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Nel febbraio 1861, dunque, caduta la fortezza di Gaeta dove resistevano gli ultimi regolari dell’esercito borbonico, la famiglia reale, forte dell’appoggio palese di Pio IX e tacito dei francesi che lo proteggevano, iniziò ad arruolare ex soldati del regno perduto per iniziare ed alimentare la guerriglia legittimista contro gli invasori. Ma dopo questa prima fase “politica” del brigantaggio (1861-1863 circa), si passò alla seconda fase, quella “sociale”, in quanto le popolazioni meridionali, deluse dal nuovo governo che aveva portato nuove leggi, nuova burocrazia (quella rigidissima piemontese), ma aveva lasciato correre le vecchie usanze soprattutto nel settore agricolo, immiserendole ancor più, appoggiarono spesso bande efferate come quelle di “Chiavone”, “Crocco”, “Ninco Nanco”, “Cannone”, “Pizzichicchio” e tante altre, contro cui si trovarono a combattere figure divenute mitiche nella storia dell’Istituzione: il carabiniere, poi sottufficiale e infine capitano Chiaffredo Bergia; il capitano Francesco Allisio; il capitano Salvatore Frau; il luogotenente Giacomo Acqua e numerosi altri eroi noti e ignoti di quella vera e propria guerra che tanto i briganti, quanto lo Stato, condussero senza esclusione di colpi e alla quale parteciparono, con i militari dell’Arma, anche fanti, cavalieri ed artiglieri, per un complesso oscillante tra le due punte di 120.000 e 50.000 uomini. Su 18.461 carabinieri, nel 1861 ne furono dislocati nel meridione 6.887 e furono conferite loro: 4 Croci dell’Ordine Militare di Savoia, una Medaglia d’Oro al valor militare, 531 Medaglie d’Argento e 748 Medaglie di Bronzo; circa un centinaio vennero uccisi o feriti in conflitto a fuoco. I meriti acquisiti dall’Istituzione furono tali che già nel 1864 in Parlamento venne definita “Benemerita”, appellativo che conserva tuttora.

Per ciò che riguarda la Sicilia e, in particolare, Palermo, il 15 settembre 1866 iniziò una grossa sollevazione popolare guidata da bande armate dalla più disparata matrice (ex borbonici, disertori, mazziniani, contadini). Il livore era esploso a seguito della mano ferma e piuttosto dura con cui il governo aveva rimesso ordine nell’intera amministrazione dell’isola. I disordini, che videro com’è ovvio i Carabinieri impegnati in prima fila, ebbero termine il 19 settembre quando giunse sul posto un contingente dell’Esercito guidato dal generale Raffaele Cadorna. Ma non fu tutto, perché queste truppe portavano il colera, che solo nella città di Palermo mieté 7.800 vittime ed impegnò ulteriormente e faticosamente l’Arma nell’opera di soccorso alla popolazione.

La 3a guerra d’indipendenza. Sempre nel 1866 i Carabinieri Reali dettero il loro contributo anche sui campi e nelle retrovie della 3a Guerra d’Indipendenza. Essi furono presenti presso il Quartier Generale principale con 110 uomini e 72 cavalli, nonché con 25 drappelli a piedi ed a cavallo distribuiti tra i quattro Corpi dell’esercito di campagna, le 20 Divisioni ed il Corpo Volontari, con compiti prevalentemente di polizia militare, scorta, vigilanza ai valichi di confine ed esplorazione; altri 23 carabinieri al comando di un ufficiale erano aggregati alla Guardia Nazionale mobile in difesa della Valtellina. Tra i fatti d’arme in cui si distinsero: la difesa della strettoia di Incudine di Edolo in Val Camonica; Custoza; Monzanbano; Monte Croce; Condino; Borgo; Levico e Primolano. Lo stesso Giuseppe Garibaldi, comandante del Corpo Volontari, ebbe espressioni di lode per i militari dell’Arma che combatterono al suo fianco.

