Menu
Mostra menu

Le zone di operazioni. Le regioni nordorientali italiane (Trentino-Alto Adige e provincia di Belluno, Friuli, Venezia Giulia) ebbero sorte diversa da quelle governate a sud da Badoglio e a nord da Mussolini. Hitler aveva emanato un’ordinanza con cui divideva il territorio italiano in “zone di operazioni” e in “restante territorio italiano”. Le zone di operazioni erano tre: la prima a diretto contatto con il fronte di combattimento a sud, ove erano in corso gli scontri con gli Alleati che risalivano la penisola; le altre due raggruppavano le province italiane del nord-est: Bolzano, Trento e Belluno (Voraberg, Prealpi), Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana (Adriatisches Künstenland, Litorale Adriatico).

All’indomani dell’8 settembre 1943, i partigiani slavi avevano occupato tutto il territorio istriano, esclusi i capoluoghi di provincia, agevolati dalla dissoluzione dell’esercito italiano e dall’assenza in zona di consistenti guarnigioni tedesche. L’occupazione, prima pacifica, si trasformò presto per gli abitanti di etnia italiana in un incubo: torture, stupri, infoibamenti, fucilazioni. Le forze armate tedesche si riorganizzarono rapidamente, e all’inizio dell’ottobre ’43 misero in atto l’Operazione “Wolkenbruch” (nubifragio), che in pochi giorni spazzò dall’Istria la resistenza slava. Anche questa operazione fu caratterizzata da brutalità di ogni genere a danno dei civili.

Fin dai primi giorni dopo la proclamazione dell’armistizio si costituirono numerose formazioni partigiane composte da elementi antifascisti della popolazione italiana. I partigiani slavi peraltro operavano affinché tutte le terre ad est dell’Isonzo (e per alcuni anche ad est del Tagliamento) venissero annesse, al termine della guerra, alla Jugoslavia. La presenza di combattenti contro i nazifascisti di nazionalità italiana intralciava questi progetti perché costoro, la cui consistenza quantitativa raggiunse in qualche momento anche le 10.000 unità, combattevano i tedeschi per riaffermare la italianità della regione in cui erano nati.

La guerriglia nel territorio giulio, tranne che nella zona ad est dell’Isonzo, non diede manifestazione di grande vitalità fino alla fine dell’aprile 1945, quando Tito riuscì ad ammassare sul confine una nuova armata dell’Epl. In dieci giorni di combattimenti gli slavi accerchiarono le forze tedesche e fasciste stanziate nella Venezia Giulia, ed il 1° maggio, a conclusione della battaglia, entrarono a Trieste, che era già stata liberata dal Cln locale, il cui nerbo era costituito da finanzieri e carabinieri che avevano fatto causa comune con i partigiani.

Le unità jugoslave agli ordini di Tito avevano dato priorità assoluta alla conquista di Trieste, per precedere l’arrivo degli Alleati, trascurando le operazioni per la liberazione di Lubiana e Zagabria, capitali delle repubbliche di Slovenia e Croazia, che infatti vennero conquistate verso metà maggio, dopo la fine della guerra in Europa. Tito voleva porre i britannici e gli americani di fronte al fatto compiuto, così da avere mano libera per l’annessione della Venezia Giulia. Ma questi protestarono per la violazione dei patti, che prevedevano l’occupazione militare alleata dell’Italia fino ai confini del 1940, quindi anche dell’intera regione giulia. Il dittatore jugoslavo però tenne duro e accettò di sgomberare solo una parte della città di Gorizia, Trieste con il suo limitato hinterland, e Pola. Terminava così il calvario di una terra che nel corso della storia mai era appartenuta agli Stati slavi. Non terminava invece la persecuzione degli italiani, colpiti da una spietata pulizia etnica: tragiche le cifre tra i 5.000 e i 10.000 morti, mentre coloro che scelsero l’esilio ammontano ad oltre 350.000.

Con il trattato di pace i confini orientali ebbero la loro sistemazione: all’Italia rimaneva la parte occidentale delle città di Gorizia e Trieste con una limitata striscia sul Carso triestino. Il resto della Venezia Giulia veniva annesso alla Jugoslavia. Questa martoriata regione, per millenni gravitante nella sfera romana, veneziana, asburgica e italiana passava pressoché totalmente sotto il dominio croato e sloveno.

