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Il ruolo dei Carabinieri alla vigilia dell’Unità

Nel periodo che intercorse  tra la fine della Seconda guerra d’indipendenza e l’annessione del Regno delle Due Sicilie ottenuta grazie alla spedizione dei Mille, ai Carabinieri fu affidato il compito di garantire l’ordine nei territori appena integrati nello Stato sabaudo. 
Un compito delicatissimo e decisivo per la formazione del nuovo Stato unitario

Domenico Induno, bollettino del giorno 14 luglio 1859 che annunciava la pace di Villafranca (Milano Museo Risorgimento)

Le clausole dell’armistizio di Villafranca (che concluse la Seconda guerra d’indipendenza) provocarono l’indignazione di molti italiani. Garibaldi era furibondo per la cessione alla Francia di Nizza, la sua città natale. Napoleone III fu giudicato un traditore della causa italiana. Cavour era convinto da tempo che soltanto la definitiva cacciata degli austriaci avrebbe garantito al Piemonte di diventare lo Stato guida in Italia. Non pensava all’unificazione della Penisola, ma voleva almeno garantire un ruolo determinante al Regno del quale era primo ministro. Temeva che la stretta di mano fra gli imperatori d’Austria e di Francia avesse vanificato ogni speranza. Villafranca fu l’ultimo tentativo compiuto da potenze straniere di dare all’Italia una sistemazione politica senza consultare gli italiani. La consultazione ci fu qualche mese più tardi. La Toscana (con 366.571 voti favorevoli e 19.869 contrari) e l’Emilia (462mila contro 1.056) si pronunciarono, nel marzo 1860, in favore dell’annessione.  
Fin dai primi mesi del 1860, quando i confini del Regno di Sardegna si allargarono in seguito ai referendum in Toscana e in Emilia, il governo di Torino mise in atto una politica di rigorosa centralizzazione e piemontesizzazione destinata a sconfiggere i particolarismi regionali. «In questo quadro», sottolinea Gianni Oliva nella sua Storia dei Carabinieri, «uno dei problemi più importanti che il governo piemontese dovette affrontare nel 1859-60 fu la creazione di un apparato militare in grado di garantire il mantenimento dell’ordine nei territori di nuova acquisizione. L’indirizzo seguito fu anche in questo campo di rigido accentramento, al fine di assicurare alla monarchia un saldo controllo dell’apparato». Giorgio Rochat e Giulio Massobrio (Breve storia dell’esercito italiano dal 1861 al 1943) sostengono che «Cavour e la classe dirigente piemontese e nazionale non avevano alcun dubbio sulla soluzione da scegliere: erano cioè pienamente convinti che l’esercito del nuovo Stato dovesse costituirsi attorno all’esercito piemontese e al suo modello, perché la disponibilità di truppe disciplinate era la condizione essenziale per la sopravvivenza». Questo indirizzo spiega perché le milizie irregolari e i garibaldini (con grave disappunto dell’Eroe) furono esclusi dal nuovo apparato militare nazionale, nonostante il contributo decisivo offerto al processo di unificazione con la conquista del Regno delle Due Sicilie. «Di questo orientamento», scrive ancora Oliva, «le vicende dell’Arma dei Carabinieri costituiscono una significativa anticipazione. Col procedere dell’unificazione, l’ordinamento del Corpo fu infatti esteso ai territori annessi con una prontezza di decisioni nella quale era evidente la preoccupazione di garantirsi uno strumento di controllo ormai collaudato». 
Nel giugno 1860 il ministro della Guerra, Manfredo Fanti, definì «precipuo dovere del governo verso i popoli novellamente annessi allo Stato» quello di «provvedere alla sicurezza pubblica, e a questo uopo fu una delle sue prime sollecitudini quella di applicare a quegli Stati l’istituzione dell’Arma dei Carabinieri, che ha reso nelle province subalpi­ne, per tanti anni, servizi eminenti».
Ottemperando a questa istruzione, nei contingenti sardi inviati in Lombardia e nell’Italia centrale nella primavera del 1859, furono inclusi consistenti reparti di carabinieri, incaricati di tutelare l’ordine pubblico, di svolgere i servizi di polizia, e di impedire eventuali tentativi di restaurazione dei passati regimi. I circa tremila uomini che costituivano l’organico del Corpo alla vigilia dell’indipendenza non erano però sufficienti per assolvere ai nuovi compiti, tanto più che il Regno comprendeva ora territori socialmente inquieti come il Napoletano e la Sicilia. «Da qui l’impegno e la priorità dati all’organizzazione di nuovi reparti e al reclutamento dei soldati necessari», sottolinea Oliva: «Le alternative possibili erano due: o ampliare l’organico dei carabinieri piemontesi, estendendo a tutta la nazione la loro struttura operativa; oppure creare una forza di polizia totalmente nuova, nella quale avessero uguale importanza le gendarmerie degli Stati preunitari e le formazioni delle guardie nazionali. Questa seconda soluzione, più adatta allo spirito di uno Stato nazionale, avrebbe però richiesto un periodo indeterminato di organizzazione e di rodaggio, con tutti i rischi prevedibili sul piano interno ed esterno, e con uno spazio concesso alle forze democratiche che i moderati non erano disposti ad accettare. Per la classe dirigente di Vittorio Emanuele II la scelta dell’estensione a tutte le nuove province del Corpo dei Carabinieri diventava quindi inevitabile, e del resto essa coincideva con la strada seguita a tutti i livelli per la creazione della nuova amministrazione unitaria». 
La prima regione nella quale fu esteso il servizio dell’Arma fu la Lombardia. A questo scopo fu inviato a Milano il colonnello Trofimo Arnulfi, che costituì subito un comando dei Carabinieri Reali in Lombardia e dette inizio all’arruolamento. Nella regione esisteva già una forza di polizia istituita dagli austriaci, composta da circa 1.500 uomini, ma la sua provata fedeltà verso il governo imperiale ne rendeva insicuro il semplice assorbimento nei ranghi dei carabinieri sabaudi. Il colonnello Arnulfi decise di sciogliere la Gendarmeria e di organizzare un reparto nuovo: un comando dei Carabinieri dello Stato sardo con personale lombardo. Le norme per l’arruolamento furono le stesse previste dalle leggi piemontesi e analoga fu l’articolazione della struttura, con cinque divisioni territoriali (Milano, Como, Pavia, Brescia, Cremona), tutte dipendenti in via diretta dal comando del Corpo di Torino.