Ed ancora l’“Eroe dei due mondi” ebbe contatti diretti con i Carabinieri dei quali, oltre al valore in combattimento, sperimentò anche nel 1867 la fermezza e l’umanità. Difatti è ben nota storicamente l’impazienza di Garibaldi di prendere Roma con un colpo di mano delle sue “camicie rosse”, e sono anche note le difficoltà politiche del governo italiano tra l’anelito verso la definitiva capitale d’Italia e lo spauracchio dei francesi di Napoleone III che ne difendevano il possesso allo Stato Pontificio. Una prima volta, nel settembre di quell’anno, Garibaldi cercò di arrivare al confine, ma giunto a Sinalunga il Capo del governo Urbano Rattazzi, vedendo che Roma non insorgeva e temendo appunto i francesi, dette ordine di arrestarlo. Cosa che fece il tenente dei Carabinieri Reali Federico Pizzuti in maniera “indolore”. Di nuovo, dopo la sfortunata battaglia di Mentana, l’Eroe il 5 novembre stava transitando per Figline Valdarno (Firenze) con un treno di suoi volontari reduci. Il governo italiano ne ordinò il fermo e l’internamento del generale a La Spezia; l’ingrato compito fu svolto dal tenente colonnello Deodato Camosso con 16 carabinieri non senza difficoltà, ma la determinazione e la cortesia dell’ufficiale ebbero la meglio sulla riottosità di Garibaldi e le minacce dei suoi dopo due interminabili ore di trattative.

Appena tre anni dopo, nell’agosto del 1870 i francesi se ne ritornarono in patria per combattere contro i prussiani e all’alba del 20 settembre le batterie italiane aprirono la famosa breccia a Porta Pia, donde si riversarono i fanti del 39° Reggimento e i bersaglieri del 12° Battaglione; mescolate a questi, le “lucerne” dei carabinieri pronti ad assicurare da subito il servizio d’ordine, agli ordini di quel luogotenente Giacomo Acqua già distintosi nella campagna contro il brigantaggio.

Nascono i Corazzieri. Ordinativamente in quegli anni anche l’Arma subì i colpi della cosiddetta “politica della lesina” per la contrazione della spesa pubblica seguita al debito pubblico che nel 1861 era di 2.450 milioni di lire, raddoppiatosi appena quattro anni dopo ed ancora ulteriormente aggravatosi per la 3a Guerra d’Indipendenza; per cui dal 1° gennaio 1866 furono soppresse le Legioni di Genova e Ancona. Intanto il 20 giugno successivo il comitato dell’Arma venne trasferito da Torino a Firenze, capitale provvisoria d’Italia, e nel luglio la forza totale dell’Istituzione si stabilì a 563 ufficiali e 22.549 tra sottufficiali e carabinieri, ma calò ancora nel 1868 rispettivamente a 465 e 19.294 e nel 1870 a 417 e 18.000, per risalire leggermente dopo Porta Pia (ma il territorio del Regno d’Italia era a sua volta aumentato a 295.423 kmq, con quasi 27 milioni di abitanti).

Avvenimento di rilievo, e non solo per l’Istituzione, fu l’istituzione dello Squadrone Carabinieri Guardie del Re a Firenze il 7 febbraio 1868, allorché, per le nozze del principe ereditario Umberto con la principessa Margherita di Savoia, venne formato un reparto di scorta d’onore composto da 80 carabinieri a cavallo provenienti dalle Legioni di Firenze, Milano e Bologna, armati di elmi e corazze neri con la croce sabauda d’argento. Il reparto, non più sciolto, prese il posto delle antiche Guardie del Corpo ed è rimasto sino ad oggi, con corazze non più nere ma lucenti, quale reparto speciale dell’Arma incaricato della guardia di scorta e d’onore al Presidente della Repubblica, con la denominazione di Reggimento Corazzieri.

Il 3 febbraio 1871 venne sancito ufficialmente con una legge il definitivo trasferimento della capitale d’Italia a Roma, ma già appena dopo 12 giorni dall’ingresso in città i Carabinieri vi organizzarono il servizio d’ordine per l’annessione plebiscitaria al Regno e dopo tre mesi venne istituita la conseguente Divisione (Comando Provinciale) dipendente dalla Legione di Firenze; la Legione avrà vita il 1° gennaio 1874 e, nell’ottobre successivo, vi si trasferirà anche il Comitato. Una nota che ci è particolarmente cara: sempre a Roma, nel dicembre 1872, nacque il nostro giornale (vedi pagina 86), inizialmente con due uscite settimanali (mercoledì e sabato), e che, dieci anni dopo, diverrà un settimanale illustrato.

