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Il ruolo di Francesco II

Il 16 dicembre 1862 il Parlamento italiano nominò una commissione d’inchiesta per studiare il fenomeno del brigantaggio nelle province meridionali del Regno da poco costituito. L’inchiesta avrebbe dovuto anche chiarire gli eventuali errori e abusi commessi dall’esercito nell’opera di repressione. Con ammirevole sollecitudine, la commissione concluse i propri lavori sei mesi più tardi. Ma evitò accuratamente di individuare eventuali responsabilità del governo, attribuendo invece molte colpe agli agenti borbonici e al clero, sobillato dallo Stato della Chiesa. «Roma», si leggeva testualmente nella relazione, «è l’officina massima del brigantaggio, in tutti i sensi e in tutti i modi, moralmente e materialmente: moralmente perché il brigantaggio indigeno alle province meridionali ne trae incoraggiamenti continui ed efficaci; materialmente perché ivi è il deposito, il quartier generale del brigantaggio d’importazione». Nel mese di agosto del 1863 fu approvata una legge speciale sul brigantaggio, nota come Legge Pica dal nome del deputato abruzzese che l’aveva presentata, che demandava ai tribunali militari l’amministrazione della giustizia nelle province nelle quali il fenomeno era più violento, punendo con la fucilazione chi opponesse resistenza armata, arruolando squadre di volontari locali per combattere il brigantaggio e promettendo riduzioni di pena a chi deponesse le armi. Si calcola che i morti nel conflitto fra lo Stato e i briganti furono in numero maggiore ai caduti nelle tre Guerre d’indipendenza. Metà dell’esercito italiano (cavalleria, fanteria, artiglieria, carabinieri) fu impegnato nel conflitto. E le ferite provocate da quella lotta durissima – che oppose il Nord al Sud d’Italia – non si sono ancora completamente rimarginate.

Francesco II nel 1864 esule a Roma con la matrigna Maria Teresa di Asburgo

«La componente politica del fenomeno era evidente», scrive Gianni Oliva nella Storia dei Carabinieri: «Francesco II, l’ex re delle Due Sicilie rifugiatosi a Roma, vedeva nel brigantaggio l’estremo tentativo controrivoluzionario per tornare a Napoli e riprendere il potere, e stimolava con ogni mezzo l’insurrezione, assicurando contributi in armi e in denaro. Soldati e sottufficiali del disciolto esercito borbonico inquadravano i briganti in vaste compagnie, mentre dalla Spagna e dalla Francia accorrevano campioni del legittimismo monarchico, come José Borjes e Rafael Tristory, a combattere per il trono e per l’altare. Da parte sua Pio IX, desideroso di indebolire lo Stato Unitario per salvaguardare il proprio potere temporale, appoggiava il movimento offrendo asilo politico al di là dei confini pontifici, da dove spesso muovevano le bande per le loro azioni. Se molti briganti portavano la bandiera bianca borbonica e attaccavano al grido di “Viva Francesco II” e “Viva il papa”, il fenomeno aveva però ragioni che andavano ben al di là delle trame controrivoluzionarie». Un altro storico (Denis Mack Smith) spiega ulteriormente il fenomeno: «I fattori politici aggravarono ma non crearono quell’antichissimo fenomeno sociale ch’era il brigantaggio. Durante le guerre napoleoniche gli inglesi avevano incoraggiato, per scopi politici, i briganti napoletani contro i francesi, e più tardi i Borboni dovettero trattare con Fra’ Diavolo come con una potenza straniera. Ora il re in esilio, Francesco, si servì del banditismo come arma controrivoluzionaria e stimolò la lotta di classe contro i ricchi, e i briganti sfruttarono a loro volta Francesco, intascando il suo denaro e giovandosi dell’aiuto dello Stato Pontificio». 
Oliva sostiene che «più che di una rivoluzione politica, si trattava in realtà di un prodotto della miseria, delle condizioni di vita al limite della sopravvivenza, dell’antica tradizione di rapina stimolata da uno stato di rivolta endemica delle plebi». Che avevano le loro ragioni di malcontento. Come scrisse nel 1862 un contemporaneo degli avvenimenti, Marco Monnier (Notizie storiche documentarie sul brigantaggio nelle province napoletane dai tempi di Fra’ Diavolo sino ai nostri giorni), «la guerra civile è un pretesto alla guerra sociale, è una sollevazione dei poveri contro i ricchi. Tutti quelli che sono vestiti con un po’ di decenza si chiamano in quelle province galantuomini. E il galantuomo, Vittorio Emanuele, è il re delle clas­si ben vestite».

