Menu
Mostra menu

Il giornalista e scrittore Bandini, che per primo ha indagato su questi retroscena, accennandone diffusamente in due suoi libri, aggiunge dell’altro, continua De Risio, perché scrive: “Né tutto si fermò qui. Al momento della caduta dell’Impero, due dei generali più in vista, Claudio Trezzani, Capo di Stato Maggiore del Duca, e Luigi Frusci, Comandante del fronte Nord, furono prelevati in aereo e trasportati in America, dove furono ospiti di Roosevelt alla Casa Bianca. Fatto assai singolare, mai smentito e avvenuto in un’epoca nella quale gli Usa erano ancora neutrali. Va anche aggiunto che il numero dei comandanti di settore, i quali deliberatamente e ostentatamente non obbedirono al Duca, in questa o quell’altra fase della campagna, fu insolitamente alto: a questi loro rifiuti si deve, in gran parte, se l’intero Sud etiopico, con Mogadiscio, fu perduto nel giro di pochi giorni, senza che praticamente venisse sparato un solo colpo di cannone. Una somma di fatti assolutamente sconcertante (...)”.

Al fronte Nord, invece, gli inglesi si scontrarono con ben altri generali, che dovrebbero essere ricordati nei libri di scuola: Nicola Carmineo a Cheren, Guglielmo Nasi a Gondar-Culqualber, Pietro Gazzera nella Galla-Sidama, e sull’Amba Alagi la figura mitica del Duca d’Aosta. Negli scontri cruenti, italiani e indigeni seppero battersi con eccezionale determinazione, nonostante fosse ormai chiaro a tutti che si trattava di una lotta senza speranza. Agli attacchi anglo-indiani-sudafricani-etiopi seguivano contrassalti di alpini, granatieri, bersaglieri, artiglieri, carabinieri, camicie nere, genieri e delle valorose truppe indigene, che riconquistavano posizioni appena perdute e infliggevano notevoli perdite. Nel cielo, gli eroici piloti dei pochi aerei rimasti, tenuti insieme col filo di ferro e altri sistemi “fatti in casa”. Nessun caso di fellonia: tutti si batterono con onore e dignità (qualcuno dovrà pur spiegare il “perché?”).

Un esempio meraviglioso fu Cheren, così descritto dal maggiore inglese P. Searight: “In confronto alle battaglie della Seconda guerra mondiale, quella di Cheren, dal punto di vista fisico, fu un vero inferno. Nei nove mesi trascorsi in Europa occidentale, quale Comandante di Compagnia, posso assicurare di non aver mai trascorso giorni più duri di quelli di Cheren”. Aggiunge il maggiore Trimmer: “Fu una battaglia aspra (durerà 56 giorni, nda) e talvolta ci si domanda come siano riusciti a vincerla”. Scriverà il generale Archibal Wavell a Churchill: “Cheren si sta dimostrando una noce dura da schiacciare...”; e Churchill ai Comuni: “Cheren resiste ostinatamente”. E scriverà nella sua opera: “La battaglia si rivelò durissima e ci costò tremila uomini.

Dopo i primi tre giorni, dal 15 al 19 marzo, ci fu una pausa per riordinare le forze. Il 20 marzo il generale Wavell telefonò che la lotta era stata assai aspra (precisa De Sirio: Churchill parla soltanto dei combattimenti di marzo: ma la battaglia era in corso dal 31 gennaio). Il nemico aveva contrattato accanitamente e ripetutamente e, sebbene le sue perdite fossero state estremamente gravi e avesse conseguito un unico successo, non vi erano sintomi di un crollo imminente. Evidentemente gli italiani stavano facendo sforzi disperati per difendere questo caposaldo; anche la loro aviazione fu attiva (appena tre gli aerei, nda). Da Londra la battaglia veniva giudicata piuttosto incerta e noi sollevammo la questione dei rinforzi”.

A Cheren venne concentrata tutta l’aviazione inglese del Sudan, dell’Egitto, di Aden: altre formazioni furono fatte affluire dal Kenya e persino dal Sud Africa. Mentre i reparti del generale Carnimeo “si consumavano come cera al fuoco”, gli inglesi ripartono all’attacco con – nientemeno! – 51mila uomini (contro i 30mila nostri), un’aviazione dominante. Ciò malgrado, furono ancora fermati: fino al 27 marzo. A Cheren, i ventotto battaglioni – sette dei quali nazionali – lasciavano sul terreno tremila morti (tra questi il generale Lorenzini).

Dopo Cheren, la tenace resistenza di Dessiè e dell’Amba Alagi (cadde il 17 maggio con l’onore delle armi), gli inglesi dovettero fermarsi per riprendere fiato di fronte al “ridotto” Gondar-Culqualber, nella cui zona si ripresentarono persino gli abissini del Negus, tornato ad Addis Abeba. Il 22 giugno, guidati dal ras Halialeu Burrù e da ufficiali inglesi, attaccano in 1.500: vengono battuti e dispersi. Lo stesso ras è preso prigioniero. Con altre forze “fresche” la battaglia finale per Gondar inizia ai primi di novembre e prende il nome da Culqualber, dove rifulse il valore del I Gruppo Carabinieri, e dove nazionali e zaptiè opposero un tenace argine. Attacchi, contrattacchi e violenti corpo a corpo. I carabinieri e gli ascari del 67° Coloniale riconquistano più volte le posizioni perdute, fino al 27 novembre. Perdite: 12mila uomini tra morti, feriti e dispersi; dodici le medaglie d’oro concesse, tra cui una (unica) a Unatu Endisciau, un muntaz (caporale) immolatosi per riportare nelle nostre linee le insegne dell’unità di appartenenza, il 72° Battaglione. Con la caduta di Gondar finisce la campagna in Aoi, ove però inizia la guerriglia, che continuerà a dare filo da torcere agli inglesi sino alla fine della guerra.

Arnaldo Grilli