Menu
Mostra menu
La ritirata dell’Armata Italo-Tedesca fu una «pura e grande operazione militare. Montgomery, con una forza quattro volte superiore, non riuscirà a conseguire l’obiettivo fissatogli da Churchill di “catturarla e annientarla” prima che potesse raggiungere la frontiera tinisina» (G. Roberti). La terza battaglia di El Alamein poteva considerarsi conclusa. Ma essa non fu nemmeno lontanamente un’altra Waterloo. Anzi: «Per noi italiani e per i tedeschi di Rommel fu un momento di splendore militare che non può e non dovrà essere dimenticato» (Franco Bandini).

IL FRONTE RUSSO. Sul Fronte Russo, il 19 novembre iniziava la tragedia degli oltre 230mila uomini dell’Armir del generale Italo Gariboldi. Intere armate della riserva strategica sovietica da tempo si preparavano, potentemente supportate dai rifornimenti angloamericani. Il 23, dopo la resa senza combattere di cinque divisioni rumene, le due branche della tenaglia sovietica si chiusero a Kalac, isolando la 6a Armata di von Paulus e parte della 4a dal resto della Wermacht. Iniziava la battaglia di Stalingrado.

I nostri soldati, male equipaggiati e quasi privi di armi controcarro, fecero l’impossibile, resistendo e contrattaccando oltre ogni limite umano. Il 19 dicembre il II Corpo d’Armata italiano non esisteva più, gli uomini chiusi in una “sacca” o in ritirata: oltre 10mila i prigionieri (che verranno trattati con modi disumani).

Dopodiché i sovietici dilagarono in profondità, lasciando intatto il Corpo d’Armata Alpino contro cui si scaglieranno a metà gennaio. Tanto per cambiare, Hitler, si era rifiutato, all’inizio dell’attacco, di effettuare una manovra in ritirata che avrebbe potuto salvare l’Armata di von Paulus. Con le note conseguenze.

L’EROICA CAMPAGNA DI TUNISIA. Diciamo le cose come stanno: gli Alleati non brillarono in Tunisia e gli italo-tedeschi, in ritirata di 2.500 km da El Alamein, si comportarono da veri combattenti. «Lo spirito combattivo delle truppe era intatto: un vero miracolo dopo così lunga serie di rovesci» (Rommel). E il Maresciallo Messe: «L’operazione che ha consentito di mettere in salvo su una sola strada e per circa 2.500 km la massa dell’Acit è stata portata a termine attraverso uno sforzo grandioso, che costituisce un titolo di merito per coloro che l’hanno diretta e compiuta».

Il 14 febbraio 1943 Rommel sferrerà l’Operazione “Vento di primavera” nella zona di Kasserine con tre divisioni corazzate e la “Centauro”. Viene travolta la 1a Divisione corazzata e una divisione di fanteria Usa. Nei durissimi combattimenti cade il Comandante del 7° Bersaglieri, colonnello Bonfatti. Gravi le perdite degli Alleati: circa 10mila uomini, tra cui 7mila Usa, e 165 carri; elevato il bottino di guerra. Modeste le perdite italo-tedesche: circa 200 uomini.

Il generale britannico Alexander impegnato insieme a Montgomery ad El Alamein contro l'Armata italo-tedescaDopo Kasserine, Rommel volle attaccare l’8a Armata di Montgomery in fase di schieramento sulla linea del Mareth. Ma “Monty” si era preparato grazie alle intercettazioni del codice tedesco “Enigma”. Per di più, l’offensiva venne spostata da fine febbraio al 6 marzo. Venuta a mancare “la sorpresa”, l’attacco fallirà, malgrado la preparazione di Messe, che aveva assunto il comando della 1a Armata italiana, già Acit, e l’impegno eroico delle divisioni “Trieste” e “Spezia”.

Di fronte alla barriera difensiva di Montgomery, Rommel e Messe decidono, il 7, di desistere. Rommel lascerà il comando del Gruppo di Armate a von Armin (rientrerà a Berlino, ammalato e deluso) e la 1a a Messe (per l’aviazione, una cinquantina di apparecchi da caccia Macchi 200).

I soldati italiani, oramai consapevoli che tutto è finito, continueranno a battersi, nelle tre battaglie di Tunisia, con indubbia tenacia in «un centro di resistenza con centinaia di migliaia di combattenti ancora straordinari nella loro dedizione» (Montanelli-Cervi). Non solo, ma i primi a cedere saranno i tedeschi, mentre “i ragazzi di Messe”, ricevuto l’ordine da Mussolini, cederanno le armi due giorni dopo, pressati, attaccati e bombardati da ben due Armate: la 1a anglo-americana e l’8a di Montgomery.

Ecco, in sintesi, le “nostre” tre battaglie di Tunisia con l’eroico generale Messe. La prima, sulla linea del Mareth (18 marzo) con l’Operazione “Pugilist” di Montgomery, in due fasi: contro la “Trieste”, la “Giovani Fascisti” e la 90a Leggera. Monty viene respinto con gravi perdite. Tenta un’altra strada “aggirante” a El-Hamma, difesa dal 7° Bersaglieri, dai tedeschi del “Reggimento Africa”, da un Battaglione “M” (morirà il comandante) e dal Raggruppamento “Sahara”. L’8a Armata verrà sconfitta e dovrà ritirarsi. Così Messe potrà retrocedere sulla linea dell’Akarit (27 marzo) conservando la propria efficienza. Montgomery non demorde: voleva arrivare per primo a Tunisi (i “maccaroni” italiani glielo impediranno). Il 5 aprile attacca la linea dell’Akarit con oltre 500 carri: violenti contrattacchi della “Trieste”, della “Spezia” e del 15° Panzer. Si distingue, tra tanti, il tenente Pietro Corsini (futuro Comandante Generale dell’Arma), della Compagnia “Arditi Paracadutisti”.