Componenti della banda Chiavone

Le cifre ufficiali sulle vittime della lotta al brigantaggio (nel quinquennio 1861-1865) sono incomplete, e sottostimate rispetto alla realtà, ma risultano comunque spaventose. Fra il 10 giugno 1861 e il 31 dicembre 1866 furono fucilati o uccisi 5.212 briganti, ne furono arrestati 5.044, si costituirono in 3.597, per un totale di 13.853 briganti posti fuori combattimento. Le perdite delle Forze dell’Ordine ammontarono a 621 morti e 953 feriti: anche questi dati peccano per difetto, perché il ministero della Guerra voleva rassicurare l’opinione pubblica riguardo alle perdite subite dai tutori dell’ordine in quella campagna. I carabinieri impegnati sul territorio al comando dei più noti generali sabaudi (Enrico Cialdini, Alfonso La Marmora, Giuseppe Govone, Efisio Cugia) furono 4.390 (aumentati nel corso delle operazioni a 4.733), provenienti in prevalenza dalle legioni di Chieti, Salerno, Napoli, Bari e Catanzaro. Sommati ai 2.144 uomini di stanza in Sicilia, si raggiunge una somma complessiva di quasi 7.000 carabinieri dislocati nel Meridione (più di un terzo dell’organico complessivo dell’Arma). 
Un dato significativo sulla centralità del ruolo svolto dai carabinieri (impegnati soprattutto nelle perlustrazioni e nei servizi di intelligence, le attività tradizionali dell’Arma) è fornito dalle ricompense al valor militare assegnate durante la campagna: su un totale di 4 medaglie d’oro, 6 croci dell’ordine militare di Savoia, 2.375 medaglie d’argento e 5.012 menzioni onorevoli, all’Arma toccarono una medaglia d’oro, 531 d’argento, 4 croci e 478 menzioni. In totale, la quarta parte delle ricompense assegnate, mentre il numero dei carabinieri era un ventesimo della forza impegnata nelle operazioni. 
Le condizioni nelle quali i carabinieri si trovarono a muoversi risentivano non solo delle difficoltà oggettive della situazione, ma anche dei limiti tattici e tecnici con cui la campagna era stata impostata dalle autorità governative e militari. «Le direttive generali emanate da La Marmora per la repressione del brigantaggio», racconta Oliva, «scaturivano da una impostazione difensiva dell’azione militare: obiettivo primario non era quello di sconfiggere le bande affrontandole nelle loro basi operative, quanto piuttosto proteggere i centri abitati da eventuali incursioni (in particolare le grandi città, e soprattutto Napoli, per evidenti considerazioni politiche)».
Le condizioni operative imposte dagli alti comandi ai carabinieri furono drammatiche. Costretti a muoversi in drappelli di ridottissima entità numerica per compiere i perlustramenti e raccogliere le informazioni necessarie per individuare le bande armate, si trovarono quasi sempre in situazioni di altissimo pericolo. «Le orribili reazioni che accompagnarono e seguirono la caduta della dinastia borbonica, e lo immenso brigantaggio che ne fu la conseguenza», si legge nel diario della Legione di Chieti, «avevan reso queste belle contrade italiane il teatro di continui scempi, col ferro e col fuoco. In tal condizione di cose, con quei pochi uomini onde era dato disporre, e troppo scarsi all’ardua impresa, si accorreva ovunque vi era pericoli da affrontare e vite a proteggere: una banda di cinquanta briganti fu così scacciata da Castelluccio da un brigadiere e cinque carabinieri»; due carabinieri della stazione di Casoli «affrontarono essi soli una banda di venticinque briganti e si batterono da eroi sino alla fine delle munizioni»; un brigadiere e quattro carabinieri della Stazione di Sulmona «vennero in lotta con una banda di oltre quindici briganti uccidendone tre». Nel diario della Legione di Bari si legge che «il 19 agosto 1862 venti briganti aggredirono due carabinieri a piedi, che seppero però con molto coraggio avvicinarsi a una masseria e battersi valorosamente»; «Il 27 marzo 1863 il luogotenente di Barletta con quattro uomini assalì dodici briganti che avevano catturato a Minervino un soldato dei veterani, e dopo un conflitto accanito tutti i manigoldi furono arrestati». L’11 febbraio 1864 un proclama del prefetto di Potenza informò la popolazione di un’azione ai limiti dell’inverosimile: «Cinque carabinieri della Stazione di Acerenza» furono sorpresi presso Genzano «dalla banda Ninco-Nanco, forte di venticinque assassini: circondati e assaliti, si difesero per tre ore. Tre caddero estinti, ma nessuno si arrese. Ai colpi dei due carabinieri superstiti mortalmente ferito rimase un brigante, ed essi due soli tennero testa alla banda».