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A fronte dello stato confusionale in cui si precipitò a partire dal 25 luglio, è opportuno riportare una sintetica spiegazione espressa da Piero Pieri e Giorgio Rochat: “Per quanto possa sembrare strano (...) il governo Badoglio era stato insediato senza un programma preciso, che non fosse quello di garantire l’ordine e la continuità dello Stato; in particolare, non era stata presa alcuna decisione sull’atteggiamento da tenere verso i tedeschi e gli angloamericani. L’intero gruppo dirigente italiano, dal re ai militari, da Badoglio a Grandi e Bonomi, esitava dinanzi ad una scelta che avrebbe comunque comportato grossi rischi e grossi sacrifici. La tendenza unanime fu di guadagnare tempo; e perciò, dopo le prime proteste, i comandi italiani diedero via libera alle unità tedesche che penetravano in Italia, limitandosi a chiedere il rimpatrio di alcune divisioni italiane dalla Francia”. Per parte loro, i principali esponenti antifascisti (tra cui De Gasperi), si tennero in disparte.

Così, il governo Badoglio si troverà solo a scegliere la strada ed a prendere le decisioni. Per di più con sul collo l’alleato tedesco che si comportava (e si comporterà ancor più dopo l’8 settembre) come una “tigre ferita” che doveva uscire dalla trappola italiana. Il 26 luglio Hitler emanerà una direttiva in cui ordinava che le forze di occupazione italiane dell’Egeo passassero sotto comando tedesco e che alcune unità strategiche italiane fossero frammischiate con unità germaniche. Contemporaneamente, senza incontrare ostilità, furono fatte affluire in Italia ben otto divisioni, presidiando le principali vie di comunicazione e l’importante ferrovia del Brennero, secondo la seguente visione strategica: assicurarsi il controllo dell’Italia settentrionale (linea degli Appennini da La Spezia a Bologna) e abbandonare quella meridionale da affidare alle truppe italiane con un velo di forze tedesche. La zona nord fu affidata al maresciallo Rommel, quella meridionale a Kesselring.

Così, la decisione di stabilire contatti con gli Alleati fu presa in un clima di grande incertezza e confusione, senza una guida sicura, e le iniziative in ordine sparso, più pensando alla salvezza di persone o gruppi che in un intelligente quadro geopolitico e strategico. L’Italia, non era a terra: disponeva di oltre due milioni di uomini (bene o male) in armi. Un milione addirittura sul territorio nazionale, pienamente capaci (e motivate) ad opporsi a uno dei due potenziali nemici: angloamericani e tedeschi. Questi ultimi poi, qualora attaccati con determinazione potevano essere imbottigliati grazie soprattutto alla configurazione del terreno, specie per chiudere i passi appenninici o alpini.

Cerchiamo di riassumere la successione degli avvenimenti. La decisione di comprendere le intenzioni degli angloamericani viene presa in una riunione al Quirinale il 31 luglio, dopo il ritorno da Ankara di Raffaele Guariglia, nuovo Ministro degli Esteri, il quale si orienta verso la Santa Sede dove risiedevano sir Francis d’Arcy Osborne, ambasciatore inglese, e il rappresentante personale di Roosevelt, Myrom Taylor. Il 4 agosto viene inviato a Tangeri Alberto Berio, giovane diplomatico che sostituisce nel consolato generale il figlio del maresciallo Badoglio. A Berio, Badoglio affiderà l’incarico di dire a quel Console generale inglese cosa devono fare: “Sbarchi nei Balcani o in altra zona europea per allontanare forze tedesche dall’Italia”. Risposta di Churchill: l’Italia deve arrendersi senza condizioni, pur indorando il diktat con la promessa di termini onorevoli. Berio riferisce a Guariglia il quale risponde affermando che Berio “era autorizzato a trattare la resa incondizionata solo in cambio della certezza che l’Italia fosse considerata alleata degli angloamericani”, che neppure rispondono.

