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I Carabinieri nel Novecento italiano

La Guerra diventa totale

Sul fronte mediorientale molte vicende furono risolte con sistemi sbrigativi e per finalità non sempre nobili. Vediamo brevemente. Innanzitutto l’Impero ottomano venne diviso, tra Francia e Gran Bretagna, in tanti Stati, ma senza tener conto delle correnti “religiose” (sciiti, sunniti, ed altri) e “nazionali”, e lasciando soprattutto insoluto il contenzioso tra arabi e sionisti nella Palestina.

Il generale francese Charles De Gaulle, comandante della 'Forza M'Da tale situazione nasceranno i movimenti politici irridentisti, che guardarono all’Italia e alla Germania come futuri “liberatori”: il partito Baath (Iraq, Siria-Libano) e l’organizzazione rivoluzionaria “Ufficiali Liberi” in Egitto. Italia e Germania presero contatti con i movimenti religiosi (Gran Muftì di Gerusalemme) e politici (Egitto, Iraq, Siria-Libano e Iran). Rommel, si fece promotore di una strategia insurrezionalista antibritannica, per indurre Hitler verso l’area mediorientale, passando per la Turchia. Il progetto prevedeva la rinunzia all’invasione dell’Urss, ma Hitler rifiutò, oramai fissato per l’attacco all’Est: la Turchia ci stava, però chiedeva la Crimea che, invece, il Führer voleva “germanizzare”. L’Italia, sposava la causa filo-araba, continuando a brandire “la spada dell’Islam”, in funzione antisionista e antibritannica.

Molte le buone intenzioni, ma poche le iniziative concrete, che, invece, furono prese dagli inglesi, e con mano pesante. Tra queste, la guerra anglo-francese iniziata con l’attacco da parte inglese alla flotta francese nel porto di Mers-El-Kebir (Orano). L’operazione dell’ex alleato costerà ai francesi oltre 1.200 morti e centinaia di feriti. La guerra “anglo-francese” continua nell’Africa occidentale francese e diventa la guerra anglo-franco-francese, perché la Gran Bretagna tenta di sbarcare a Dakar la “Forza M”, comandata dal generale De Gaulle (23 settembre ’40). Le forze di Petain reagirono ai tentativi di sbarco per tre giorni, danneggiando, tra l’altro, la corazzata Resolution. Le forze anglo-francesi, sconfitte, tornarono in Inghilterra. La guerra continuerà in Siria-Libano (8 giugno-19 luglio ’41) che verrà attaccata dalla Palestina e dalla Transgiordania dalla 7a Divisione australiana, dalla 4a Brigata indiana e da 5.000 gollisti al comando del generale Legentilhomme. Non fu una “scampagnata”, però il 14 luglio, autorizzato da Petain, il generale Dentz firma la capitolazione: 32.048 soldati di Vichy optano per il rientro in Patria mentre circa 5.000 preferiscono la Francia di De Gaulle.

In Egitto ci sono vari tentativi per un’insurrezione antibritannica guidata dai “Giovani Ufficiali”: tutte falliscono grazie alle manovre dell’intelligence britannica. La stessa tecnica risulterà vincente in Palestina, la quale, già nel 1939 si era impegnata a costituire due Stati: uno palestinese (due terzi del territorio) e uno ebraico (un terzo), ma entro dieci anni. L’Italia entra nel gioco: in un primo tempo fu filo-ebraica, tanto da intervenire presso il Führer per l’espatrio a Londra di Sigmund Freud, poi filo-araba, tanto che nell’ottobre del ’41 riceverà a Roma, con gli onori di Capo di Stato, il Gran Muftì di Gerusalemme – tra l’altro progettò la costituzione di una “legione araba” –. L’Inghilterra, giocando in casa, riassumerà il pieno controllo, sempre dividendo e imperando tra ebrei e palestinesi.