Neanche sulla linea dell’Akarit “Monty” riuscirà a passare! Malgrado la strenua resistenza nel settore della “Centauro”, Messe decise di ripiegare sulla terza ed ultima linea difensiva di Enfidaville (oltre 200 km), che raggiungeva pressoché incolume il 12 aprile. «I nostri soldati, sottoposti a bombardamenti di ogni tipo e ad attacchi violenti, non arretrarono». Montgomery continuerà ad attaccare violentemente. La sera del 23, Messe alle sue truppe: «La prima fase della battaglia di Tunisi è finita con la nostra completa vittoria...».

Montgomery scatenerà il 24 un’altra offensiva, spostando la linea d’attaco principale sulla costa. Fu un inferno di fuoco, Montgomery impegnò tutta l’8a Armata. Altra sconfitta: «Un deciso attacco lanciato il 24 aprile aveva dimostrato che le posizioni di Enfidaville erano troppo salde per essere conquistate senza gravi perdite» (Messe). Stessa considerazione di Churchill e Alexander, che tolsero a Montgomery forze da destinare al fronte nord, relegando lo sconfitto “Monty” a «operazioni locali». «Dal 6 maggio in avanti i tedeschi entrarono in crisi... Gli italiani rivelarono un maggior spirito d’iniziativa: in più di una occasione si mostrarono indignati quando i loro camerati tedeschi si arresero. Alcuni di loro volevano continuare a combattere la loro guerra fino alla morte...» (A. Moorehead).

Il mattino del 9 i tedeschi del settore nord si arrendevano, mentre il ridotto di Messe si batteva strenuamente. Nel ridotto di Enfidaville continuano a resistere agli attacchi violenti da ogni parte soltanto gli italiani. Alle ore 11,15 del 12 maggio telegramma di Mussolini a Messe: “Cessare combattimento. Siete nominato Maresciallo d’Italia. Onore a voi et vostri prodi”.

Montgomery, bilioso per la mancata conquista di Tunisi, rifiuterà “l’onore delle armi” e affiderà i prigionieri alla “custodia” dei marocchini-francesi.

Arnaldo Grilli


Approfondimenti:

L'Arma combatte

FRONTE BALCANICO. Il 1942 e il 1943 nei Balcani furono anni cruciali per i Carabinieri, che, impegnati contro agguerrite formazioni ribelli, isolati in zone pericolose, tennero comunque fede ai compiti loro affidati. Nel giugno del 1942, il XXII Battaglione sostenne l’urto di un attacco a Kistanie, e, nel sanguinoso scontro, morirono il capitano Umberto Buonassisi e alcuni carabinieri di scorta. La situazione, specie verso la fine del 1942, si fece complessa e rischiosa anche perché la lotta andava assumendo forme barbariche, malgrado le truppe italiane, e per primi i Carabinieri, i più esposti alla guerriglia, convinti di quanto potesse essere invisa la loro posizione di forze di occupazione, cercassero di evitare ogni motivo di provocazione mantenendo un contegno il più possibile corretto.

FRONTE RUSSO. Dopo la controffensiva dell’estate tedesca del 1942, venne l’impetuosa offensiva sovietica. Attraverso 800 chilometri di steppa gelata, con temperature spesso al di sotto di -50 gradi, ufficiali, sottufficiali e carabinieri non furono soltanto di esempio nel sopportare le più dure sofferenze, ma eseguirono sino all’ultimo i loro servizi, sempre più rischiosi e difficili.

Durante l’arduo, estenuante ripiegamento di una grande unità, in un momento critico – a causa del definitivo accerchiamento che stava per compiersi da parte delle divisioni sovietiche e del micidiale fuoco di artiglieria che martellava i resti della Divisione “Torino” –, il carabiniere Giuseppe Plado Mosca inforcò un cavallo e, agitando un drappo tricolore, si lanciò in mezzo al nemico. Alcune centinaia di uomini colsero l’incitamento ed effettuarono un travolgente assalto all’arma bianca, riuscendo ad aprirsi un varco. Al carabiniere Plado Mosca, caduto nell’azione, fu concessa alla memoria la Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Le perdite dell’Arma nella campagna di guerra in Russia furono enormi. La Medaglia d’Oro al Valor Militare fu concessa anche al capitano Dante Jovino e al tenente Salvatore Pennisi. Combattenti fra i più audaci, sempre alla testa delle proprie sezioni, caddero prigionieri del nemico, rimanendo in Russia ben undici anni.

Alla Bandiera dell’Arma fu concessa la Medaglia d’Argento al Valor Militare per aver tenuto fede anche in terra di Russia alle sue nobili tradizioni militari sublimato dal sacrificio di mille caduti. Umberto Rocca

Umberto Rocca