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La campagna di libia. Nel frattempo l’Impero ottomano, di cui la Libia era parte, messo in allarme dalle intenzioni italiane, istigato da Vienna e soprattutto da Berlino, aveva reagito con una serie di provvedimenti a danno dei residenti italiani nelle regioni sottoposte a Costantinopoli. Il 28 settembre 1911 il governo italiano lanciò un “ultimatum” all’Impero ottomano, a cui seguì, il 29, la dichiarazione di guerra.

Insieme ai “garibaldini di mare” (i nostri marinai del San Marco) dell’ammiraglio Umberto Cagni, che il 5 ottobre 1911 issarono il tricolore sulla sponda libica, sbarcava, richiamato dalla posizione ausiliaria, il capitano dei Carabinieri Federico Craveri con un esiguo drappello di marinai e di ex gendarmi turchi, assoldati repentinamente, allo scopo di organizzare un primo servizio di polizia a Tripoli. In seguito a questa operazione, molti detenuti che, lasciati in libertà dai turchi in fuga, si erano dati al saccheggio, furono catturati.

Il 16 ottobre, con le truppe del Corpo di spedizione agli ordini del generale Carlo Caneva, sbarcate a Tripoli, giunsero in Libia anche quattro Sezioni di carabinieri, che formarono il primo nucleo dell’Arma in Africa settentrionale. Pochi giorni dopo arrivava a Tripoli una missione di ufficiali guidata dal colonnello Enrico Albera, con il compito di provvedere alla sicurezza della città, all’organizzazione della Polizia e alla direzione delle carceri locali, e di programmare l’organizzazione dei servizi in tutta la Libia. Il 23 ottobre il capitano Ettore Lodi assumeva il comando del personale indigeno organizzato da Craveri. La direzione delle carceri fu affidata al maggiore Carlo Cicognani, mentre al maggiore Balduino Caprini fu attribuita la direzione del servizio di polizia a Tripoli e zone adiacenti.

Nel frattempo, il 19 ottobre, era sbarcata alla Giuliana la seconda Squadra navale con la 21a Divisione speciale, al comando del generale Giovanni Ameglio, insieme a una Sezione mobilitata dalla Legione di Roma. Dopo una giornata di furiosi combattimenti e sotto la spinta dell’artiglieria navale, il presidio ottomano si arrese, e il mattino del 20 Bengasi fu occupata. I carabinieri provvidero subito ad organizzare il servizio d’ordine, assicurando la vigilanza nei punti critici.

Il 23 e il 24 ottobre, nelle oasi attigue a Tripoli si scatenò una proditoria aggressione da parte delle forze turche, che avevano spinto le popolazioni arabe a proclamare la guerra santa contro gli infedeli. A questo seguirono altri attacchi, che indussero i Comandi militari a sgombrare completamente le oasi retrostanti le nostre trincee. I carabinieri dovettero provvedere alla custodia di circa 5.000 indigeni lì rastrellati; con gli scarsi mezzi a loro disposizione dovettero nutrirli, ricoverarli e soprattutto procedere al delicato compito della loro selezione, mettendo in libertà vecchi, donne, bambini ed infermi. Finalmente, il 1° novembre giunsero in Tripolitania due Sezioni di cinquanta uomini ciascuna, al comando di ufficiali subalterni.

La sovranitÀ italiana. Il 9 novembre fu proclamata la sovranità italiana e avviata l’organizzazione dell’Arma: la Divisione di Tripoli venne affidata al comando del maggiore Balduino Caprini; in seguito giunsero altre Sezioni che rinforzarono i Reparti già costituiti e ne impiantarono di nuovi. A Bengasi, alla Sezione mobilitata presso la 21a Divisione se ne aggiunsero altre, a costituire i Reparti nella città e nelle adiacenze: contribuirono al disarmo della popolazione e dei soldati turchi dispersi e a potenziare il servizio d’istituto. Un Comando venne costituito ad Homs e una Compagnia nel villaggio di Ain Zara, per la vigilanza delle retrovie e la sicurezza dell’oasi.

Il 26 novembre sulla linea Benni-Sidi Messrii si riaccesero combattimenti ai quali parteciparono Divisioni dei carabinieri. Le truppe italiane attaccarono le linee arabo-turche, eliminando i nuclei ribelli operanti con artiglierie ben appostate e mascherate. In Cirenaica, intanto, l’Arma seguitava a penetrare nel territorio per assicurare il normale svolgimento della vita del Paese e tutelare le truppe. Anche a Dema, occupata il 4 novembre da reparti della Marina e dell’Esercito, il 24 successivo sbarcò un Nucleo di carabinieri, cui seguì l’arrivo di una Sezione.

Nel dicembre riprese l’offensiva del Corpo di spedizione in Tripolitania, che concentrò gli sforzi verso Ain Zara, base principale per gli arabo-turchi. Alla battaglia, svoltasi nella giornata del 4 dicembre con il Corpo d’Armata speciale, presero parte i carabinieri delle Sezioni addette; nei giorni successivi i militari provvidero alla raccolta dell’ingente bottino e a snidare i cecchini che sparavano nascosti tra le palme.

Il 19 dicembre ebbe luogo il combattimento di Bir Tobras, altra oasi prossima a Tripoli, la cui liberazione rese la capitale più sicura; i carabinieri, che avevano attivamente partecipato alle operazioni, seppero nel contempo espletare i servizi di sicurezza in città e nei presidi adiacenti, già predisposti dal Comando della Divisione di Tripoli ed affidati agli uomini della 3a Compagnia. Frattanto nella zona di Dema, durante i combattimenti di Abdalla del 16 dicembre, i carabinieri si distinguevano valorosamente, concorrendo alle operazioni.