Anche in Medio Oriente, l’Asse non saprà giocare la carta del ribellismo antibritannico. L’Italia non saprà assicurarsi l’appoggio dei “Giovani Ufficiali” egiziani che, all’inizio del conflitto, avrebbe facilitato la marcia verso Suez. Un progetto simile poteva concretizzarsi solo con una chiara visione politico-militare. Che non ci fu. L’Italia fu notevolmente impegnata sul fronte mediterraneo ed atlantico con vicende eroiche, nascoste e sottovalutate, e tragedie sfortunate. Siamo costretti alla sintesi, non adeguata per esaltare il sacrificio dei “soldati da mar”. La nostra flotta era la quinta del mondo, ma alle indubbie qualità umane facevano riscontro fattori negativi: debolezze tecnologiche (mancanza del radar, artiglierie con sistemi di punteria e munizionamento “deboli”); incertezze nelle strategie di attacco; visione non unitaria: il non impiego a “branchi” – come quelli tedeschi – della flotta subacquea forte di oltre 150 sommergibili; sottovalutazione delle capacita dei “maiali” o “siluri a lenta corsa”; infine, mancato coordinamento con l’Arma aerea in assenza di portaerei. Tali deficienze furono aggravate dal fatto che gli inglesi disponevano del sistema di decrittazione “Ultra”, in grado di leggere in tempo reale i messaggi trasmessi dal cifrante tedesco “Enigma”.

Sottomarino italiano impegnato in operazioni nel MediterraneoLe nostre maggiori sconfitte furono conseguenti non tanto all’abilità navale britannica ma alle loro possibilità di conoscere i nostri movimenti, grazie a “Ultra”. In totale, nel Mediterraneo e nell’Atlantico (circa 30 sottomarini nostri a Bordeaux), le marine alleate subiranno perdite per 900mila tonnellate. Anche sul mare i combattenti italiani compirono quindi il loro dovere, pur con le deficienze sommariamente indicate, offrendo alla Patria il doloroso contributo di migliaia di Caduti. Sui quali, volutamente, venne esteso un velo di silenzio che da poco comincia ad aprirsi per il riformarsi di quella “memoria condivisa” auspicata dal Presidente Ciampi.

IL FRONTE INTERNO E L’ECONOMIA DI GUERRA (1941). Diciamo le cose come stanno: nel 1940 e ’41 nessuno si accorse che eravamo in guerra. In estate le spiagge erano affollate, i treni popolari funzionavano, teatri e cinema pure, le restrizioni alimentari non si avvertivano, le esenzioni per i “richiami” erano accessibili, le incursioni aeree limitate e poco devastanti, il “glorioso alleato germanico” stravinceva, le opposizioni si limitavano al consueto mugugno al bar.

Il peggio doveva ancora cominciare. Churchill, fin dall’inizio delle ostilità, aveva definito la sua strategia per l’Italia, considerata l’anello debole dell’Asse, del “bastone e della carota”. Tale strategia, che avrebbe dovuto (come avverrà) condurre al suo distacco dalla Germania, era fondata su tre strumenti tra loro interagenti: la propaganda, i pesanti bombardamenti sulle città e l’appoggio ai movimenti antifascisti in Italia e all’estero. La prima verrà sviluppata dai programmi di “Radio Londra”, che si faranno sempre più incisivi grazie alla fattiva collaborazione di fuoriusciti. Lo strumento del collaborazionismo antifascista venne però sopravvalutato nel periodo 1940 e inizio 1941, in cui si credeva molto consistente l’opposizione al regime. In tale erronea valutazione videro la luce progetti fantasiosi tra cui: la creazione di una “Legione Garibaldi” formata da volontari-prigionieri di guerra; l’istituzione di uno “Stato libero italiano” nella Cirenaica occupata, sul modello della “Francia libera” di De Gaulle; la realizzazione di una “testa di ponte” in Sicilia o in Sardegna da parte di forze antifasciste, che avrebbero consentito sbarchi di truppe inglesi. Progetti quanto mai velleitari, come giudicherà la storica Elena Aga Rossi (Una nazione allo sbando) a cui, terminata la fase della fantasia, si sostituiranno quelli dei “piedi per terra” che si attueranno tra la primavera 1941 e il settembre 1943.

Durante tale periodo il binomio “propaganda di Radio Londra” e “bombardamenti a tappeto” eroderanno sempre più il Fronte interno, determinando prima la caduta di Mussolini, “l’uomo, solo responsabile” (25 luglio ’43) poi l’armistizio “senza condizioni” dell’Italia (8 settembre ’43).