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E l’Italia? Nei vari incontri Mussolini, nell’ipotesi di un attacco all’Unione Sovietica, offriva un corpo di spedizione italiano, che Hitler rifiutava con una lettera in cui, ringraziando, consigliava l’alleato di “rafforzare le forze nell’Africa settentrionale”. Mussolini non se ne diede per inteso, in quanto intendeva far “pesare al tavolo della pace” anche il contributo italiano alle operazioni sul fronte orientale. Inoltre, intendeva “restituire” l’aiuto che i tedeschi fornivano in Libia oltre che per gli aerei in Sicilia. Il 22 giugno Hitler accetta con “sopportazione” la volontà di Mussolini di un contributo per non urtare la sua suscettibilità. Fu così che gli italiani, per la seconda volta, furono mandati nelle steppe russe (la prima fu con Napoleone nel 1812).

Stalin si rifiutò di credere alle informazioni che gli pervenivano in merito a un prossimo attacco tedesco, considerandole “provocazioni” dei governi capitalisti, tanto da far fucilare un disertore tedesco, comunista, il quale il 18 giugno aveva avvertito che l’invasione sarebbe iniziata il 22. Dopo l’attacco, si rinchiuse nella sua “dacia”: per giorni non diede notizia di sé, convinto che, causa gli errori commessi, sarebbe stato assassinato. Solo dopo ripetute sollecitazioni dei suoi collaboratori riprese il suo posto, mentre il disastro era in piena consumazione.

Le forze tedesche rotolavano lungo tre direttrici puntando a Nord su Leningrado, al Centro su Mosca, al Sud su Stalingrado e il Caucaso; ingoiando, in una serie di “sacche”, le divisioni sovietiche (all’inizio ne erano schierate ben 178), e facendo milioni di prigionieri (3.355.000 entro la fine dell’anno!). La situazione permaneva critica, tanto che il 7 ottobre Stalin ordinava a Beria (capo della Nkvd) di intavolare trattative con Hitler per una pace, offrendo tutti i Paesi Baltici, la Bielorussia, la Bessarabia e una parte dell’Ucraina. Hitler neanche rispose, convinto di stravincere. Anche l’ordine interno era in crisi: a Mosca il 16-17 ottobre si verificavano disordini prontamente sedati. Le fucilazioni si intensificarono, specie tra ufficiali, “presunti traditori”. Poi la situazione si stabilizzò, anche a seguito delle notizie giunte sulle atrocità commesse dagli invasori, pur se accolti come “liberatori”. E l’Italia?

Le forze italiane furono ordinate nel Csir (Corpo di spedizione italiano in Russia), al comando del generale Giovanni Messe e comprendevano un corpo d’armata “autotrasportabile” (eufemismo – scrive Montanelli – per dire che non disponevamo dei mezzi per farle muovere in blocco, e che quindi era necessaria una complessa “navetta” degli autocarri), su tre Divisioni: la Torino, la Pasubio, la celere Amedeo d’Aosta (60mila uomini, 4.000 quadrupedi, 5.000 automezzi, 80 aerei), con armamento leggero (compresi i carri armati, una sessantina), artiglieria scarsa e antiquata, equipaggiamento non adatto.

Il viaggio del Csir venne effettuato parte in treno e parte “a piedi” e assegnato al settore meridionale nel gruppo di armate von Rundstedt con obiettivo Kiev, ove il gruppo realizzava l’accerchiamento di tre armate russe in zona Ouman, distruggendo 40 divisioni e catturando 100mila prigionieri. La Pasubio ebbe il primo scontro l’11 agosto nella zona di Porkrovskoje, con i primi caduti. Ottimo il comportamento in quella circostanza e nella successiva, a Jasnaja Poljana, tanto da meritare l’elogio del comandante dell’11a Armata germanica; il 20 ottobre conquistò Stalino. Nei giorni 1-2 novembre la divisione Amedeo d’Aosta conquistava Rykovo e la Pasubio Gorlovka, mentre la Torino raggiungeva Jassinovataia. Il 6 la Pasubio prendeva Nikitovka.

Il Csir farà oltre10mila prigionieri. I bollettini di guerra lo citeranno spesso, specie in occasione della conquista di Stalino, cuore del bacino ricco di carbone. L’arrivo precoce dell’inverno imporrà la stasi operativa, mentre al centro i tedeschi, giunti nel sobborgo moscovita di Khini, furono fermati e ricacciati dalle divisioni siberiane “fresche”, trasferite dalla frontiera orientale (lo spionaggio aveva ribadito che i piani giapponesi non prevedevano attacchi all’Urss). L’operazione Thyfohon era fallita, grazie anche al “Generale inverno” (i tedeschi erano privi di equipaggiamento invernale!).

Inoltre, l’Armata Rossa aveva ricevuto i carri T34, decisamente superiori a quelli tedeschi, e conseguito la parità con la Wehrmacht nell’artiglieria. Hitler se la prese coi generali (Stalin aveva fucilato quanti si erano arresi o avevano indietreggiato anziché “morire sul posto”). Il 19 assumeva personalmente il comando delle forze di terra, destituendo von Brauchitsch, von Bock e von Rundstedt: il meglio dell’esercito. Coi noti risultati.

Comunque anche in terra di Russia il soldato italiano, pur con le dotazioni descritte, mise in risalto doti di sacrificio e dedizione al dovere. Come nessun altro, nelle sue condizioni, avrebbe fatto. Sia dato merito, finalmente, a questi eroi silenziosi e oramai dimenticati.

Arnaldo Grilli