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La riforma dell'Arma nei giorni dell’Unità

Due mesi prima della proclamazione del nuovo Stato, fu approvato un decreto che assegnò una diversa fisionomia ai Carabinieri Reali che, da allora, assunsero ufficialmente il nome di Arma. E il Corpo si trovò immediatamente dopo ad affrontare la lotta contro il brigantaggio nelle regioni meridionali

Gerolamo Induno,Donne preparano la bandiera del tricolore (Milano Museo del Risorgimento)

Con due mesi di anticipo sulla proclamazione del Regno d’Italia, il Corpo dei Carabinieri Reali si riorganizzò per far fronte alla nuova situazione. Il 24 gennaio 1861 fu approvata la legge generale di riordino dell’Esercito. Un apposito decreto assegnò una diversa fisionomia al Corpo che assunse ufficialmente il rango di Arma, un nome che veniva impiegato già da molto tempo e il cui uso, sottolinea il generale C.A. Arnaldo Ferrara nella Storia documentale dell’Arma dei Carabinieri, «si giustificava come identificazione di corpo armato». Con il tempo, «per antonomasia il Corpo dei Carabinieri Reali era stato sempre più spesso indicato tout court come l’Arma, con tanto di A maiuscola». 
Ma le innovazioni più importanti erano altre. «L’estensione del territorio da coprire con una adeguata rete di Stazioni e di Comandi intermedi», ricorda il generale Ferrara, «indusse, prioritariamente, a prevedere un incremento numerico della forza e a concepire un ordinamento strutturato superando il preesistente modulo di un Comando Generale e di una serie di Divisioni da esso dipendenti. Si pensò ad una suddivisione regionale delle unità operative, con Comandi nelle città capoluogo. Al posto del Comando Generale, venne istituito il “Comitato”, organo centrale con funzioni direttive esercitate attraverso cinque membri, di cui uno presidente. Tale innovazione venne suggerita dall’opportunità di gestire il comando, non più centralmente, ma in quattro distinte zone del Paese, affidandone la responsabilità a quegli uomini che avevano contribuito ad istituire il servizio dei Carabinieri in tali zone. Il Maggior Generale Serpi, quindi, ebbe competenza per la Sicilia, il Maggior Generale Arnulfi per Napoli e le province meridionali, il Maggior Generale Massidda per la Sardegna e il Maggior Generale Montù Beccaria per le zone centro-settentrionali. Venne nominato presidente il Maggior Generale Federico Costanzo di Lovera, a cui veniva confermato il Comando supremo dell’Istituzione, che gli apparteneva dal 14 ottobre 1848, cioè da circa 13 anni».
L’opportunità di istituire un organo collegiale fu suggerita dall’esigenza di risolvere problemi connessi con l’eterogenea provenienza geografica del personale e con le differenti caratteristiche ambientali delle varie province. Non a caso tre dei cinque componenti provenivano dai comandi in Sardegna, in Sicilia e a Napoli. Il Comitato deliberava a maggioranza di voti (in caso di parità, aveva preponderanza quello del presidente). Le sue deliberazioni risultavano da «apposito verbale steso dal segretario», il quale doveva svolgere «il soggetto della discussione» e indicare «l’opinione di ciascun membro e le considerazioni per cui la maggioranza» aveva preso le sue decisioni.
L’organico fu ampliato: 503 ufficiali e 17.958 sottufficiali e militari di truppa. La forza a piedi era costituita da 2.894 sottufficiali, 9.755 carabinieri e 841 allievi; quella a cavallo da 974 sottufficiali, 3.323 carabinieri e 171 allievi. Questo nel corso del 1862. Un ulteriore ritocco fu deciso l’anno successivo, raggiungendo la cifra di 533 ufficiali e 19.363 sottufficiali e militari di truppa.