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La rivolta contro il Positivismo. L’Ottocento era stato dominato dalla cultura positivista, per la quale non esiste altra realtà oltre quella materiale. In tale contesto, la vita degli uomini era regolata da leggi naturali immutabili. Il loro destino era quindi determinato da forze esterne alla volontà individuale (determinismo). La scienza e il progresso erano le sole forze a garantire l’evoluzione dell’uomo e della società (materialismo); nessuna considerazione per i sentimenti, le aspirazioni, l’intelletto creativo.

Nell’ultimo decennio del secolo, però, si diffusero altre correnti culturali, tendenti a una decisa rivalutazione delle capacità dell’uomo di intervenire sul proprio destino. Tali correnti culturali erano il prodotto di una crisi del secolo, derivante dalla delusione per le speranze suscitate e non realizzate dall’illuminismo (soprattutto il trionfo della Ragione) e, quindi, dal positivismo.

Secondo questa concezione, lo Spirito era il fondamento e la realtà ultima dell’Universo, indipendente e opposta alla materia, al di sopra delle leggi meccanicistiche, sulla base di una credenza in una sfera superiore che regola il destino ultramondano dell’uomo.

Questo passaggio dalla fiducia positivistica nelle «magnifiche sorti e progressive», garantite da presunte leggi obiettive, a una filosofia spiritualista, fu accompagnato da un’ondata d’irrazionalismo, che metteva al centro della Storia il singolo e, al limite, la personalità eroica.

I principali vettori filosofici del rinnovamento culturale italiano furono: il neoidealismo di Croce e di Gentile, il vitalismo, il pragmatismo, il pensiero di Nietzsche, che con la denuncia della «morte di Dio» e del tramonto della civiltà europea esalterà il “Superuomo”.

A questi “filosofi dello Spirito” si aggiungeranno i sostenitori di una nuova scienza politica, critici verso i regimi democratici (Pareto, Mosca), preoccupati di controllare le masse (Le Bon) e di orientarle nel quadro dell’agitazione politica. In questo quadro va considerata la “teoria del mito” (Sorel), inteso come forza vitale per realizzare nuovi modelli politici e una visione del mondo diversa da quella liberaldemocratica, sino ad allora dominante.

La Modernizzazione. Malgrado le “questioni” che rallentavano il processo di modernizzazione, malgrado le spese militari per la campagna del 1876, i Governi liberali, a partire dal ventennio 1860-1880, riuscirono a intervenire in modo incisivo su molti dei problemi che affliggevano l’Italia.

Lo Stato era caratterizzato da un’estrema povertà di materie prime e di energia, al contrario di altri Paesi europei più ricchi. Il sistema delle comunicazioni interne (rete ferroviaria), al 1860, era di 2.175 km contro i 9.000 della Francia e i 17.500 della Gran Bretagna. Nel 1880 la rete ferroviaria era di 8.173 km; la viabilità ordinaria era passata da 22.500 a 35.000 km: le tramvie a trazione meccanica da 8 a 705 km; gli uffici del servizio postale da 1.632 a 3.328; la rete telegrafica da 9.900 a 26.000 km.

In questo periodo le entrate tributarie ordinarie erano salite dai 450 milioni del 1862 ai 1.086 del 1880. Il peso maggiore gravava soprattutto sull’agricoltura, ma il denaro venne ben speso, oltre che per i settori indicati, per l’organizzazione dello Stato unitario: unificazione militare, amministrativa, legislativa, doganale, monetaria, finanziaria, del sistema scolastico, di quello sanitario; a questo bisogna aggiungere gli incentivi allo sviluppo industriale.

Va dato atto alla Destra storica (e anche alla Sinistra, dopo il 1876) di non aver precorso i tempi. Vanno riconosciuti i meriti di Quintino Sella che, nel 1871, lanciò il programma delle “economie fino all’osso” e a Marco Minghetti che, nel 1875, dopo la “politica della lesina”, potrà annunciare che il disavanzo dello Stato era sceso da 200 ad appena 40 milioni di lire!

Già nel 1872 lo sviluppo si era intensificato nei settori dell’industria metalmeccanica e cantieristica. La produzione di ferro e acciaio raggiunse le 49mila tonnellate; venne ampliato il porto di Genova; realizzato il traforo del Gottardo; attuati le bonifiche emiliane e l’arginamento dei fiumi. A Milano, Pirelli aprì l’industria per la fabbricazione della gomma. Cresceva anche l’industria alimentare (Cirio, Rossi, Branca). Nel 1878 fu approvata la legge per la bonifica dell’agro romano; nel 1880 venne finalmente abolita la tassa sul macinato.

Nel decennio 1891-1900, con l’aumento della scolarità elementare, gli analfabeti scesero dall’80 del 1863 al 48 per cento; la popolazione aumentò da 31.587.000 a 33.569.000 unità.