Il 12 agosto, dopo il Convegno di Bologna, Ambrosio spedisce il fido Castellano, sotto mentite spoglie, da Campbell: senza credenziali perché, qualora intercettato dai tedeschi, possa essere sconfessato. Castellano ha l’incarico di esporre la nostra situazione militare (sempre condizionata dalla presenza tedesca), ascoltare le intenzioni degli Alleati e “soprattutto dire che non potevamo sganciarci dai tedeschi senza il loro aiuto”. Badoglio non dà consegne precise. Castellano, invece, va oltre il mandato ricevuto. Il 15 fa sosta a Madrid con il console Montanari quale interprete, e si incontra con l’ambasciatore inglese sir Samuel Hoare (filoitaliano), al quale dichiara che “il governo italiano era pronto a firmare la resa incondizionata solo se gli alleati fossero sbarcati nella penisola e se le forze armate italiane avessero potuto unirsi nella lotta contro i tedeschi, purché il suo governo fosse stato informato sulle località degli sbarchi alleati”.

19 agosto: primo incontro tra Castellano, Ronald Campbell e i due delegati, incontro che E. Aga Rossi definirà degli “inganni reciproci”. Castellano pone sul piatto della trattativa un’Italia pronta al combattimento purché con un vincolo di alleanza con gli angloamericani. Ma il sogno di Castellano di tornare a Roma come “alleato” degli Alleati, sfuma miseramente; Castellano ripartirà da Lisbona il 24 e arriverà a Roma solo il 27. Nel frattempo, non ricevendo notizie da Castellano, Roatta prende l’iniziativa di mandare come suo emissario – sempre a Lisbona – il generale Giacomo Zanussi “per equilibrare e controllare il lavoro di Castellano”. L’arrivo desta diffidenza e incomprensioni.

Il 27 Castellano si incontra prima con il gen. Rossi, Sottocapo di Stato Maggiore Generale in assenza di Ambrosio, in licenza, e a mezzogiorno con Badoglio, presente Guariglia, ai quali cerca di indorare l’amara pillola dell’ultimatum. Guariglia si scaglia contro Castellano facendogli rilevare che quello che vuole vendere come “armistizio” altro non è che “resa incondizionata”, sia pure con l’evanescente “onorevole”. Il 1° settembre riunione al Viminale: si tratta di accettare o meno l’ultimatum degli Alleati. Il 3 mattina Castellano torna a Cassibile per la firma, ma privo di autorizzazione “scritta”: i rappresentanti italiani danno in escandescenze e relegano Castellano e compagnia in una tenda, in attesa della “delega” da parte di Badoglio; alle ore 15 arriva la “delega”; alle 17 firma di Castellano, a nome di Badoglio, e di Bedell Smith, per Eisenhower, il quale si limiterà ad assistere alla conclusione di quello che definirà uno “sporco affare”.

Dopo la firma altri amari calici per Castellano, che si illude ancora di far assumere all’Italia il ruolo di “alleata”. Alexander ribadisce che la capitolazione non prevede “l’assistenza attiva dell’Italia nel combattere i tedeschi”. Poi, Bedel Smith consegna (finalmente) il testo del famigerato armistizio a Castellano. Che trasale nel rendersi conto della gravità dei termini di resa: “Non so se il mio governo, conoscendo queste condizioni, avrebbe firmato l’armistizio”. Si pretese troppo dal già frastornato governo Badoglio, per di più convinto che l’armistizio sarebbe stato annunciato dopo il 12 settembre. Questo tenere a debita distanza “gli italiani” (compiti passivi e limitati) costerà molto caro agli Alleati che rischieranno il reimbarco da Salerno e ben due anni di conflitto (dal ’43 al ’45), malgrado l’aiuto partigiano che terrà impegnate le divisioni tedesche specie nell’Italia del Nord.