Mentre le operazioni militari continuavano in tutte le zone occupate, i carabinieri si inserivano sempre più nel tessuto sociale del Paese, guadagnandosi la stima e il rispetto degli indigeni. Il 5 gennaio 1912 a Tripoli fu istituita una Divisione di Polizia nella quale confluì il personale già appartenuto alla Polizia indigena. Il 10 giunsero in Tripolitania 29 zaptiè eritrei, scelti tra gli elementi più fidati e qualificati professionalmente, in grado, soprattutto per affinità di religione, di ispirare fiducia alle popolazioni. I migliori di essi divennero istruttori della Scuola Allievi Zaptiè, che assunse poi la denominazione di Compagnia Allievi Zaptiè della Libia. L’8 febbraio venne abolito il Comando Superiore dei Carabinieri; il Comando della Divisione di Tripoli assunse la struttura giurisdizionale ed organica dell’Arma in Tripolitania.

Il 3 marzo 1912, mentre si eseguivano lavori di fortificazione intorno a Dema, gruppi di arabi tentarono di sorprendere un battaglione italiano in trasferimento; giunti in prossimità del Vallone di Sidi Abdalla il Reparto venne attaccato, il Battaglione reagì e contrattaccò; quindi giunsero altri Reparti che liberarono gli assediati mettendo in fuga i turchi. Ma fu la battaglia delle Due Palme del 12 marzo a decidere di tutta la guerra in Libia: la partecipazione dei carabinieri di Bengasi fu validissima ed eroica.

l’occupazione del dodecaneso. La minaccia al territorio metropolitano turco, conseguente l’apertura di un nuovo fronte sul mare Egeo, costrinse l’Impero ottomano ad aprire trattative diplomatiche. I primi sbarchi di truppe italiane ebbero come obiettivo quello di spostare le operazioni dal deserto libico, con buoni risultati a livello tattico, insufficienti però per la definitiva risoluzione del conflitto. Il 4 e il 5 maggio 1912, il Corpo di Spedizione comandato dal generale Ameglio, comprendente due Sezioni Carabinieri mobilitate, sbarcava a Rodi, occupando via via tutto il Dodecaneso.

L’attività dei carabinieri, appena preso possesso delle isole Egee, fu impegnata nella lotta per la cessazione del contrabbando tra Turchia e Cirenaica, che alimentava la guerra in Libia. Fatta eccezione per lo scontro avvenuto il 16 maggio a Psithos, al quale parteciparono anche i carabinieri distintisi nella battaglia delle Due Palme, l’occupazione italiana fu pacifica, e si ampliò con la costituzione di piccoli Comandi. Il 18 ottobre 1912 ad Auchey, presso Losanna, venne firmato il trattato di pace con il quale si riconosceva la sovranità italiana sulla Libia.

Il 27 marzo 1913 fu istituita la Legione Carabinieri della Libia, 12a Legione territoriale, con due Divisioni di nuova formazione a Tripoli e Bengasi. In seguito, però, la Divisione Carabinieri di Bengasi divenne Divisione autonoma e la Legione si trasformò in Legione Carabinieri della Tripolitania, con una sola Divisione Tripoli poi divenuta autonoma a sua volta. Cessata la campagna di Libia, nel maggio 1913, vennero sciolte le Sezioni mobilitate il cui personale passò ai Comandi territoriali già in funzione.

L’impegno dell’Arma nel corso della campagna di Libia fu notevole, considerata la molteplicità degli incarichi. La presenza dei Carabinieri, a protezione di tutte le principali attività sociali, apprezzata dalle popolazioni indigene, ebbe ripercussioni politiche ed economiche di grande rilevanza sul piano organizzativo. L’Arma fu anche premiata con una medaglia d’argento al valor militare alla Bandiera.

Muta l’orientamento politico. La campagna di Libia era stata preceduta ed accompagnata da un movimento antimilitarista fomentato da anarchici, sindacalisti rivoluzionari, socialisti e frange estremiste. Le manifestazioni e la propaganda contro il riarmo e la prospettiva di una campagna di guerra in Africa settentrionale, continuarono con le stesse caratteristiche di quelle svoltesi alla fine del XIX secolo. Queste proteste, peraltro, erano in contraddizione con l’accusa che nazionalisti, liberali, cattolici, radicali e repubblicani muovevano ai vari governi giolittiani che si erano succeduti, di aver trascurato l’Esercito, ponendo l’Italia in una posizione di debolezza nella difesa nazionale.

Ma mentre queste accuse si manifestavano in Parlamento, nei circoli politici e sulla stampa, le proteste contro l’Esercito, l’armamento e le operazioni belliche ebbero luogo in molte province del Paese, con scontri e conflitti gravi con le forze dell’ordine e appelli alla rivolta dei soldati: fortunatamente durante queste manifestazioni non si lamentarono perdite dolorose. Le proteste in verità non ebbero successo: e non, come affermato da qualcuno, per la “pronta reazione poliziesca”, ma per il mutato orientamento politico della sinistra democratica, che non giudicava più negativamente l’Esercito e la Marina e la loro gestione, fonti di lavoro e di politica economica e finanziaria.

Prima che scoppiasse la grande guerra del 1915-18, l’Italia fu chiamata ancora una volta ad intervenire nella penisola balcanica, e non solo sul piano politico. L’Albania, nell’ottobre 1914, attraversava uno dei momenti più agitati della sua travagliata storia: in preda all’anarchia e sconvolta all’interno da feroci lotte tra tribù indigene, divise da secolari diversità di religione e costume. In questo desolato clima si collocò l’intervento dell’Italia, che non fu solo politico ma anche umanitario.
Umberto Rocca

Arnaldo Grilli