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 GIOLITTI, UN “PRAGMATICO”. È questo l’ambiente politico-culturale che Giolitti trova in Italia quando (a partire dal 1901) assume cariche di governo: prima quella di Ministro dell’Interno di Zanardelli, poi, dal 1903 al 1914, quella di Presidente del Consiglio. Giolitti si alternerà alla carica di Ministro dell’Interno con Zanardelli, Sonnino, Luzzatti, Salandra, fino al 1914, ultimo anno del “periodo giolittiano”.

Chi era e cosa fece Giovanni Giolitti? Uomo formatosi culturalmente sulle basi del razionalismo illuministico, distante dalla retorica e dalla metafisica, cautamente empirico, era lontano anni luce dalla nuova cultura emergente: spiritualista, neohegeliana, irrazionalista. Pur conscio dei problemi derivanti dalla industrializzazione, dall’urbanizzazione e dall’irruzione delle “masse” sulla scena sociale e politica, fondò la sua politica sulla funzionalità del Parlamento. Funzionalità che significava soprattutto poter disporre di una solida maggioranza “ministeriale”.

Per questa sua impostazione “pragmatica” fu accusato di non possedere quella tensione morale che invece aveva distinto Crispi, che, almeno, aveva proposto per Roma un obiettivo ideale e una missione civile. Da qui, ancora, l’accusa di manipolazione (specie nel Meridione) delle elezioni, attraverso la corruzione. In effetti Giolitti, sostenuto dal Re, a fronte di ostilità storiche, di pavidità politiche e irrazionalismi, farà di tutto per ampliare l’area del consenso, cercando di includere (finalmente!) nello Stato unitario le altre due Italie che si contendevano le coscienze dei suoi connazionali: l’Italia socialista e l’Italia cattolica.

Per accattivarsi i socialisti concesse loro il “diritto di sciopero”, all’origine di un’intensificazione dei conflitti sindacali (da 410, con 81mila scioperanti nel 1900 ai 1.671, con 420mila scioperanti nel 1901). L’avvio era stato favorevole, tanto che Treves, uno dei capi del socialismo, disse di lui: «C’è dall’altra riva un uomo che ci ha capito». Per ben due volte, però, nel periodo considerato, i socialisti riformisti (Turati, Bissolati) rinunceranno all’appuntamento storico per paura di una rottura con i socialisti rivoluzionari.

La politica di allargamento del consenso non andò meglio con i cattolici, ai quali Giolitti aveva regalato «l’indissolubilità del matrimonio», soffocando alcune iniziative anticlericali, per mezzo dei Prefetti. Ma non fu sufficiente. A livelli di vertice, malgrado un certo modus vivendi, le posizioni della Chiesa e quelle dello Stato rimanevano molto distanti. Di questo Giolitti era pienamente cosciente: infatti non perseguirà la ricerca di formule conciliative, peraltro premature, ma accordi diretti in sede elettorale.

Fu così che nelle elezioni del 1904 si registrò una massiccia partecipazione di cattolici che votarono candidati liberali o di provata appartenenza all’area cattolica. In quella circostanza, fermo restando il non expedit, Pio X, rivolgendosi ai dubbiosi dirà: «Fate quello che vi detta la vostra coscienza». Da qui il voto “antisocialista”.

La Chiesa, peraltro, nel periodo considerato, si trovò a fronteggiare due “eresie”: la prima, interna, nota come modernismo, risolta con la scomunica e l’obbligo per i sacerdoti di un giuramento “antimodernista”; la seconda, propugnata da don Romolo Murri e dal suo gruppo, che comprendeva democratici cristiani oramai su posizioni di scontro con la gerarchia. Anche su questo fronte i provvedimenti saranno duri: prima la sospensione a divinis, successivamente la scomunica.

