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Carabinieri nel Novecento italiano

Cattolici e socialisti. 1900-1914

Papa Pio XLA QUESTIONE ROMANA. All’interno del movimento cattolico, il confronto tra “intransigenti” e fautori dell’autonomia del “movimento democratico cristiano” arriverà a un punto di rottura con lo scioglimento dell’Opera dei Congressi e la successiva creazione di una nuova organizzazione. Papa Leone XIII, con l’enciclica “Graves de communi” (18.1.1901), ribadirà la propria opposizione al costituirsi di un partito “autonomo” e indicherà la strada per una eventuale apertura verso il liberalismo. Come risposta, il movimento democratico cristiano, tra le sue forme di lotta sociale, approverà il ricorso allo sciopero.

A questo punto, per poter meglio controllare la frazione democratica cristiana, Leone XIII imporrà alla stessa di inquadrarsi nella seconda sezione dell’Opera. Ma nonostante tale direttiva, dopo il XVIII Congresso Cattolico, i dirigenti della II sezione stipuleranno un accordo in base al quale i democratici cristiani potranno godere, pur “organici” all’Opera, di una certa autonomia. Immediata la reazione di Leone XIII, che vieterà qualsiasi forma di autonomia (3.2.1902). Nell’agosto, Romolo Murri attaccherà duramente l’intransigente Battista Paganizzi, direttore dell’Opera, ritenendolo responsabile della crisi dell’organizzazione. Da qui le dimissioni e l’assunzione della carica da parte di Giovanni Grosoli, più tollerante verso i variegati gruppi democratici cristiani. Il 20 luglio 1903, morto Leone XIII, verrà eletto papa Giuseppe Melchiorre Sarto, con il nome di Pio X.

Il nuovo papa dovrà fronteggiare e risolvere la crisi dell’Opera che, al XIX Congresso (novembre), vedrà prevalere la tendenza democratico cristiana a sostegno del nuovo presidente, Grosoli, a sua volta osteggiato dagli “intransigenti”. La risposta del pontefice non si farà attendere: il 18 dicembre, motu proprio, emanerà i 19 punti che definiscono l’Ordinamento fondamentale dell’azione popolare cristiana. L’Ordinamento ricalca il pensiero di Leone XIII, e tende a riportare l’ordine nell’Opera e, soprattutto, a riaffermare l’autorità della Chiesa.

La situazione però precipita nel 1904: nel luglio gli “intransigenti” rivolgono al papa l’appello per porre termine ai continui scontri coi democratici cristiani. Pio X invita il presidente Grosoli a compiere opera di conciliazione; Grosoli, invece, emana una direttiva nella quale afferma che il progetto dei cattolici «non può essere che quello democratico cristiano». Tale direttiva viene considerata non in linea con quella del papa. Grosoli si dimette: il 28 l’Opera è sciolta e tutte le organizzazioni vengono poste alle dirette dipendenze dei vescovi.

Nel giugno 1905 Pio X, con l’enciclica “Il fermo proposito”, definisce le linee che devono guidare la nuova organizzazione del movimento cattolico e la partecipazione alla vita pubblica. Per l’organizzazione sono individuate tre strutture distinte: l’Unione economico sociale, per gli studi dei problemi sociali, da cui nasceranno le unioni professionali; l’Unione popolare, promotrice delle settimane sociali dei cattolici; e l’Unione elettorale italiana, per formare e disciplinare le forze elettorali cattoliche e dirigerle nelle elezioni politiche secondo le direttive della Santa Sede. A queste si aggiungerà, nel 1908, l’Unione donne cattoliche.

Ma la Santa Sede deve anche fronteggiare il fronte culturale, definito modernista, che vuole addirittura “rinnovare” il cattolicesimo. In quel tempo la sola parola “rinnovamento” veniva interpretata dalla gerarchia come tendenza “protestante”, quindi da combattere. E guerra fu. Una guerra dura tra la corrente tradizionalista e quella modernista, all’interno di un vasto mondo culturale, alla ricerca di mete che risolvessero la crisi spirituale e quindi politica dell’Occidente.

