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Questa la sostanza del “sessantottismo”. Una guerra nella sinistra per conquistare l’egemonia sulle masse. Pertanto, ogni manifestazione, ogni esproprio proletario, ogni delitto voleva essere la dimostrazione che esisteva un “partito comunista combattente che smascherava i traditori (le iene berlingueriane, così venivano chiamati) per il bene del popolo”.

Scriveva Alain Bergoumioux, responsabile dell’ufficio studi del Partito socialista francese: “Lo spirito del maggio parigino, poi divampato in tutta Europa, fu una formidabile spinta nell’affermazione dei diritti civili, ma contribuì molto poco a trasformare la società”.

Il calderone ideologico sessantottesco non fu però solo esclusiva delle sinistre, ma anche di una destra estrema che diede vita al drammatico fenomeno dello stragismo (Piazza Fontana a Milano, 1969; piazza della Loggia a Brescia, 1974; la tragedia dell’Italicus, sempre nel 1974, quando colui che aveva messo la bomba sul treno, il terrorista Mario Tuti, uccise i 2 carabinieri che erano andati ad arrestarlo e ne ferì un terzo; e infine l’attentato più grave di tutti: quella bomba fatta scoppiare alla stazione di Bologna, il 2 agosto del 1980, che causò quasi 90 morti).

Sul piano concreto le molteplici ideologie politiche, sfociate anche in violenza urbana, provocarono danni materiali da capogiro. Senza contare la prassi della disobbedienza al sistema in tutte le istituzioni. Da noi la guerra alla guerriglia (che altrove era durata pochi mesi) si protrasse fino al 1989, con gli “ultimi fuochi” degli omicidi Tarantelli (1985) e Ruffilli (1988).

Comunque, mentre l’attenzione del sistema politico era rivolta all’insurrezionalismo interno, le Forze dell’Ordine dovevano concentrarsi nelle zone più disparate del centro-nord tralasciando quelle del sud: ciò favorì lo sviluppo e la modernizzazione della mafia, che si trasformò in una holding criminale (grazie anche allo sviluppo del traffico degli stupefacenti).

Dopo una serie di omicidi, tra cui ricordiamo quello del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, nel 1982 il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa venne nominato prefetto di Palermo, con funzioni di coordinamento della lotta alla mafia, ma senza che ne fossero precisati gli strumenti operativi. Solo dopo il suo omicidio venne introdotto il reato di associazione a delinquere di tipo mafioso. Inizierà dunque una guerra delle Forze dell’Ordine contro le principali organizzazioni criminali, nella quale cadde, tra i primi, nel 1983, il capitano dell’Arma Mario D’Aleo.

E vediamo infine alcune brevi note sul periodo che va dal 1989 al 2000, caratterizzato dall’assalto mafioso allo Stato e dallo scandalo di Tangentopoli, che rivoluzionerà il nostro Parlamento.

Dopo gli omicidi Montaldo, Chinnici, Montana, Cassarà, vennero colpiti l’europarlamentare Salvo Lima e i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La reazione fu massiccia (vedi anche la legge sui pentiti che, al di là delle polemiche, darà i suoi frutti).

Quello stesso anno, siamo nel 1992, a Milano viene arrestato il presidente del “Pio Albergo Trivulzio”: sarà l’inizio di Tangentopoli, che, partita come una modesta inchiesta giudiziaria, per l’effetto domino, si trasformerà in un cataclisma del sistema politico. I vecchi partiti scomparvero e, al loro posto, entrarono nuovi soggetti politici e nuove linee di governo.

Antonio Picci


Approfondimenti:

L'Arma verso il nuovo millennio

L’assalto al “Palazzo” durerà oltre vent’anni: ad organizzarlo erano spesso i giovani appartenenti alla “borghesia dorata”, che combattevano in nome del proletariato. Dall’altra parte delle barricate c’erano, invece, paradossalmente, i “figli del popolo”, che, vestendo l’uniforme di Carabinieri e Polizia, difendevano lo Stato. Quelle “forze della repressione” (così venivano chiamati) erano costituite per il 90 per cento da ausiliari, che svolgevano nell’Arma il servizio di leva e provenivano da famiglie operaie o della piccola borghesia. Di ciò scrisse anche Pier Paolo Pasolini in una poesia, in cui elogiò proprio “quei giovani dall’altra parte”.

