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Esigenze speciali

«L’Arma si trovava di fronte a esigenze del tutto speciali, che derivavano dalla esaltante ma anche tumultuosa unificazione del Paese, alla vigilia della solenne proclamazione del nuovo Regno d’Italia», osserva Giorgio Maiocchi (Carabinieri. Due secoli di storia italiana): «Quali mezzi sarebbe stato opportuno applicare per risolvere queste esigenze? All’interrogativo si era data la risposta che si era ritenuta la migliore, superando ogni principio di tradizione o anche semplicemente di consuetudine». Ci sembra importante sottolineare questo passo, che è una dimostrazione lampante del pragmatismo che l’Arma ha sempre saputo applicare davanti ai fatti concreti. Nella fattispecie, i problemi che era necessario affrontare erano costituiti dalla eterogeneità dei vari Stati ora confluiti a far parte di una sola unità politica. Un’eterogeneità che si esprimeva in tantissimi aspetti: sociali, ambientali, linguistici, economici, amministrativi e via dicendo. Queste differenze non potevano non essere trasferite, almeno in parte, nello stesso ambito dell’Arma. «L’acquisizione di forze nuove, già appartenute alle diverse gendarmerie, era avvenuta attraverso il filtro severo della “tipologia” cui ciascun uomo doveva rispondere, ma questo filtro non aveva certamente potuto cancellare del tutto l’impronta del precedente servizio. Più ancora di questo, naturalmente, era il fatto che i carabinieri in ciascuna zona si trovavano a contatto di un ambiente umano diverso, per trattare col quale erano indispensabili modi e mezzi specifici. Bisognava, insomma, che ogni grosso raggruppamento dell’Arma fosse messo nelle condizioni di agire con relativa indipendenza, senza per questo che l’unitarietà del comando venisse compromessa». 
Nei fatti, come sottolinea lo storico Gianni Oliva (nella sua Storia dei Carabinieri), «la capillare distribuzione sul territorio, che era stata caratteristica dei Carabinieri di Sardegna, veniva conservata anche con l’allargamento del Corpo a tutta l’area del nuovo Stato». Il comandante di Legione, in quanto comandante di Corpo, doveva «adempiere a tutti gli obblighi imposti dal regolamento di disciplina militare e dal codice penale militare ai comandanti di reggimenti di fanteria e cavalleria». Per ciò che si riferiva allo specifico servizio dell’Arma, egli doveva «rendere conto al ministero della Guerra ed a quello dell’Interno, per la parte che a ciascuno compete dei delitti e degli avvenimenti rimarchevoli, nonché delle operazioni di servizio eseguite dai carabinieri». Per il resto la sua corrispondenza doveva «essere limitata col presidente del Comitato» al quale doveva riferire «le azioni di valore operate ed i titoli di speciale benemerenza acquistati dai suoi dipendenti». Il comandante della Legione poteva invece corrispondere «colle autorità delle province ed, occorrendo, con tutte le altre per concertare e provvedere su emergenze di servizio». 

Casa Cattaneo dal giugno 1859 sede del Comando Carabinieri nella città di Milano

Lo stesso regio decreto del gennaio 1861 regolò infine l’avanzamento del personale, stabilì quali relazioni dovessero intercorrere tra i carabinieri e le autorità civili e militari e precisò inoltre le norme relative alla disciplina, alla proprietà dell’uniforme e al servizio dei militari dell’Arma.