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Nella fase finale delle trattative (con Vienna e con Londra), che continueranno anche dopo la firma del Patto con l’Intesa, Giolitti commetterà un altro errore: il 13 maggio Salandra presenterà le dimissioni al Re, il quale si rivolgerà a Giolitti che rifiuterà l’incarico. La latitanza di Giolitti costringerà il Re a rinnovare il mandato a Salandra. Il Parlamento, malgrado la maggioranza giolittiana, voterà a favore del governo per i crediti di guerra. E guerra fu. Ma non sarà “breve” secondo la previsione di Salandra, al quale succederanno Boselli prima e Orlando dopo.
“Breve” sarà soltanto il progetto di Salandra per uno Stato nuovo.

LA QUESTIONE CATTOLICA (O “ROMANA”). Il problema “interventismo-neutralismo” creerà nuove contrapposizioni nel movimento cattolico, i cui componenti dovevano scegliere tra la Santa Sede, per la neutralità più assoluta (con tendenze filo-asburgiche), e la Patria-Nazione (partecipare alla guerra “nazionale” senza nuocere alla linea del Vaticano e senza dimenticare la “questione romana” quanto mai sul tappeto).

Le varie anime si polarizzeranno come segue:

  • per la neutralità più assoluta, i cattolici intransigenti, decisamente filo-austriaci e antirisorgimentali, e le Leghe cattoliche interpreti del pacifismo dei contadini;
  • per una neutralità rigorosa, ma priva di risentimenti faziosi, le varie Unioni: popolare, elettorale, economico-sociale, gioventù cattolica e donne cattoliche;
  • per una neutralità programmata, coloro che cercheranno di conciliare le posizioni della Santa Sede con le istanze “nazionali”. Filippo Meda, sarà tra questi: deputato, farà dichiarazione di neutralità ma finirà ministro («a titolo personale» puntualizzerà L’Osservatore) del governo Boselli;

Favorevoli all’interventismo cattolico, sia pure minoritari, saranno quelli della Lega democratica di Murri e molti giovani cattolici militanti (tra cui Giovanni Gronchi, che partirà volontario). Saranno questi “giovani” che romperanno con gli “intransigenti” e che costituiranno la base più attiva del partito popolare di don Sturzo fondato sui Valori cattolici innestati nella società nazionale italiana (da cui: cattolici nazionali), sempre, naturalmente con un occhio rivolto al Santo Padre.

Disegno che rappresenta il desiderio degli italiani di portare la bandiera al di là del confine austriacoLA QUESTIONE SOCIALISTA. La fazione massimalista-rivoluzionaria che si riconosceva in Benito Mussolini era oramai maggioranza nel Psi (ma non nella Cgl, in mano ai “riformisti”).

L’estremismo rivoluzionario aveva dato il massimo di sé nella “settimana rossa” (7-14 giugno 1914). Nato in Ancona, nel quadro di manifestazioni antimilitariste, si estenderà a Roma, Torino, Genova, Milano e Firenze: richiederà l’impiego di oltre 100mila uomini tra soldati e carabinieri, provocherà tredici morti tra i dimostranti. Il movimento insurrezionale era guidato da Mussolini, Malatesta e Nenni: arrestati. Nelle Marche e in Romagna: saccheggi, sabotaggi, cattura di ufficiali (persino un generale), e via elencando.

A fronte del dilemma “interventismo-neutralismo”, i socialisti si spaccheranno sia a livello Seconda Internazionale che a livello dei partiti nazionali nel cui ambito si farà più duro lo scontro fra “rivoluzionari” e “riformisti”.

Nei Congressi della Seconda Internazionale (1889-1914) la risoluzione conclusiva si era sempre dichiarata in favore del neutralismo e per impedire la guerra con tutti i mezzi. Nel caso la guerra iniziasse, intervenire per farla cessare e per provocare la caduta della classe capitalista.

Al “momento della verità”, però, i socialisti tedeschi (esclusa Rosa Luxemburg), austriaci, francesi, belgi e parte dei britannici, daranno l’appoggio totale e incondizionato ai rispettivi governi. Come aveva previsto Sorel il concetto di Patria-Nazione annullava quello di Classe-Internazionalismo.

