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Carabinieri nel Novecento italiano

L'alba del secolo - parte 2^. 1861-1900

Milano, maggio 1898:Nel 1861 nasceva il nuovo Stato, ma diverse problematiche tormentavano i suoi artefici. Problemi che, col tempo, sono stati definiti “questioni”, problemi ancora oggi presenti sul territorio nazionale.

La “questione sociale”. Già dalla metà dell’Ottocento si apriva il dibattito sui rapporti tra “capitale e lavoro” e sulla posizione che lo Stato deve assumere, a fronte della conflittualità che questi rapporti inevitabilmente determinano. Tale questione può essere schematizzata facendo riferimento a quelle coordinate politiche che, in tempi e situazioni differenti, misero di fronte le Società Operaie, le posizioni liberali e le idee socialiste.

Le Società Operaie erano sorte nel Regno di Sardegna, già prima del 1859, con il prevalente obiettivo di offrire attività assistenziale e mutuo soccorso. In tale contesto verranno a formarsi due correnti: una moderata o “liberal-progressista”, che voleva escludere le Società dalla sfera politica; l’altra, d’ispirazione mazziniana, decisamente orientata verso l’interventismo politico.

La resa dei conti tra le due dottrine ebbe luogo a Firenze il 27 settembre 1861, al IX Congresso delle Società Operaie, nel quale la maggioranza democratica-mazziniana si impegnò a lottare in favore del suffragio universale, dell’istruzione laica e obbligatoria e dell’unificazione di tutte le Società Operaie. Nel programma si rifiutava il ricorso allo sciopero. Opponendosi a questa visione, la componente moderata abbandonò il Congresso dando vita a una nuova organizzazione. Al Congresso di Napoli (25-27 ottobre 1864), in contrasto con i principi della I Internazionale Socialista, fondata a Londra su ispirazione di Karl Marx, i delegati approvarono l’Atto di Fratellanza delle Società Operaie italiane di ispirazione mazziniana.

In questa cornice storica le posizioni liberali rappresentavano la seconda importante tradizione politica. Già nel Parlamento Sardo si distingueranno i Liberali di Destra e i Liberali di Sinistra. La Destra si ispirava al liberalismo conservatore inglese (Tory), fautore del libero mercato e del non intervento dello Stato. La Sinistra, invece, era riformista (Whig), favorevole cioè all’intervento statale e ad una “legislazione sociale” che salvaguardasse la parte più debole. In Italia, la Destra Storica governerà fino al 1876, allorché subentrerà la Sinistra Storica.

Le idee socialiste si riveleranno le coordinate più incisive ed efficaci nella lotta tra capitale e lavoro, ma si caratterizzeranno per il settarismo, la violenza rigeneratrice e l’antidemocraticità di alcune correnti. La conflittualità interna al Movimento vedeva opporsi due linee, in disaccordo sulla strada da seguire per realizzare il Socialismo: quella rivoluzionaria (i comunisti anarchici e i comunisti marxisti) e quella riformista (democratico-parlamentare).

Purtroppo, sia pure con alterne fortune, la linea rivoluzionaria, antistatale e internazionalista, insurrezionalista con tendenze millenariste, condizionerà l’evoluzione dell’idea di Socialismo nel contesto della dialettica democratica, al contrario di quanto avverrà in altri Paesi (specie in Inghilterra e in Germania). Non solo: il socialismo rivoluzionario, proponendosi come unico interprete dell’evoluzione della Storia, considererà i socialisti democratici come i principali nemici da combattere, e non solo sul versante ideologico.

L’avvio di un progetto “socialista” in Italia era avvenuto prima del 1848 ad opera di Carlo Pisacane, che contestava l’approccio spirituale-romantico di Mazzini, nel nome del materialismo, del positivismo e dell’ateismo, preferendo una linea d’azione socialpopulista a quella di un’azione politica razionale e organizzata. In sostanza, Pisacane s’ispirava al pensiero anarchico di Proudhon e Buonarroti, ripreso e ampliato da Michele Bakunin, che proponeva come idea fondamentale per la «rigenerazione dell’umana società» l’abolizione dello Stato attraverso la lotta armata. Nell’attesa dell’occasione storica favorevole all’insurrezione violenta, Pisacane sosteneva anche l’opportunità di praticare una forma di astensionismo politico.

Così, un’altra fetta di società si opponeva al nascente Stato Unitario, aggiungendosi a quella, consistente, del movimento cattolico. Il comunismo anarchico dichiarerà guerra allo Stato, nel Manifesto del 1874 del Comitato Italiano per la Rivoluzione Sociale: «Noi, in nome dell’umanità conculcata delle vittime del capitale, delle moltitudini affamate, in nome del diritto, in nome della scienza; per l’odio che abbiamo innato per ogni tirannide; per l’amore che portiamo alla Giustizia: alla reazione trionfante che ci calpesta; alla monarchia di diritto divino, alla repubblica borghese; al Capitale, alla Chiesa, alo Stato, a tutte le manifestazioni della vita attuale dichiariamo guerra».

E guerra sarà: prima tra gli internazionalisti anarchici e i repubblicani mazziniani, poi tra i comunisti anarchici e i comunisti marxisti, i quali, pur avendo gli stessi obiettivi degli anarchici (abolizione dello Stato, comunità di eguali) predicavano una prassi diversa: elogio della violenza della lotta di classe, insurrezione legata al crollo del capitalismo, dittatura del proletariato per la costruzione del Socialismo prima e del Comunismo, a livello mondiale e per tappe successive, poi. In questa “guerra” rientrano i moti di Milano del 6-7 maggio 1898, repressi nel sangue, durante il Govemo di Rudinì.

La grave situazione economica del Paese, resa ancora più spaventosa dall’enorme impiego di risorse destinate a realizzare i “sogni” coloniali (stroncati dalla sconfitta di Adua del 1896), aveva trasformato la società italiana in una polveriera. L’arresto di un operaio della Pirelli provocò un’insurrezione generale, sfociata in una repressione sanguinosa. In tutti i quartieri di Milano sorsero barricate e i soldati del generale Bava-Beccaris ricevettero l’ordine di sparare sui dimostranti e sulla folla inerme, causando, secondo le stime ufficiali, 80 morti e 450 feriti (valutazioni non ufficiali parlano di circa 300 morti). I più significativi esponenti della sinistra milanese (Turati, Kuliscioff, Caldara, Lazzari) furono processati e condannati come istigatori dell’insurrezione. I fatti di Milano ebbero una grave conseguenza. Il 29 luglio 1900, al ritorno da uno spettacolo, il re Umberto fu colpito da tre colpi di pistola. Sul posto, con l’arma del delitto, fu arrestato l’anarchico Gaetano Bresci (suicidatosi, nel carcere di Santo Stefano, il 22 maggio 1901).