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Carabinieri nel Novecento italiano

L'epoca di Giolitti. 1900-1914

Quei colpi di rivoltella che l’anarchico Bresci aveva sparato a Monza contro il re Umberto I non vennero interpretati nel loro significato sostanziale: la fine di un’epoca, la fine del percorso risorgimentale e il vuoto che ne era derivato.
Fortuna volle che il nuovo re Vittorio Emanuele III, essendo uno spirito liberale, fece propria la raccomandazione di Cavour in punto di morte: «Non si governa con gli stati d’assedio». Perciò, non furono meditati propositi di vendetta da parte del giovane re, anche se in certi ambienti conservatori e reazionari, contrari al “nuovo”, qualche speranza di azioni repressive esisteva.

Dopo le elezioni del 1900, per alcuni mesi, restò in vita il governo dell’anziano Saracco; nel febbraio 1901 Vittorio Emanuele affidava l’atteso rinnovamento a Zanardelli, nominando Giolitti Ministro dell’Interno. Entrambi provenivano dalla sinistra liberale, avevano fama di progressisti, e non erano nuovi, specie Giolitti, alle esperienze di governo, sia pure con qualche ombra (pensiamo soprattutto allo scandalo della Banca Romana).

Avendo l’appoggio del re, era finalmente possibile elaborare un programma organico: ma ciò non avvenne. Con qualche variante sulle questioni da affrontare, l’arte del governare era da sempre basata sul deleterio “trasformismo”, sull’alternanza di maggioranze che diventavano minoranze da un momento all’altro.

I politici liberali, tranne alcuni “illuminati”, non avevano percepito i cambiamenti in atto nel mondo moderno, dovuti allo spegnersi dei grandi ideali e all’ingresso delle masse nella società civile e politica, cambiamenti che richiedevano nuovi punti di riferimento chiari e solidi. Idealisti, rivoluzionari, materialisti e nazionalisti si ritrovarono uniti nella stessa stanchezza e nello stesso disprezzo per i valori della società decadente, provinciale e arrivista, definita “borghese” per le sue apparenti virtù e per i suoi vizi nascosti.

Più grave è il fatto che mentre i settori culturalmente più avanzati, europei e italiani, dibattevano i problemi della crisi, elaborando una nuova cultura e nuove idee politiche per il rinnovamento dello Stato, della società e dell’uomo (l’Uomo nuovo), al blocco politico giolittiano non corrispose mai un blocco culturale e intellettuale. Giolitti, o non comprese le conseguenze della crisi e le forze che questa avrebbe scatenato o, peccando di presunzione, era convinto di conoscerle e, quindi, di poterle controllare, inglobandole nel sistema e, alla fine, devitalizzandole.

IL MITO DELLO STATO NUOVO. L’eterogeneità e la ricchezza delle correnti di pensiero, in diretto contatto con le tendenze più vive del panorama europeo e americano, contraddistinguono la cultura italiana del Novecento. Però, a differenza del XIX secolo, in questa fase storica non esiste un orientamento filosofico predominante, ma si assiste invece a un’interazione tra diverse correnti, che determineranno, integreranno, orienteranno il formarsi o il consolidarsi di nuove forze politiche. L’obiettivo comune è rinnovare l’Italia, creando uno Stato nuovo che non sia esclusivamente patrimonio delle tre forze già delineatesi nell’Ottocento: la cattolica, la socialista e la liberale, ma anche di una emergente e dirompente “Destra rivoluzionaria”, erede del mazzinianesimo e di Crispi, anche se più incline al sincretismo e quindi decisamente più moderna. Si sviluppa, in questi anni, un appassionato confronto culturale-politico che difficilmente si ripeterà in Italia.

Il rinnovamento italiano, culturale prima e politico poi, sarà opera di un fiorire di giornali e riviste che alimenteranno un profondo e variegato confronto di idee, che vede impegnato in un dibattito continuo il fior fiore dell’intellighentia. Nel 1908 esce a Firenze il settimanale di Prezzolini La Voce, al quale collaboreranno pensatori di diverse tendenze, uniti da una riflessione comune su «come rinnovare l’Italia» di cui i letterati avrebbero dovuto essere la coscienza critica «per la formazione di un italiano “nuovo”». Si ricordano, tra gli altri: Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Giovanni Papini, Benito Mussolini, Gaetano Salvemini.

Due erano infatti i caratteri fondamentali del movimento che si era creato intorno a La Voce: l’italianismo, in virtù del quale il popolo italiano doveva assolvere una missione spirituale nel mondo e pertanto doveva essere educato e preparato; l’apologia degli eretici, e cioè di quei liberi pensatori che rifiutano di sottomettersi a un’ideologia.

Nel movimento cattolico, Luigi Sturzo, si farà promotore di un rinnovamento dello Stato, con un richiamo all’organizzazione del Comune medievale e delle corporazioni. Gli enti locali dovevano essere i centri propulsori di ogni attività sociale, in contrapposizione allo Stato unitario, lontano dai reali bisogni delle popolazioni, specie di quelle rurali.

Lo “Stato nuovo” dei socialisti era piuttosto ondivago: i riformisti accettavano il gradualismo di Giolitti, mentre i rivoluzionari erano per la distruzione dello Stato “borghese” e la creazione di uno Stato (internazionale) proletario. All’interno di questa corrente si distinguevano i sindacalisti rivoluzionari e i marxisti ortodossi.

I sindacalisti rivoluzionari recepiranno le teorie della nuova cultura d’oltralpe elaborata Georges Sorel, propugnatore dell’azione diretta da parte dei sindacati (e non del partito, «oramai imborghesito»). Azione diretta da condurre attraverso continui scioperi generali rivoluzionari ed espropriatori, caratterizzati da una quanto mai necessaria “violenza”. La successiva revisione del marxismo da parte di George Sorel e di Arturo Labriola, porterà alla sostituzione del principio della “lotta di classe” con quello di “lotta tra nazioni”: nazioni “povere”, contro nazioni “ricche”.

I marxisti ortodossi si affermeranno a seguito della definizione teorica del marxismo italiano ad opera dello stesso Arturo Labriola, in corrispondenza con Friedrich Engels. Il socialismo rivoluzionario finirà con l’identificarsi con il marxismo (dopo il 1917 con il bolscevismo leninista) e, quindi, con il determinismo economico.

Sul piano pratico questa concezione implicava una lotta di classe che doveva condurre al crollo del capitalismo, una rivoluzione violenta e infine l’instaurazione della dittatura del proletariato, per condurre la transizione al socialismo prima e al comunismo poi (internazionalismo proletario e negazione dello Stato della borghesia e quindi dei concetti di “patria” e di “nazione”).