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I Carabinieri nel Novecento Italiano

Le diverse "Italie". 1914-1918
Lo scoppio della prima guerra mondiale non fu improvviso. Alcune guerre, come lampi prima della tempesta, erano sintomi degli stati di tensione tra le varie potenze. Ricordiamo: la guerra franco-tedesca del 1870, con la creazione dell’impero di Germania e la sua politica di potenza; la guerra russo-turca (1877-78) per impedire alla Russia l’accesso ai “mari caldi” con la conquista di Costantinopoli; la guerra anglo-boera (1899-1902) per il possesso da parte della Gran Bretagna dei ricchi giacimenti; la guerra russo-giapponese (1904-05); la guerra italo-turca (1911), per un non ben definito “equilibrio Mediterraneo” che riguardava anche Francia e Gran Bretagna; infine, non ultime, le varie “guerre balcaniche” e la politica espansionistica dell’Austria-Ungheria in quel nido di vipere che erano i Balcani, in pieno furore nazionalista (in primis l’area della Bosnia-Erzegovina).

Uno dei drammatici momenti dell’assassinio di SarajevoSe i vari governi vi avessero posto un “minimo” di attenzione, si sarebbero resi conto dei nuovi caratteri della guerra, che richiedeva l’impiego di grandi masse di uomini e di artiglierie. Ciò in relazione, tra l’altro, all’impiego delle mitragliatrici, al ricorso alle trincee e alle fortificazioni, e via di seguito. Ma i valzer della “belle époque” impedivano di sentire e di vedere i “macelli” dei campi di battaglia. Inoltre, le diplomazie privilegiavano le politiche dell’equilibrio tra potenze grazie ai trattati palesi e segreti. Trattati che (illusione!) avrebbero impedito i grandi conflitti e limitato gli scontri o guerre “locali”.

La miopia (e la stupidità) dei governanti non consentirono la visione delle forze impetuose in movimento: nazionalismo, imperialismo – che prenderanno i nomi più vari: pangermanesimo, panslavismo, irredentismo –, né quella delle nuove filosofie per un “mondo nuovo” e un “uomo nuovo”.

I perni fondamentali della politica europea erano rappresentati da un sistema di alleanze, così articolato: la Triplice Alleanza, tra Germania, Austria-Ungheria e Italia, e la Triplice Intesa, tra Gran Bretagna, Francia e Russia. La politica estera italiana non aspirava a grandi orizzonti. L’obiettivo massimo dei governi liberali non andava oltre il Trentino e uno statuto speciale per Trieste, da ottenere come “compenso” per l’espansione della corona asburgica nei Balcani. La Triplice, va sottolineato, era un trattato “difensivo” che per la sua entrata in vigore poneva la condizione che uno dei membri dell’alleanza fosse attaccato. Questa, grosso modo, era la situazione prima del diluvio.

L’arresto di Benito Mussolini durante la “settimana rossa” del giugno 1914Per quanto riguarda l’Italia: il 10 marzo 1914 Giolitti, come era solito fare in particolari circostanze, fece il solito “giochetto” di passare la presidenza a un uomo di sua fiducia. Salvo a riprendere il potere a soluzione del problema: in questo caso, per “mettere su” una maggioranza parlamentare più ampia di quella ottenuta con le elezioni del 26 ottobre 1913. La scelta di Salandra gli sarà fatale. Salandra non era “uomo di paglia”, aveva un proprio progetto politico, che si rivelerà “antigiolittiano”, coadiuvato in ciò dal Ministro degli Esteri Sonnino che, a sua volta, aveva dei conti da regolare con Giolitti.

FUOCO ALLE POLVERI. Il 28 giugno 1914 il terrorista bosniaco Gavrilov Princip, assassinando a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico, e la consorte, dava fuoco alla polveriera. Il 29 luglio l’Austria attaccava la Serbia; il 1° agosto la Germania dichiarava guerra alla Russia, e il 3 successivo alla Francia, con l’invasione del Belgio; da qui l’Inghilterra dichiarava guerra alla Germania. Nel giro di poche ore si scatenava un vero inferno, che provocherà oltre 8 milioni di morti. Il tutto nella convinzione che i problemi sarebbero stati risolti dopo una guerra “breve”. Anzi, “brevissima”. Il 3 agosto l’Italia dichiara la neutralità. I governi di Berlino e di Vienna riconobbero la legittimità della decisione italiana in quanto non vi era stato un attacco diretto. Ciononostante, per motivi di propaganda da parte “esterna” e per atavica tandenza all’autolesionistico “interno”, nascerà il mito del tradimento dell’Italia.

Una illustrazione simbolica la cui didascalia recita: «L’Italia trae la spada in difesa degli oppressi al fianco degli alleati contro il barbaro armato d’insidie e di ferocia»A questo punto, le “diverse” Italie diedero al “che fare?” risposte in funzione delle “questioni” ancora irrisolte: la liberale, la cattolica, la socialista, l’irredentista-nazionalista. Proviamo a riassumerle.

LA QUESTIONE LIBERALE. Salandra è della “destra” liberale, estromessa dalla “sinistra” nel 1876. Anche per una rivincita, ma soprattutto per ridare slancio all’Idea liberale, si pone a capo del progetto per una grande politica nazionale da realizzare da un “nuovo” partito liberale. Sullo sfondo, la costruzione di uno Stato nuovo, non più condizionato dai trasformismi della sinistra liberale, della quale Giolitti era il massimo rappresentante.

Il nuovo grande Partito liberale, tra l’altro, avrebbe dovuto completare il Risorgimento, assorbendo i movimenti radicali nazionalisti, i socialisti riformisti e le correnti culturali del primo Novecento. Ciò avrebbe favorito il bipolarismo: un partito conservatore (liberaldemocratico) e uno progressista (socialista). La guerra europea e la scelta “neutralista” di Giolitti faranno di Salandra un “interventista”.

La vittoria dell’uno sull’altro avrebbe significato la supremazia di una corrente liberale sull’altra. In tale contesto, se la scelta di Giolitti favoriva oggettivamente l’Austria-Ungheria, Salandra si orienterà con Sonnino a favore dell’Intesa. Da qui, quella specie di “balletto” fra le parti in conflitto sul “chi offriva di più”. Gli anglo-francesi, con il Patto di Londra (26 aprile 1915) concederanno più territori rispetto al “parecchio” per la neutralità sostenuta da Giolitti.