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Lo scandalo fu aperto nel febbraio 1904 dal deputato socialista Leonida Bissolati, con un’interrogazione sui sussidi che il Ministero della Pubblica Istruzione avrebbe dovuto distribuire ai maestri elementari, ma che ai beneficiari non erano mai arrivati. Sotto accusa era la gestione Nasi. L’interrogazione parlamentare si limitava a chiedere se il nuovo Ministro della Pubblica Istruzione (Vittorio Emanuele Orlando) avesse «riaffidato all’economo del Ministero il pagamento dei sussidi ai maestri». Perché riaffidato? Chi aveva tolto all’economo un compito che gli spettava per legge? Verosimilmente Nasi.

Giolitti riconobbe fondata la richiesta di Bissolati per un’indagine sul comportamento di Nasi e la Camera decise in tal senso. Dal lavoro svolto dalla Commissione risultava che il fondo sussidi non era mai arrivato ai maestri ed era finito nelle mani d’ignoti. Le irregolarità venivano distinte in due categorie: appropriazione indebita “in proprio” e a favore della propria clientela. Il Parlamento votò l’autorizzazione a procedere contro Nasi e l’arresto. Nel 1905, la Suprema Corte prese in esame l’incartamento Nasi e giunse a una conclusione sorprendente: si dichiarava incompetente a giudicare in una materia in cui era difficile fissare un confine fra responsabilità politica e penale.

La risposta del Parlamento fu immediata: il 24 febbraio 1908, giorno in cui si costituì l’Alta Corte per giudicare l’ex Ministro, fu emanata la sentenza: undici anni di reclusione. Nei fatti, la condanna era di molto attenuata dalla concessione relativa alla detenzione, da trascorrere non in carcere bensì “nel proprio domicilio”.

un caso che fece scalpore: la corte riunita per giudicare i mandanti degli omicidi CuocolocoErano anni in cui il bene pubblico era quotidianamente alla mercé di notabili e politici disonesti, con il silenzio del potere centrale, ma quando su un caso di pubblico malcostume nasceva uno scandalo, il potere si dichiarava pienamente disponibile alla ricerca delle responsabilità, senza alcuna forma di indulgenza.

Andò così anche nel caso relativo alla costruzione del Palazzo di Giustizia di Roma. Il primo stanziamento per l’iniziativa fu deciso nel 1883, ma i lavori cominciarono solo molto più tardi e si trascinarono a lungo, tanto che, nel 1911, il Palazzo non era ancora finito e già aveva comportato spese così ingenti da richiedere un’inchiesta parlamentare. Giolitti, come al solito, si dichiarò d’accordo. Dall’inchiesta emersero pressioni e connivenze indebite che coinvolsero noti personaggi, molti dei quali erano contemporaneamente deputati e avvocati. La commissione accertò che avevano brigato mediante “arti illecite” per ottenere le nomine, e che all’interno dei collegi arbitrali avevano svolto un’attività pilotata, per fini di lucro, a favore dell’impresa e a danno dello Stato. Tutti diedero le dimissioni da deputato e alcuni di essi furono radiati dall’Ordine degli avvocati.

Le tre mafie “storiche”. La situazione politica non poteva non influire sugli aspetti sociali e, in particolar modo sui fenomeni criminali presenti nel Sud della penisola. Tuttavia le tre mafie “storiche” ebbero in questi anni un’evoluzione differente: mentre la mafia siciliana colonizzava il “nuovo mondo” e la Bella Società Riformata veniva disgregata, la ’ndrangheta era sempre più radicata nel territorio.

In Sicilia, il nuovo secolo aveva ereditato dal vecchio l’omicidio Notarbartolo. L’onorevole Palizzolo era accusato di esserne il mandante, poiché il ritorno del banchiere al Banco di Sicilia lo avrebbe costretto a rendere conto di tutte le malversazioni che aveva compiuto come amministratore. Ma gli inquirenti si mossero poco e male e ci vollero anni perché si arrivasse a un processo, nel quale, oltretutto, i testimoni coinvolti spesso mentivano o ritrattavano. Palizzolo infine fu assolto, sia pure per insufficienza di prove. Al suo ritorno a Palermo fu accolto come un trionfatore da quanti sostenevano che la mafia non esistesse, che fosse soltanto un’invenzione dei settentrionali per diffamare l’isola.

Eppure le indagini, sia pure fra mille ostacoli, avevano dimostrato la presenza di una mafia efficiente e ramificata, forte di rapporti e protezioni, pronta a intimidire testimoni e fornire falsi alibi. Sulla scia dello scandalo, la polizia preparò un voluminoso rapporto su centinaia di aderenti alle cosche più temibili: quelle di Antonio Giammona, di Francesco Siino, dei Badalamenti e degli Amoroso. Il processo non diede luogo a molte condanne: nessuno testimoniò in Corte d’Assise.

Ma qualcosa stava cambiando. Tra il 1880 e il 1914 emigrarono circa un milione di siciliani, moltissimi dei quali si diressero verso l’America del Nord. Fra questi ci furono anche alcuni mafiosi: i Matranga e i Provenzano, che operarono nel settore agrumario a New Orleans; a New York si stanziarono i Bonanno e Vito Cascio Ferro. Alcuni siciliani diventarono mafiosi negli States, altri partirono mafiosi dalla Sicilia e tali restarono, evolvendosi e organizzandosi.