A partire dal 1896, si assistette a un «grande slancio industriale». Aumentò l’urbanizzazione (più del 60 per cento nelle principali città), grazie anche allo sviluppo dell’artigianato e delle attività di servizio. Gli espatriati, a fine secolo, in media erano ancora purtroppo intorno ai 283mila l’anno (si avevano però dei “ritorni” in valuta pregiata da parte degli emigranti). Nel 1896 iniziò la produzione dell’acciaio, grazie a cinque moderni forni da 20 tonnellate. L’11 luglio 1899, a Torino, nasceva la Fiat.

«Bisogna fare gli italiani». Subito dopo l’Unità fu D’Azeglio a dichiarare che ora «bisognava fare gli italiani». Secondo la maggior parte degli storici tale progetto sarebbe fallito. Da ciò discendono le critiche agli artefici dell’Unità d’Italia, i discorsi su quanto avrebbero dovuto fare e sul modo di procedere in quelle e in queste circostanze. Il più delle volte omettendo che, nelle condizioni brevemente riassunte, gli uomini della Destra storica e poi quelli della Sinistra, malgrado i loro limiti, a fronte di una certa incapacità di realizzare movimenti spirituali di largo respiro, riuscirono comunque a compiere miracoli. Anzi, l’intero processo unitario può essere definito un vero e proprio “miracolo”.

In questa sede si considerano dunque più aderenti alla realtà le analisi di quanti, nella comparazione dei processi costitutivi di altri Stati, sottolineano l’eccezionalità della situazione delle popolazioni italiane, arretrate, provinciali, devote a granduchi, principi, legati pontifici, baroni senza spada. Popolazioni che vivevano in confini di mini-Stati, nel terrore che suscitavano sbirraglie e tagliagole (almeno lo Stato Sardo porterà ovunque la serietà dell’Arma dei Carabinieri, nati dal Regno d’Italia napoleonico e con un Regolamento da monaci-soldati). Popolazioni che ben conoscevano le regole della sudditanza all’ombra della forca. Popolazioni che, malgrado tutto, si sentivano realizzate nel loro piccolo, nella gerarchia sociale, nel quieto vivere. Ma non nelle province meridionali, per le quali Cavour, in punto di morte, invocava la redenzione dei «poveri napoletani, che non hanno colpe perché sono stati mal governati...».

Va anche considerato, tra i tanti problemi quello della lingua, conosciuta e parlata da non più di 630mila persone, pari al 2,5 per cento della popolazione.

Altrettanto poco è stato valutato lo stato di insicurezza che caratterizzava quei «poveri governanti», completamente impreparati ad affrontare i problemi e le “questioni” sommariamente indicate. Insicurezza dovuta sia a situazioni interne che internazionali, così descritte: «I Borboni di Napoli erano a Roma, ospiti del Papa, e sovvenzionavano la rivolta del Sud coniando denaro e arruolando mercenari. Il Papa lanciava anatemi contro il Nuovo Stato e ne scomunicava gli artefici. I granduchi e i duchi dell’Italia centrale aspettavano in esilio, pronti ad approfittare del primo errore per rientrare in possesso dei loro stati. L’Austria aveva ceduto la Lombardia alla Francia, non al Piemonte, un gesto che negava all’Italia il titolo e i diritti della vittoria. Solo l’Inghilterra aveva favorito l’unità, e la sua forza era bastata a impedire che le Potenze europee s’ingerissero nelle vicende della Penisola durante la fase più cruciale».

Gli uomini che governavano l’Italia d’allora sapevano che alla prima occasione propizia i partigiani della restaurazione avrebbero chiesto la convocazione di un Congresso europeo da cui tutto sarebbe uscito fuorché la conferma dell’unità nazionale.

Per di più, all’opposizione cattolica si deve aggiungere l’opposizione allo Stato unitario da parte del Socialismo: anarchico prima e massimalista internazionalista poi. Un Socialismo che rifiuterà lo Stato, la Nazione, la Patria. A differenza degli altri socialismi (specie l’inglese ed il tedesco), che, sin dalla loro nascita, saranno parte integrante della nazione.

Ciò malgrado l’Italia si fece!

Soprattutto grazie allo spirito laico di Mazzini e dei liberali che seppero, per grandi linee, interpretare il progetto di Cavour. Uno spirito, quello mazziniano, alla base di una “missione” storica che sarà la forza del mito colonialista e dell’irredentismo.

La politica liberale, troppo presa a far quadrare i conti, a fronte dei debiti degli Stati preunitari e dell’immensa e coraggiosa opera di modernizzazione, nonché a difendersi continuamente dall’opposizione cattolica e dal socialismo rivoluzionario, perderà nel tempo la propria spinta risorgimentale. Emarginata, l’ala repubblicana mazziniana e garibaldina (che invece andava assorbita come fece Cavour col famoso “connubio”) si ritrovò costretta a gestire le sole funzioni amministrative. L’idea mazziniana resterà in minoranza per tutto l’Ottocento, per riprendere vigore nei primi anni del Novecento con il “mito” dello Stato Nuovo come elemento di continuità del Risorgimento.

Arnaldo Grilli