Menu
Mostra menu

I Carabinieri nel Novecento italiano

Russia e Sicilia: 1943

Il Corpo d’Armata dell’Armir (generale Zanghieri) con le Divisioni Casseria (Gazzale), Ravenna (Dupont) e dietro la 27a Divisione corazzata tedesca, investito in pieno della Operazione “Piccolo Saturno” ebbe la forza di resistere 48 ore. «Le nostre divisioni fecero l’impossibile per far fronte all’avanzante falange corazzata sovietica. Degna di menzione la Divisione Ravenna: tremila fanti vennero letteralmente schiacciati sulle loro posizioni e l’artiglieria divisionale fece miracoli durante la fase di ripiegamento» (De Risio). Mentre alcuni reparti furono bloccati nella prima sacca, altri iniziarono il ripiegamento.

A metà gennaio, l’offensiva sovietica era al suo massimo sforzo, con un duplice obiettivo: raggiungere Karkov e avvolgere dal nord il gruppo delle armate sul Don (la II Unità ungherese, l’Armir, i resti della III romena) per impedire il ripiegamento del gruppo d’armate tedesco che si trovava nel Caucaso. Il 13 gennaio si frantumava il settore della II Armata ungherese, le cui unità abbandonavano le posizioni mentre il XXIV Corpo corazzato tedesco veniva travolto. Il fianco sinistro del nostro Corpo Alpino era quindi completamente scoperto come sul fianco destro. Venne portata a termine la seconda sacca dell’Armir. Il Corpo d’Armata alpino, perduta la debole ma eroica Divisione “Vicenza” (16 gennaio), chiusa anche al tergo, dovette arretrare, seppure l’ordine ufficiale di ritirata avvenne solo il 25.

Uno schieramento tedesco nella steppaI prigionieri furono sottoposti a marce forzate a 30 gradi sotto zero, senza cibo né riparo nella notte, prima di giungere agli scali ferroviari dove vennero stipati in piedi in 100 ogni vagone. Poi, l’arrivo nei famigerati lager, senza riparo, cure mediche e praticamente affamati. Insomma, assassinati con “metodo”, come era avvenuto per le stragi degli ufficiali polacchi a Katin e contro le varie popolazioni assoggettate in combutta con Hitler.

In questi “campi” avvenne l’ecatombe. Secondo l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito: «Le forze presenti e operanti all’inizio della battaglia ammontavano complessivamente a 229mila uomini. Detratto da tale cifra il numero dei feriti e dei congelati rimpatriati, pari a 29.690, restano 199.310 combattenti. Alla conclusione della battaglia mancavano all’appello 84.830 uomini. I superstiti furono dunque 114.485. L’Urss ha restituito 10.030 prigionieri. Il numero dei combattenti dell’8a Armata che non sono tornati in Italia dal fronte russo ammonta pertanto a 74.800. Nessuno, né da parte italiana né da parte sovietica, ha potuto indicare quale fosse, in questa cifra, il numero dei morti e il numero dei dispersi».

Gli ultimi 12 prigionieri vennero “scaricati” nell’Ost-Banhof di Vienna il 12 febbraio 1954. Tra questi il colonnello Russo, il capitano Magnani, eroico combattente della “Julia”, il capitano dei Carabinieri Jovine, il maggiore Massa e il tenente medico Reginata (il quale scriverà un saggio-documento sulle nefandezze compiute sui prigionieri di guerra).

Il 31 gennaio l’Armir cessava ogni attività operativa. I ventimila reduci furono inquadrati in due divisioni ricostituite, “Cosseria” e “Ravenna”, nel quadro di un eventuale nuovo II Corpo d’Armata. Dal 10 al 20 febbraio, il 6° Reggimento bersaglieri del colonnello Mario Carlonì e gli artiglieri della Sforzesca combatterono a Pavlograd.

luglio 1943, le truppe alleate sbarcano in Sicilia A partire dall’8 marzo, incominciava l’operazione “rientro”, che si concludeva il 30 marzo per tutti i Corpi d’Armata tranne che per il II (si era ipotizzata la ricostituzione con nuove forze al comando del generale Arnaldo Forgiero). Dal 22 aprile al 22 maggio 1943 anche il II Corpo rientrava in Italia. Dopo l’armistizio del 1943 un centinaio di soldati già dell’Armir, che si trovavano in Polonia o in Romania, fu inquadrato in un battaglione misto e combattè a 60 km a sud-est della zona di Kiev (tra di essi il capitano ventottenne Ugo D’Amico Reitano che cadrà in combattimento il 28 dicembre 1943).

Il 7 dicembre 1950, ad una richiesta fatta dall’Onu sulla sorte dei 63.654 prigionieri non ancora rimpatriati, il delegato sovietico rispose senza reticenze che il suo governo avrebbe impedito qualunque tentativo concernente la raccolta di prove e di elementi circa la sorte di tali prigionieri. Problema insoluto ancora oggi.

L’INVASIONE DELLA SICILIA. Lo sbarco alleato nell’isola fu deciso nella conferenza di Casablanca (14-24 gennaio ’43) a fronte di altre due ipotesi: sbarco in Provenza e a nord di Roma dopo l’occupazione di Sardegna e Corsica; oppure nei Balcani, impedendo così all’Unione Sovietica l’occupazione di mezza Europa. A Casablanca, inoltre, venne sancito il principio della “resa incondizionata”, che escludeva (caso unico nella storia) possibilità di negoziati. Da qui, la “resistenza ad oltranza” da parte di Germania e Giappone.