Menu
Mostra menu

Carabinieri nel Novecento italiano

Il Regno d'Italia. 1861-1900

Con una legge che il primo Parlamento unitario vota a Torino, capitale del nuovo Stato, il 14 marzo 1861 nasce il Regno d'Italia ed il 4 maggio successivo l'Armata Sarda risorgimentale diviene ufficialmente il Regio Esercito Italiano. Ma già il Regio decreto del 24 gennaio aveva riordinato, con le Forze Armate, il Corpo dei Carabinieri Reali, istituito sempre a Torino il 13 luglio 1814, secondo le nuove esigenze del vasto sviluppo territoriale e demografico del Regno Sabaudo seguito alla guerra del 1859 ed all'impresa garibaldina del 1860. In quello stesso decreto il Corpo viene più volte denominato Arma - anche se tale rango sarà acquisito definitivamente solo nel 1873 -  col significato di milizia, forza armata e quale distinzione tra specialità a piedi ed a cavallo; comunque, fin dall'istituzione, esso era al primo posto dell'Armata, secondo solo alle Guardie del Corpo del sovrano, alle quali pure si sostituì nell'essenza a quello sino ad allora goduto, anche se, fin dall'istituzione, essi erano comunque al primo posto nell'Armata, secondi solo alle Guardie del Corpo del sovrano, alle quali pure si sostituiranno completamente appena sette anni più tardi nel servizio di scorta d'onore e sicurezza alla famiglia reale.

Confermata e rafforzata la fiducia e la stima dei cittadini con le prove di efficienza e valore sui campi delle “patrie battaglie”, nella lotta al crimine e negli interventi di soccorso nelle calamità pubbliche, l'Arma entrò nella nuova era unitaria con 503 ufficiali, 3.868 sottufficiali, 13.078 carabinieri e 1.012 allievi, ripartiti in 13 Legioni Territoriali, una Legione Allievi, 36 Divisioni (Comandi Provinciali), 103 tra Compagnie e Squadroni, 191 Luogotenenze e Plotoni e circa 1.600 Stazioni. A capo: il Comitato dell'Arma, composto da Presidente, segretario e 4 membri.

Analizzando brevemente questa struttura osserviamo che l'ordinamento legionale (capoluoghi: 1° Torino, 2° Genova, 3° Cagliari, 4° Milano, 5° Bologna, 6° Firenze, 7° Napoli, 8° Chieti, 9° Bari, 10° Salerno, 11° Catanzaro, 12° Palermo, 13° Ancona, 14° Allievi a Torino) ovviava le evidenti difficoltà di raccordo tra "centro" e "periferia" dell'Istituzione che tra il 1850 e il 1861 aveva aumentato i propri effettivi dell'84,4 per cento su un territorio praticamente quadruplicato. Le Legioni erano rette da colonnelli, comandanti di Corpo, che colloquiavano contemporaneamente con i comandanti delle Divisioni (tenenti colonnelli e/o maggiori) dei quali coordinavano e controllavano il servizio e con il Comitato, cui riferivano l'attività operativa nelle aree di competenza e dal quale ricevevano le conseguenti direttive eventualmente da estendere sino ai minori livelli.

Il Comitato, a sua volta, era un organo di comando collegiale “sui generis”, peraltro comune alle altre Armi dell'esercito, che sostituiva il precedente Comandante Generale, le cui attribuzioni erano parzialmente esercitate dal Presidente. Ciò perché, con l'unificazione nazionale, molti dei migliori effettivi degli eserciti preunitari erano stati assorbiti ed integrati con il nerbo dell'ex Armata Sarda nel nuovo Regio Esercito, quindi si rendeva necessario rendere partecipi del comando anche alti ufficiali provenienti da quelle diverse realtà istituzionali (in particolare dell'ex Regno delle Due Sicilie, il più vasto per entità geografica e demografica). Per l'Arma, infatti, il Presidente, maggior generale (attuale generale di brigata) Federico Costanzo Lovera di Maria, piemontese e già Comandante Generale, era affiancato dai maggior generali: Ferdinando di Montù Beccaria, già Comandante in Seconda; Antonio Martino Massidda, già Comandante dei Carabinieri Reali di Sardegna; Giovanni Serpi, per i Carabinieri di Sicilia; Trofimo Arnulfi, per i Carabinieri di Napoli, Corpi questi ultimi che erano stati preventivamente sostituiti alle Gendarmerie locali subito dopo l'impresa garibaldina del 1860 e formati con istruttori piemontesi ed elementi scelti di quelle.

Riguardo al reclutamento, dal 1860 al 1862 fu incrementato in ogni modo possibile, dalla ferma agevolata, alla riammissione in servizio dei congedati, ovviamente ai volontari provenienti anche dagli altri Corpi dell'Esercito; i requisiti, tuttavia, restarono severi, com'è normale per un organismo militare di polizia sceltissimo con attribuzioni e prerogative speciali come l'Arma. Infatti, oltre alle doti fisiche eccellenti, c'erano quelle morali proprie e della famiglia di provenienza, nonché, fattore di non secondaria importanza, saper leggere e scrivere: cosa all'epoca ancora molto rara! E qui un'annotazione: il 18 giugno 1862 furono istituite due fanfare, una presso la Legione di Napoli, l'altra presso la Legione Allievi; da quest'ultima nascerà quella che il 15 marzo 1920 sarà la prestigiosissima Banda dell'Arma.

La "benemerita". Il periodo che va dal 1861 al 1870 fu denso di avvenimenti non propriamente sereni per il Regno d'Italia, che iniziò anzi il suo percorso di quasi un secolo tra scossoni interni e itinerari affannosi in equilibri politici precari, determinati da alleati potenti con i quali eravamo bel lontani da essere alla pari. Si dovettero infatti affrontare: un banditismo spietato e coriaceo; moti insurrezionali di varia natura, una guerra vinta per procura e la delicatissima “Questione Romana” con le intemperanze (più o meno favorite e poi osteggiate dal governo) del generale Giuseppe Garibaldi.

Andando con ordine, per quanto riguardò l'impegno dei Carabinieri, possiamo certamente mettere al primo posto la repressione del brigantaggio nelle province meridionali. La fuga di Francesco II e della moglie Maria Sofia, sovrani delle Due Sicilie, a Roma costituì la miccia dell'esplosione del fenomeno in quei territori compresi tra l'Abruzzo e la Calabria; la scintilla fu invece provocata dallo Stato Pontificio, in dispetto ai “Piemontesi” che gli avevano tolto nel 1860 l'Umbria e le Marche.