I mafiosi organizzano il mercato delle braccia, il transito dei clandestini, impongono taglie (il “pizzo” siciliano) ai loro connazionali, danno in affitto stanze lerce a prezzi esorbitanti. L’ambito urbano ha sostituito la campagna, ma i meccanismi sono gli stessi. La violenza criminale degli immigrati è notevole, tanto che la polizia di New York sente il bisogno di creare una squadra speciale composta di cittadini americani di origine straniera capace di infiltrarsi in quel mondo. In questa squadra opera Joe Petrosino, poliziotto originario della provincia di Salerno.

Il tenente Petrosino comprende il legame che unisce la mafia siciliana a certe forme di criminalità in America. Comprende che molti delinquenti di New York erano già criminali in Sicilia. Un buon numero di questi erano emigrati dall’isola esibendo certificati falsi, con fedine penali pulite, ma c’era il sospetto che le stesse autorità italiane li avessero favoriti, con certificati di comodo, per liberarsi di soggetti pericolosi.

Comunque, Petrosino sa che nel caso in cui riuscisse a provare che quegli immigrati avevano precedenti penali in Italia, potrebbe farli espellere come indesiderabili per aver giurato il falso. Quindi decide di partire in incognito da New York, diretto a Palermo, senza appoggiarsi alle autorità italiane. La notizia del suo viaggio però finisce sui giornali, e quando Petrosino arriva a Palermo qualcuno lo accoglie sparandogli tre colpi di pistola alle spalle. Del delitto viene accusato don Vito Cascio Ferro, il quale però se la cava perché il deputato Domenico De Michele Ferrantelli gli offre un alibi di ferro: all’ora del delitto il sospettato era a cena col parlamentare. Il fatto, comunque, dimostra che già nel 1909 la connection mafiosa fra Sicilia e Stati Uniti era importante, tanto da essere difesa con un delitto eccellente.

La debolezza economica della Calabria ha fatto sì che la ’ndrangheta venga considerata una mafia minore, meno pericolosa delle “sorelle”. Gli episodi di violenza sono inquadrati nel ribellismo calabrese: coltellate e fucilate che scandiscono i giorni nei luoghi grandi e piccoli delle province di Reggio e Catanzaro, sono considerati echi del vecchio brigantaggio. È la criminalità di una terra povera. I capibastone arraffano qualche lira imponendo taglie a tavernieri e venditori ambulanti; trafficano con animali rubati e rischiano la vita per questioni di prestigio legate a un bicchiere di vino negato in una bettola, per una parola di troppo. Nelle zone più ricche riescono a ritagliarsi tangenti e bottini più consistenti, ma nessuno cambia status: temuti, “rispettati” e talvolta usati, ma sempre rappresentanti di un altro mondo.

In Campania, il Novecento trova un’organizzazione criminale oggettivamente in crisi, almeno nell’ambito urbano della capitale. Nelle fertili campagne intorno a Napoli la camorra è attiva, ma, a parte i contatti carcerari, non ha collegamenti diretti, organici, con l’onorata società propriamente detta. Organizzazioni camorristiche fioriscono lungo la costa, nelle zone di Caserta e di Aversa, nell’area di Nola (centro importante per il mercato del bestiame), nell’agro Nocerino Samese. A Napoli ci sono le camorre dei bufalari (attività casearia), dei facchini e degli scaricatori di porto, dei sensali e dei compratori di bestiame o di ortaggi per l’industria conserviera.

Le camorre di provincia si occupano soprattutto di intervenire nella fase della commercializzazione, “mediando”, con la violenza e l’intimidazione, fra i produttori e il mercato. Fissano i prezzi, assegnano le partite di prodotto, stabiliscono tempi e modalità di consegne.

A segnare il declino della camorra napoletana sopraggiunge, nel 1906, il caso Cuocolo. La sera del 5 giugno 1906, in un appartamento di via Nardonese 96, a Napoli, viene uccisa a coltellate Maria Cutinelli, un’ex donna di vita; la Polizia sospetta del marito, Gennaro Cuocolo, legato alla camorra, un “basista”. Ma Gennaro Cuocolo è stato assassinato più o meno alla stessa ora in cui è stata colpita la moglie, a Torre del Greco. La Polizia scoprirà, poi, che prima di essere ucciso Cuocolo aveva pranzato con una comitiva di camorristi in una trattoria non lontana da Cupa Calastro. I commensali erano Enrico Alfano, detto Erricone, suo fratello Ciro, Giovanni Rapi, e Gennaro Jacovitti. Erricone era considerato il vero capintesta della camorra.

Questi personaggi, arrestati, dopo un mese e mezzo vennero rimessi in libertà per mancanza di prove. L’inchiesta sul duplice omicidio, tornata a un punto morto, passò allora dalla Questura al Comando dei Carabinieri. Il capitano Carlo Fabroni riesce a scovare, in carcere, un giovane camorrista, Gennaro Abbatemaggio, che, con promessa di scarcerazione, acconsente a “pentirsi” e svela tutto ciò che sa (e anche che non sa) sulla camorra. L’ufficiale dei Carabinieri, aiutato dalle fluviali confessioni del pentito, scova una serie di testimoni che ne confermano la tesi accusatoria. E fa venire alla luce, sui giornali, tutto il marcio presente nella politica e nell’amministrazione napoletane.

L’inchiesta sull’uccisione dei Cuocolo sfociò in un processo che, per legittima suspicione, fu celebrato a Viterbo. Cominciò nel 1911 e si chiuse sedici mesi dopo. Enrico Alfano e i principali imputati, otto in tutto, furono condannati a trent’anni, altri 47 imputati a pene minori per associazione a delinquere, in quanto parte della Bella Società Riformata.

Arnaldo Grilli