Nel 1907, Pio X, con l’enciclica “Pascendi dominici gregis”, condannerà il modernismo, e nel 1910 verrà imposto ai sacerdoti un giuramento antimodernista. Nelle elezioni del 1909 ci sono ben 52 candidati cattolici, nei 72 collegi nei quali era stato sospeso il non expedit, 16 gli eletti. In sostanza prende l’avvio un partito “fantasma”, agguerrito e ben organizzato, con l’obiettivo principale di difendere, in ogni campo, i valori cattolici. Una coalizione diretta dal Vaticano, sempre più preoccupato del laicismo e dell’anticlericalismo comunque espresso, nonché del socialismo materialista e rivoluzionario.

È in questo contesto che Giolitti trova un certo appoggio e i presupposti necessari per sviluppare ulteriori forme di collaborazione. Nel novembre di quello stesso anno, al XX Congresso Cattolico, nasce la corrente di sinistra che, pur rimanendo fedele alla gerarchia, auspica uno sviluppo autonomo del movimento sindacale. Questa ala sarà determinante per la nascita del Partito Popolare di Sturzo (1919), nel cui ambito però continuerà a confrontarsi con la corrente moderata, più vicina alla gerarchia. Nelle elezioni del 1913 fu stipulato il “patto Gentiloni” con l’obiettivo di frenare il progresso dei socialisti.

Erano le prime elezioni a suffragio universale maschile, alle quali i cattolici votarono in massa, appunto a seguito del “patto” con candidati liberali che si impegnavano al rispetto di sette punti (da qui, il “voto di scambio”). La vittoria, sia pure di misura, va ai giolittiani. La stampa cattolica è euforica, rallegrandosi per aver impedito la vittoria di un centinaio di socialisti. Ma tra Vaticano e Stato liberale permane ancora la “storica” separatezza del 1870. L’esistenza di “due Italie” viene quindi confermata.

Una tessera del partito SocialistaLA QUESTIONE SOCIALISTA. Il governo Zanardelli-Giolitti (15.1.1901) fu accolto con un certo favore dal Psi a maggioranza riformista, secondo la linea “ministerialista” di Turati.

Ma l’ala ancora legata al mito della rivoluzione, che avrebbe dovuto “rigenerare” l’umanità e realizzare l’utopia millenarista della “società dei giusti”, si sarebbe battuta all’ultimo sangue perché tale saldatura non si realizzasse. Non solo: si riprometteva di usare qualsiasi mezzo per impedire ogni forma di collaborazione con lo Stato liberale, vero e proprio strumento della “borghesia”. Borghesia che, incarnando il “Male” doveva essere distrutta, affinché il “Bene”, e cioè il proletariato, potesse trionfare. Questo, in sintesi, il “fine” della Rivoluzione. Sul “come” realizzarlo, però, idee e progetti erano alquanto diversi.

Già nel 1901, all’interno della corrente rivoluzionaria esistevano divisioni: Arturo Labriola badava più al meridionalismo; Costantino Lazzari era invece legato all’operaismo lombardo; Enrico Ferri aveva una posizione a metà strada tra rivoluzione e collaborazionismo con il governo, da valutare “caso per caso”.

Entro queste coordinate si può leggere la “questione socialista italiana”, sia pure con qualche variante, laddove, specie la corrente “rivoluzionaria”, sarà estranea al principio unitario nazionale, in quanto idealmente legata all’internazionalismo proletario. Nel corso del VII Congresso del Psi (settembre 1902) esplode uno scontro tra Turati e Labriola, il quale proponeva la linea dura contro lo Stato più che contro il capitalismo. Vincerà Turati: il riformista. Nel 1903 si manifestano i primi tentativi della corrente del sindacalismo rivoluzionario di costituire strutture autonome dal Psi riformista. Nell’ottobre 1903, nel quadro della costituzione del secondo governo Giolitti, Turati esprimerà uno dei tanti “rifiuti” di farne parte, per timore della reazione dell’ala rivoluzionaria.