Dopo il 1876 cominciò ad allentarsi la stretta economica e nel 1880 l’organico dell’Arma fu portato a 519 ufficiali e 19.708 tra sottufficiali e carabinieri. Poi, nel 1887 salì a 590 e oltre 23.000, mentre già nel 1882 era stato abolito il Comitato, sostituito da un Comando dell’Arma dei Carabinieri Reali; il 10 novembre 1885 la Legione allievi fu portata da Torino a Roma, nella caserma ai Prati di Castello, ove tuttora ha sede la Scuola Allievi Carabinieri.

L’impresa africana. Frattanto, il 5 febbraio 1885, era iniziata l’impresa africana con lo sbarco a Massaua dei 900 tra bersaglieri e marinai del colonnello Tancredi Saletta, con i quali era presente un drappello di 10 carabinieri: il primo nucleo dell’Arma in Eritrea. Va però detto che già dal 1882 funzionava ad Assab una Stazione con quattro militari richiesti dal Ministero degli Esteri. Nella circostanza, fin dal 1885, vennero costituite le prime unità di zaptiè, carabinieri arruolati tra le popolazioni indigene. Il 1° luglio 1887 fu istituita la Compagnia Carabinieri Reali d’Africa con 4 ufficiali e 93 tra sottufficiali e carabinieri; nel 1888 si aggiunsero due plotoni di zaptiè di 25 uomini ciascuno. I militari dell’Arma presero parte a tutti gli avvenimenti di quella che il 1° gennaio 1890 divenne la Colonia Eritrea, svolgendo servizio di polizia e, all’occorrenza, combattendo come a Coatit e Senafè (1895) o al forte di Makalle (1896), a Cassala (1896), al forte di Adigrat (1896) e alla disastrosa battaglia di Adua del 1° marzo 1896, ove sono uccisi 20 militari nazionali e 42 zaptiè.
Con Regio decreto 25 febbraio 1894, venne concessa la Bandiera Nazionale alla Legione Allievi Carabinieri: il vessillo diverrà nel 1932 la Bandiera di Guerra di tutta l’Arma e sarà custodito nell’ufficio del comandante della Legione, oggi Scuola Allievi di Roma.

Nel 1897, sulla tradizione iniziata in Crimea nel 1855 e proseguita con i quattro di Assab nel 1882, un drappello di 36 carabinieri al comando del capitano Federico Craveri fu mandato in missione di pace sull’isola di Creta, ove si erano verificati gravi disordini tra cristiani e musulmani. Lì l’ufficiale pose mano all’organizzazione di un efficiente ed equidistante Gendarmeria locale. La missione proseguì poi sino al 31 dicembre 1906.

Sul “fronte interno”, i carabinieri furono impegnati nel soccorso ai cittadini colpiti nel 1882 dalle alluvioni nel Veneto, nel 1883 dal terremoto di Ischia (Casamicciola e Forio), nel 1884-85 dall’epidemia di colera che colpì l’intera nazione. E il XIX secolo chiuse con la recrudescenza del banditismo nell’Italia centrale (briganti: Tiburzi, Ranucci, Menichetti, Musolino ed altri) e in Sardegna (briganti: De Rosa, Fonteddu, Berrina, Sanna eccetera) che generò altri eroi come il maggiore Eugenio Baratono, i capitani Giuseppe Patella e Michele Giacheri, il brigadiere Lussorio Cau e il vicebrigadiere Lorenzo Gasco. Ciò, mentre l’eco delle cannonate sulla folla di Milano del generale Fiorenzo Bava Beccaris nel maggio del 1898 rimbombava lugubre dalla Lombardia a Roma, ove è dichiarato lo stato d’assedio, e fino alla Sicilia, ove già tra il 1893 e il 1894 erano scoppiati gravi moti insurrezionali (Fasci siciliani).

Vincenzo Pezzolet