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I picciotti

Carlo Ademollo, Il picciottoIl termine “picciotti” ha assunto, dopo centocinquant’anni, un carattere negativo. Vengono chiamati così i manovali al servizio delle cosche mafiose, quelli che ricevono gli ordini e li eseguono con cieca violenza. 
Ai tempi di Garibaldi, i picciotti furono gli eroi popolari, i giovani siciliani che con grande entusiasmo affiancarono le Camicie rosse nella guerra di liberazione dai Borbone. L’arruolamento di questi volontari diventò massiccio (e determinante per le sorti successive della spedizione) dopo la battaglia di Calatafimi che infiammò tutta la Sicilia. «In breve», ha raccontato lo storico francese Max Gallo, «la notizia della sconfitta dell’odiato Borbone si diffonde di villaggio in villaggio. Il messaggio è trasmesso dai fuochi accesi in vetta. Accorrono i pastori. Il racconto si amplifica, diviene leggenda, arricchito da tutte le passate umiliazioni, dalle speranze soffocate. Le piccole guarnigioni napoletane sono assalite, i soldati massacrati. Garibaldi ha liberato i siciliani non solo dalla tutela napoletana, ma anche dai grandi proprietari dei latifondi e dai loro amministratori. E i picciotti che accorrono a raggiungere i Mille pensano sia questo l’inizio della guerra sociale che metterà fine alle ingiustizie e darà la terra ai contadini».