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Preoccupazioni diffuse


Allegoria dell'Italia risorta affiancata da Vittorio Emanuele II e Cavour

Anche se era prevedibile che la vecchia nobiltà terriera (che aveva goduto di molti privilegi nel regno borbonico) avrebbe sobillato e incoraggiato la rivolta dei contadini, il fenomeno del brigantaggio mise in grande ansia l’establishment torinese. Due lettere testimoniano la preoccupazione che si diffuse in quel momento. La prima reca la firma di Massimo D’Azeglio, uno dei padri del Risorgimento. Di ritorno da un viaggio nel Meridione scrisse a Carlo Matteucci (che l’anno successivo sarebbe diventato ministro della Pubblica Istruzione): «La questione di tenerci Napoli o di non tenercela mi pare dovrebbe dipendere più di tutto dai napoletani, a meno che non si voglia, per comodo di circostanze, ripudiare quei princìpi che abbiamo fin qui proclamati. Sinora siamo andati avanti dicendo che i governi non eletti dai popoli erano illegittimi e da Napoli abbiamo cacciato il vecchio sovrano per stabilirvi un Governo legittimo col consenso universale... Ma ci vogliono, e pare che non bastino, sessanta battaglioni per tenerci quel Regno, mentre è notorio che, briganti o non briganti, i napoletani non ne vogliono sapere di noi. Tu mi dirai: e i plebisciti? E il suffragio? Io non so niente di suffragi, ma so che di qua dal Tronto non ci vogliono sessanta battaglioni, ma di là sì» (il fiume Tronto segnava il vecchio confine del Regno delle Due Sicilie). «Dunque», concludeva D’Azeglio, «deve esserci stato qualche errore. D’altronde, ad altri italiani che, pur rimanendo italiani, non vogliono unirsi a noi, non abbiamo il diritto di prenderli ad archibugiate...».

briganti aspettano di arruolarsi in piazza Farnese a Roma (Il Mondo Illustrato maggio 1861)

La seconda lettera, scritta dal colonnello Thaon de Revel al ministro della Guerra Manfredo Fanti, sottolinea un altro aspetto del problema, che fu anche oggetto di un accalorato intervento di Giuseppe Garibaldi, nella seduta della Camera del 18 e 19 aprile 1861: l’affidabilità dei soldati (e degli ufficiali) che avevano servito nell’esercito borbonico e quella dei volontari garibaldini. «Garibaldini, capitolati di Capua e Gaeta, reduci dello Stato romano, insurrezionali, aggiunti ai vagabondi soliti di Napoli», scrisse Thaon de Revel, «formano una massa infetta in tutta questa regione, che sarebbe gran bene lo sperperare». Lo stesso Cavour non risparmiò commenti trancianti sui soldati borbonici, che «appesterebbero l’esercito» se integrati negli organici del Regno d’Italia. Soltanto 2.311 ufficiali, che non si erano distinti in guerra, furono ammessi nel nuovo esercito italiano. Gli ex militari borbonici non potevano neppure contare sul sostegno dei deputati eletti nel Parlamento unitario; ecco la stima di cui godevano i neoparlamentari in una lettera di Costantino Nigra a Cavour: «Oggi Le spedisco i deputati e i senatori... E vedrà che roba. Ma è malleabile. Sappia tirarne il meglio che potrà a vantaggio dell’Italia. Di ministri abili non ne veggo uno». 

Lo storico Giampiero Carocci ricordò (nella raccolta di discorsi parlamentari pubblicata cinquant’anni fa) che «nel corso del dibattito parlamentare dell’aprile 1861 Garibaldi propose che i garibaldini fossero adibiti alla repressione del brigantaggio. Non si trattava, o non si trattava soltanto, di un espediente per non smobilitare l’esercito meridionale. Si trattava di una proposta saggia, sostenuta dagli altri democratici. La proposta mirava ad affidare il mantenimento dell’ordine pubblico nelle province meridionali agli elementi democratici locali. I moderati respinsero la proposta, nel Sud venne a mancare ogni forza locale organizzata, il mantenimento dell’ordine fu affidato unicamente alla violenza delle armi». 

Più problematico il giudizio di uno storico dei giorni nostri, Arrigo Petacco (O Roma o morte): «Si trattava di dare un ordinamento amministrativo a un nuovo Stato che contava oltre 22 milioni di abitanti i quali, per la prima volta in quindici secoli, ossia dalla caduta di Roma, si accingevano a convivere sotto lo stesso governo e la stessa legge. Naturalmente, come si può immaginare, le opinioni sul futuro assetto dell’Italia erano confuse e contrastanti e a Palazzo Madama ancora se ne discuteva animatamente mentre (...)  nell’ex reame borbonico già si registravano le prime dimostrazioni ­antiunitarie che l’esercito piemontese faticava a reprimere. Perché nelle città del Sud, e anche nei più sperduti villaggi, appena passata l’euforia garibaldina, era già cambiata l’aria».