Più o meno fedeli alle Risoluzioni dell’Internazionale rimanevano le due fazioni del Partito Socialdemocratico russo (i “bolscevichi” di Lenin e i “menscevichi”), quello serbo, il bulgaro e quello italiano (esclusi i “riformisti”). All’appuntamento con la Storia il Psi, adottando l’ambigua formula «né aderire né sabotare», non farà alcuna scelta. Mussolini, a fronte del fallimento dell’Internazionale e all’immobilismo del Psi, proporrà la linea della “neutralità attiva e operante”. Tale linea prevedeva l’intervento per abbattere le potenze militaristiche (Germania e Austria), affidare al proletariato il compimento del Risorgimento e, dopo la guerra, rifluire nell’interno per fare la rivoluzione sociale (più o meno sarà questo il progetto di Lenin). Mussolini, pertanto, verrà espulso dal Psi. A guerra iniziata, comunque, i “rivoluzionari” socialisti ricercheranno l’occasione storica favorevole per fare la rivoluzione (sommosse di Milano, insurrezione di Torino nel 1917, disfattismo e via edulcorando). Alla propaganda disfattista verrà attribuita la causa di “Caporetto”.

L’Italia dorme il sonno della neutralità, cartolina del ’14LA QUESTIONE IRREDENTISTA-NAZIONALISTA. Le minoranze vitalistiche-attivistiche che avevano rivoluzionato il mondo della cultura, videro nel conflitto l’occasione storica per il rinnovamento morale e, quindi, politico della società italiana. Realizzare uno Stato Nuovo per la formazione dell’Uomo Nuovo. La guerra sarebbe stata la fucina per la selezione dei migliori, che avrebbero formato l’avanguardia elitaria, le minoranze eroiche cui affidare la missione di guidare le masse a costruire la “Nazione” italiana.

Le correnti antipositiviste, i vociani, i futuristi, i dannunziani, daranno voce nelle piazze e sulla stampa agli interventisti. Da qui il coaugulo con i nazionalisti e gli irredentisti trentini, istriani e dalmati, nella visione di una missione dell’Italia nel mondo (Gioberti, Mazzini). A queste minoranze attivistiche si uniranno, per la comunità di alcuni obiettivi, la destra di Salandra e gli interventisti democratici (mazziniani, garibaldini, socialisti riformisti), che vedevano nella sconfitta degli imperi centrali il trionfo della “nazionalità” e della giustizia sociale (Bissolati, Ciccotti, Salvemini). Sarà l’occasione storica per i mistici alla Pietro Jahier che, nel ritorno alla Madre Patria delle Terre Irredente, concepiscono il conflitto come “l’ultima guerra” o “guerra ascetica”.

Giovanni Gentile, nell’ottobre 1914, traccia la linea di una filosofia della guerra in cui la guerra viene chiamata “dramma divino”. I futuristi insisteranno sulla guerra «sola igiene del mondo e sola educatrice». Papini su L’Acerba (1915) scrive: «1) o la guerra ai tedeschi o la guerra civile, 2) o la guerra ai tedeschi o la rivoluzione, 3) o la guerra ai tedeschi o la vergogna italiana perpetua e irreparabile».

Spadolini spiegherà così l’interventismo di Luigi Albertini: «...il Risorgimento non era terminato... era destinato a espandersi e a penetrare nelle coscienze, trasformando le basi fondamentali del costume e del carattere italiano e liberandolo da quelle falsificazioni e da quelle deformazioni che costituivano l’eredità dei secoli di decadenza e di espiazione».

Si uniranno a queste minoranze i socialisti rivoluzionari di Mussolini e i sindacalisti rivoluzionari di Corridoni e De Ambris che daranno vita ai Fasci di Azione Rivoluzionaria (nel dopoguerra Fasci Futuristi, poi Fasci di combattimento).

Le varie componenti dell’interventismo (nazionalista, rivoluzionario, democratico) saranno quindi supportate dalla cultura dello spiritualismo diffusasi in Europa e in Italia in particolare, che inizia così il duro scontro contro la cultura del materialismo.

Ciascuna cultura sarà portatrice del mito della rivoluzione nel Novecento, che prenderà il nome, rispettivamente, di Fascismo e Socialismo.

Arnaldo Grilli