Conclusioni. Resta il dubbio irrisolto se la Repubblica Sociale Italiana abbia assolto una funzione utile all’Italia. Alcuni sostengono che senza Mussolini ed il suo governo i tedeschi avrebbero assoggettato il Paese ad un regime di occupazione più duro di quello che in effetti fu attuato. Ciò presumibilmente non è vero, perché i nazisti avevano tutto l’interesse a tenere pacificato il territorio, retrovia delle armate che combattevano sulla Linea Gustav prima e sulla Gotica poi. E la nascita della Repubblica di Mussolini trasformò una lotta di liberazione nazionale dallo straniero in una guerra civile, in cui furono coinvolti i tedeschi, che dovettero impiegare per la repressione forze militari superiori a quelle che avrebbero utilizzato se la Rsi non fosse esistita.

Nonostante dunque un giudizio complessivamente negativo, non possono però essere taciuti alcuni meriti, a partire dall’aver mantenuto in una certa efficienza l’apparato amministrativo dello Stato, le scuole, le ferrovie, l’organizzazione territoriale dell’Esercito, il sistema giudiziario e tributario, che i tedeschi, se avessero potuto avere mano libera, avrebbero senz’altro distrutto, ed averlo consegnato intatto ai nuovi governi democratici.

Quello della RSI fu anche l’ultimo ridotto di tanti idealisti, perlopiù giovanissimi che si sacrificarono nel nome e per l’onore d’Italia (vedasi Roberto Vivarelli La fine di una stagione). Si discute ancor oggi anche del peso effettivo della Resistenza sulle operazioni belliche. Molti ne sostengono l’irrilevanza sul piano militare, senza considerare però che i tedeschi, per la lotta antipartigiana, dovettero distogliere dal fronte fino a dieci divisioni: forze considerevoli che avrebbero potuto creare problemi agli Alleati sui fronti di guerra.

La Resistenza ebbe anche un altro grande merito: consentì al Paese di disporre fin dal 25 aprile 1945 di una classe politica, formatasi nelle dure lotte al nazifascismo, che costituì governi di alta rispettabilità democratica in grado di gestire la ricostruzione morale e materiale e di presentarsi all’estero, almeno nei confronti delle nazioni occidentali, con dignità e fermezza, evitando, se non le dure condizioni del trattato di pace, almeno la lunga occupazione e la spartizione tra gli Stati vincitori del territorio nazionale, come accadde a Germania, Austria e Giappone.

Luciano Luciani


Approfondimenti:

L'Arma delle cinque Italie

L'Arma “territoriale”, come da direttive del Comando Generale, ancor prima dello sbarco in Sicilia (10 luglio 1943), sulla base dei Trattati del Diritto Bellico Internazionale, doveva restare al proprio posto, mentre i reparti assegnati alle Unità delle Forze Armate dovevano seguire la sorte di queste. Tali direttive verranno confermate l’8 settembre. L’Arma vivrà così le stesse tragedie delle popolazioni nelle diverse situazioni che, a solo scopo di analisi, chiameremo delle “cinque Italie”.

La prima fu quella sotto il diretto controllo dell’Amgot (Allied Military Government Occupied Territory) in Sicilia. L’impatto dell’Arma con gli angloamericani non fu indolore: questi, sin dal primo giorno, non fecero distinzione, facendo prigioniero chiunque indossasse una divisa. Cosicché molti carabinieri che si prodigavano a salvare popolazioni, impedire saccheggi e infondere speranza finirono nei campi di prigionia. In seguito gli Alleati capirono l’errore e affidarono all’Arma l’ordine e la sicurezza pubblica, sia pure alle dipendenze degli “Affari Civili” del Governo Militare di Occupazione.