Comunque, quelli furono anni durissimi per l’Arma, che dovette affrontare il terrorismo interno ed internazionale. Nel periodo sessantottesco si era però modernizzata per fronteggiare queste nuove emergenze. Il Comando Generale, grazie in particolare alla capacità del suo Capo di Stato Maggiore, generale Arnaldo Ferrara, seppe adeguare materiali, strumenti e reparti alla lotta al terrorismo. Veniva costituito, al comando del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (nella foto) il Nucleo Antiterrorismo a Torino (costituito anche con elementi di altre Forze di Polizia), che subito portò a segno alcune azioni importanti, come l’arresto del capo eversivo Renato Curcio. Furono poi costituite le Sezioni Anticrimine, specializzate contro il terrorismo. Presso la Scuola Ufficiali e quella per Sottufficiali fu istituita la Cattedra di “Analisi delle teorie rivoluzionarie” (vennero elaborati e distribuiti ben tre volumi di carattere teorico-pratico). Furono soprattutto la disciplina dell’Arma, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza a salvare la Repubblica. Ma, dobbiamo dirlo per onor di Patria, anche il Pci e i sindacati unitari daranno un aiuto non indifferente nel tenere a bada i più irrequieti.

Finito il terrorismo (meglio, dopo la “ritirata strategica” dell’85), l’Arma dovette vedersela con la “nuova mafia”. Lotta dura che costò il sacrificio della vita a molti servitori dello Stato. Ma vennero anche le vittorie, tra cui l’arresto del famigerato Totò Riina. Non fu trascurato l’aspetto più importante, poi ripreso dagli eroici Falcone e Borsellino. Un colonnello dell’Arma, stretto collaboratore del Prefetto De Francesco, nuovo Commissario per il coordinamento della lotta contro la criminalità mafiosa, e da questi voluto, elaborò un saggio per delineare i principali mutamenti e le nuove tecniche della mafia (La criminalità di tipo mafioso nelle società postindustriali, Ed. Laurus Robuffo). Il testo, d’intesa con il Ministro della Pubblica Istruzione, Franca Falcucci, venne distribuito a tutte le scuole di ogni ordine e grado della Repubblica, perché costituisse uno strumento didattico per l’educazione dei giovani che dovevano farsi promotori di una “rivoluzione culturale antimafia”.

Possiamo dirlo con animo sereno: l’Arma, nel periodo considerato, ha dato, come nella sua tradizione, il meglio di se stessa. Ha mantenuto fede al motto “nei secoli fedele”, pagando con vite umane e migliaia di feriti. Ha chiuso il Novecento con l’orgoglio di aver ottenuto il riconoscimento di Forza Armata e, nel nuovo millennio, ha visto l’assunzione da parte di un suo figlio, il generale Luciano Gottardo, dell’incarico di Comandante Generale, che avrà l’onore di proiettarla verso gli anni Tremila.

Per concludere: l’Arma, a fine Novecento, ha compiuto un processo di modernizzazione di altissimo livello. Nel lontano 1956 il mezzo fondamentale era la bicicletta, e il telefono diretto rappresentava il massimo. Dico ai giovani: «Guardate le dotazioni di oggi per valutare il cammino compiuto. Magari, con un pensiero ai “vecchi soldati” di ogni grado che hanno contribuito a realizzare il progresso tecnico-scientifico». Sempre ai giovani i “vecchi soldati dell’Arma” ricordano un insegnamento che viene dai tempi lontani: l’Arma, Istituzione che il mondo ci invidia, potrà continuare a vivere oltre il nuovo millennio se saprà conservare, nell’agire quotidiano, lo spirito della tradizione, che ho cercato di mettere in evidenza in questa breve narrazione della “Storia dei Carabinieri nel Novecento italiano”. Spero di esserci riuscito.

A.G.