritare un ulteriore approfondimento e un’attenta riflessione da parte degli storici

Enrico Fiorentini, Carabinieri e briganti

L’appellativo circolava già da qualche tempo, ma l’Arma divenne ufficialmente Benemerita nel 1864, nella relazione conclusiva che i deputati della Commissione Interni della Camera (composta dagli onorevoli Castromediano, Vecchi, Castagnola, Bruno, Soldi, Masse, Scrugli, L. Greco, G. Bellini) inviò al governo riguardo all’«Aumento di forza all’Arma dei Carabinieri Reali». Nel testo del relatore Soldi si legge questa frase: «L’interesse che tutti prendono perché l’Arma dei Carabinieri Reali (parte eletta dell’esercito) proceda di bene in meglio è in ragione appunto del pregio in cui essa è tenuta e degli indefessi e segnalati servigi che la rendono dovunque veramente benemerita del Paese». Da allora fu per tutti Benemerita. Quel riconoscimento (non è un elemento secondario in un giudizio storico) giunse in uno dei periodi più difficili della vita dell’Istituzione, impegnata allora in prima linea nella campagna contro il brigantaggio meridionale. A centocinquant’anni da tali eventi, è ancora arduo formulare una valutazione complessiva su quella che fu definita la “Questione meridionale”. Una storia che presenta ancora «luci ed ombre», come ha sottolineato, con la correttezza dello studioso, il generale C.A. Arnaldo Ferrara nella sua Storia documentale dell’Arma dei Carabinieri. «Poiché l’Arma dei Carabinieri ebbe un ruolo non secondario nella Campagna del Sud, corre l’obbligo di non assumere preconcettualmente alcuna scelta fra le opposte tendenze storiografiche», alcune delle quali liquidano una lotta che si protrasse per un periodo piuttosto lungo (con un bilancio di sangue non indifferente) come una normale azione di polizia contro bande criminali e sanguinarie, e altre giudicano molto severamente come un’azione di repressione di legittime aspirazioni di popolazioni maltrattate dagli invasori sabaudi. 
Il generale C.A. Ferrara ricorda come il fenomeno del brigantaggio nascesse da lontano. Dopo la parentesi repubblicana e bonapartista del 1799, la piaga si era già manifestata in modo violento. «Le ragioni di base erano le stesse di sempre: l’insofferenza verso l’autorità costituita, innanzi tutto, e l’atavico stato di umiliazione delle classi povere. La politica della Casa dei Borboni, sempre attenta, checché si dica, a non sottovalutare le esigenze di ogni ceto, riuscì ogni volta a ricomporre la trama dello stato sociale attraverso la sua tradizionale tendenza al paternalismo, che purtroppo deludeva tutti e non accontentava nessuno. Ma i problemi restavano. Quando al paternalismo dei Borboni si sostituì il braccio energico dello Stato italiano derivato da quello sardo, nessuno accettò la nuova situazione, che era di totale rovesciamento di uno status che, se pur mai definitivo, era stato tollerabile. I “liberali”, cioè la classe intellettuale emergente, ritenendosi emarginati dal contesto europeo, credettero che parteggiando per il Piemonte si sarebbero riscattati da una condizione di provincialismo. I militari, fiutando maggiori opportunità di inserimento e di gratificazioni in un esercito a dimensione di nazione italiana e che era riuscito ad essere alleato a quello inglese e francese nella campagna di Crimea, non esitarono a tradire. Valga l’esempio della flotta, che si consegnò all’Ammiragliato sardo senza essere stata neanche intimata a farlo. Il ceto agrario, poi, il vero asse portante dello stato borbonico, si vide di colpo subissato da rigidi obblighi tributari ai quali non era aduso. E la classe amministrativa, non da meno, si ritrovò a gestire con regole nuove, complicate, farraginose, una situazione precariamente stabile ed ora divenuta ingovernabile. Infine, la più occulta questione, prudentemente gestita fino a quel momento dai Borboni, quella del latifondo e dei connessi privilegi». 
L’adesione al nuovo Stato Unitario cancellò automaticamente quei privilegi. A ingrossare le file della protesta si aggiunsero i militari del disciolto esercito borbonico che, di fatto, non ebbero altra scelta se non quella di costituirsi in formazioni irregolari, sostenute in particolare dalla classe agraria. «A quelle formazioni», sottolinea il generale C.A. Ferrara, con il rigore dello storico che ha studiato le carte, «i Piemontesi diedero subito l’appellativo di brigantesche, avendo esse in comune con le bande dei fuorilegge il ricorso, reso necessario, a vivere alla macchia e di approvigionarsi con grassazioni e prepotenze». Come se non bastasse, «per i Piemontesi brigantaggio fu pure quello di intere popolazioni che, parroco in testa, si opponevano al nuovo stato di cose, di interi comuni messi a ferro e fuoco per non aver dato la richiesta collaborazione per snidare i briganti». 
A sostegno di queste tesi (che non vedono il male tutto da una parte e il bene tutto dall’altra), il generale C.A. Ferrara cita lunghi brani di relazioni di ufficiali dell’Arma, impiegati sul campo, dalle quali emergono (insieme al corag­gio di chi firmava quei rapporti) trattamenti di palese ingiustizia per gente che non poteva tollerare, per mancanza assoluta di mezzi di sopravvivenza, le pretese fiscali del governo centrale, impoverita tragicamente dal ­­passaggio dal Regno delle Due Sicilie allo Stato ­Unitario.