Il 4 agosto, a Palermo, fu costituito il “Comando Superiore Carabinieri Reali della Sicilia” che il 5 dicembre fu soppresso e tutto il personale rientrò nel “Comando Arma Carabinieri Reali dell’Italia Liberata”, istituito a Bari il 15 novembre 1943. Siamo così alla seconda Italia: quella del Regno del Sud. Il 12 settembre, presso la sede della Legione di Bari fu costituito il “Comando dei Carabinieri dell’Italia Meridionale”. Con la liberazione della provincia di Foggia, il Prefetto Giuseppe Pièche, già Vice Comandante Generale dell’Arma, rientrava nei ranghi e diveniva Comandante Generale del neo “Comando Carabinieri dell’Italia Liberata” (15 novembre ’43). Al generale Pièche si deve se l’Arma godette ovunque e subito della considerazione del governo, dei cittadini e della “Commissione di Controllo Alleata”. Nuova linfa fu immessa con l’arruolamento di 600 vicebrigadieri e 8mila carabinieri. Presto l’organizzazione territoriale riassumeva la tradizionale capillarità.

La terza Italia. L’Arma, anche per le note disposizioni, rimase accanto alle popolazioni (molti i carabinieri che si unirono ai “patrioti”), proseguendo l’attività istituzionale civile (ordine pubblico, polizia giudiziaria) e militare (protezione impianti, come centrali idroelettriche e di utilità pubblica). L’ordinamento verrà modificato l’8 dicembre 1943, allorché verrà inserito in quello della Gnr (Guardia Nazionale Repubblicana), nuova “Forza Armata” comprendente i resti della Mvsn (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale) e della Pai (Polizia Africa Italiana). L’11 agosto 1944 la Gnr “passava” nell’Esercito Nazionale Repubblicano, divenendone “prima Arma combattente”. In sostanza, l’Arma tradizionale venne soppressa. Ma gli uomini continuarono a rimanere tra le popolazioni, sacrificandosi e pagando con la vita per mantenere fede alla loro “spiritualità”. Basta ricordare il sacrificio di Salvo D’Acquisto e dei Martiri di Fiesole. D’altro canto le popolazioni trovavano fonte di speranza nel vedere che i “loro” carabinieri non li abbandonavano. Nella soppressione dell’Arma nacque il seguente ordinamento territoriale: Comando Provinciale Gnr e Vice Comando Provinciale con compiti amministrativo, matricolare e di deposito; Comando Raggruppamento Gnr, corrispondente al Gruppo (non Legione); Gruppo Presidi, corrispondente alla Compagnia; Presidio, corrispondente alla Tenenza; Distaccamento, corrispondente alla Stazione.

La quarta Italia fu quella nella quale l’Arma pagherà il maggior contributo di sangue, non solo da parte della resistenza ai tedeschi ma anche per mano dei comunisti slavi, che intendevano la guerra partigiana come pulizia antitaliana, con l’obiettivo di portare il confine fino al Tagliamento. Con l’ordinanza di Hitler del 10 settembre venivano costituite due zone di operazione: la Alpenvorland “Pealpi” e l’Adriatische Küstenland “Litorale Adriatico”. In esse (la “quarta Italia”, appunto), fu esclusa ogni ingerenza della sovranità della Rsi, essendo l’amministrazione civile (e politico-militare) passata sotto il controllo germanico. Mentre il 15 maggio 1944 l’Arma cessava ogni autonoma attività nei territori della Rsi (in quanto inglobata nella Gnr), nelle due zone di operazioni suddette l’Arma era alle dipendenze dirette di commissari-prefetti con dei collegamenti con comandi militari di presidio retti da quadri del già Esercito Italiano, intenzionati a tutelare l’italianità di quelle zone dall’invadenza dei comunisti slavi. Una storia quella della quarta Italia ancora tutta da scrivere.

La quinta Italia era formata invece dai territori sotto controllo dei partigiani e delle zone ove questi operavano a carattere temporaneo. L’Arma, sin dall’8 settembre, fu coinvolta nella resistenza all’aggressività tedesca, che non accettava l’armistizio italiano. Le stazioni del Sud subirono violenze da parte dei tedeschi in ritirata, contro le quali i Carabinieri reagirono pur non disponendo di armamento pesante. Moltissime le perdite. Testo di riferimento fondamentale: I Carabinieri nella Resistenza e nella Guerra di Liberazione (a cura del generale C. A. Arnaldo Ferrara, profondo storico dell’Istituzione).

A.G.