5 settembre: il maggiore Marchesi torna a Roma da Cassibile con: una copia dell’armistizio “corto” e di quello “lungo”; un promemoria con le direttive per la flotta da guerra (a Malta) e per le navi mercantili; le istruzioni per l’aeronautica e per le azioni di sabotaggio; un promemoria per il Servizio informazioni; l’ordine di operazioni della 82a Divisione aviotrasportata. Più una lettera di Castellano per Ambrosio, in cui puntualizza che “non gli era stato possibile avere notizie precise sulla data dello sbarco principale ma di ritenere presumibile che essa dovesse cadere intorno al 12”.

7 settembre mattina: “Il governo trasmise a Castellano e Montanari un messaggio sollecitante l’indicazione, con 24 ore di anticipo, della data in cui il Re avrebbe potuto imbarcarsi per raggiungere eventualmente la Sardegna, protetto dalla aviazione alleata (...)”.

8 settembre, ore 19,45: Badoglio legge il seguente comunicato: “Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la schiacciante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi danni alla nazione, ha chiesto l’armistizio al generale Eisenhower... La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.

Arnaldo Grilli


Approfondimenti:

I Carabinieri arrestano Mussolini


Dalla relazione “Arresto Detenzione Liberazione di Mussolini”, redatta dal generale dei Carabinieri Filippo Caruso. «...I capitani Raffaele Aversa e Paolo Vigneri vengono telefonicamente convocati verso le ore 14 deI 25 luglio nell’ufficio del ten. col. Giovanni Frignani (...) Dal Comando Generale frattanto era stato diramato l’ordine di tenere consegnati dalle 16 in poi tutti i militari dell’Arma. Alla sede del Comando di Gruppo in viale Liegi si trovavano già il Comandante Generale dell’Arma Angelo Cerica e il Commissario di P.S. Carmelo Marzano, direttore dell’autodrappello del Ministero dell’Interno (nota: il Ministero dell’Interno nulla sapeva)... «II ten. col. Frignani espone, illustra e commenta ai due capitani le modalità esecutive dell’ordine ricevuto. Poco dopo giungono il questore Morazzini, addetto alla Casa Reale, in autoambulanza con a bordo tre agenti di P.S. in abito civile e un automezzo destinato al trasporto dei 50 militari dell’Arma e si portano al Gruppo squadroni della “Pastrengo”... Qui il capitano Vigneri, al quale il superiore ha commesso in termini drastici la consegna di catturarlo vivo o morto, sceglie tre sottufficiali che dovranno prestargli man forte in caso di necessità, prima di ricorrere ultima ratio alle armi... Preceduti dalla vettura del Questore Morazzini... dopo una sosta al cancello di via Salaria vengono ancora percorsi un centinaio di metri dentro Villa Savoia». Segue la descrizione dello spiegamento delle Forze e il chiarimento delle ultime «riluttanze» per l’arresto del Duce. Tuttavia (Frignani), che di ritorno dalla villa era turbato e contrariato, si ricompone subito, ed esclama: «Noi in ogni caso lo arrestiamo ugualmente». Frignani rientra di nuovo nella villa e ne esce poco dopo con la notizia che Mussolini si trova ancora a colloquio col Sovrano e che l’arresto si farà... Il piccolo gruppo, formato dai due capitani e dai tre vice brigadieri (per la storia: Bertuzzi, Gianfriglia e Zenon), avanza e – quasi contemporaneamente – si scorge il Duce... Il capitano Vigneri gli va incontro e, stando sull’attenti, dice: «Duce in nome di S.M. il Re vi preghiamo di seguirci per sottrarvi ad eventuali violenze da parte della folla». Mussolini... risponde. «Ma non ce n’è bisogno!». «Duce», riprende il capitano Vigneri, «io ho un ordine da eseguire». «Allora seguitemi», risponde Mussolini, e fa per dirigersi verso la sua macchina. Ma l’ufficiale gli si para dinnanzi: «No. Duce», gli dice, «bisogna venire con la mia macchina»... Dinanzi all’autoambulanza Mussolini ha un attimo di esitazione, ma Vigneri lo prende per il gomito sinistro e lo aiuta a salire. Sono esattamente le ore 17,20.