Nel 1913, per ottenere il voto dei cattolici, i candidati liberali dovranno sottoscrivere un vero e proprio “contratto privato”, noto come Patto Gentiloni, in base al quale essi si impegnavano all’osservanza di alcuni principi e interessi cattolici (indissolubilità del matrimonio, scuole private, insegnamento religioso e via elencando). Ben 228 deputati liberali, che avevano sottoscritto il “Patto”, verranno eletti. Anche se Giolitti negherà di aver promosso tale forma di compromesso, in realtà ne godrà i frutti, ottenendo alle elezioni, per la prima volta a suffragio universale maschile (8 milioni e 300 mila italiani vengono chiamati alle urne anziché 3 milioni e 300mila) una solida maggioranza parlamentare.

POLITICA ESTERA ED ECONOMIA. Per quanto riguarda la politica estera, Giolitti continuò a mantenersi nella Triplice Alleanza, limitandosi a cambiare l’obiettivo di Crispi: la considerava un mezzo per giungere dove l’Italia non poteva arrivare da sola (nel Mediterraneo e in Africa).

La conquista della Libia (1911), che scatenò un’accanita opposizione dei socialisti rivoluzionari (guidati da Mussolini), fu voluta da Giolitti non già perché sollecitato dall’ondata nazionalista di Corradini e Federzoni e dalle fiammate imperialistiche di Gabriele d’Annunzio, ma perché, pur restando nella Triplice (da cui otterrà il consenso per l’impresa), egli si rendeva conto che occorreva qualcosa di più per stabilizzare e rafforzare la posizione strategica dell’Italia nel Mediterraneo.

Tale politica va considerata in tre differenti momenti: dal 1901 al 1907, periodo in cui si registra una decisa crescita, sia pure con squilibri tra Nord e Sud; dal 1907 al 1911, momento di crisi, in conseguenza delle vicende internazionali; dal 1911 al 1913, fase caratterizzata da una certa ripresa che, però, risentirà ancora dei postumi della crisi del 1907. E questo, malgrado l’incremento della produzione a seguito della guerra di Libia.

Il fenomeno dell’emigrazione sarà particolarmente accentuato: tra il 1901 e il 1913 ben 8.144.578 di persone lasceranno l’Italia per raggiungere gli Usa, l’Argentina, la Svizzera, la Germania, la Francia e il Brasile. La punta massima si registrerà nel 1913, con quasi 900mila emigrati.

“RIVOLUZIONE INDUSTRIALE”. Secondo lo storico Roberto Vivarelli: «Complessivamente si può ben dire che, a partire dall’ultimo decennio del XIX secolo, anche l’Italia, gradualmente, attivò al Sud una “rivoluzione industriale”». Il che significa che in questi anni si formò una base industriale e l’agricoltura cominciò a perdere la sua posizione di preminenza.

I segni di questa “rivoluzione” e della sua portata sono molti: aumento del reddito nazionale, aumento del reddito pro capite, una maggiore partecipazione dell’industria alla formazione del prodotto lordo privato (anche se il contributo più consistente era ancora fornito dall’agricoltura), un notevole incremento del risparmio. Anche le città conobbero allora una crescita significativa, pur senza ancora raggiungere il milione di abitanti, cifra già largamente superata da molte città europee.

Questo sviluppo, tuttavia, fu assai squilibrato, nel senso che non si distribuì uniformemente su tutto il territorio nazionale, ma riguardò prevalentemente alcune aree, mentre vi furono intere regioni le cui condizioni rimasero pressoché invariate. La mancata omogeneizzazione determinò nella vita economica e sociale dell’Italia un vero e proprio dualismo, che in buona misura persiste ancora.

Si poteva fare di più e meglio? È possibile rispondere a un quesito del genere soltanto se si considera qual era la situazione dell’Italia “prima di Giolitti”; in quale difficile quadro politico interno Giolitti fu costretto ad agire, dovendo fronteggiare l’astensionismo (soprattutto morale) cattolico e l’aggressività del socialismo rivoluzionario. Cioè, avendo contro forze sostanzialmente “antinazionali”. E, ancora, se si considera l’ostracismo della “nuova cultura antipositivista”, che si trasformerà in aggressività politica (l’antigiolittismo), pur «nel nome della Nazione e dei richiami risorgimentali».

E allora: se Giolitti non poté fare di più e meglio, di chi fu la colpa?

Arnaldo Grilli