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I Carabinieri nel Novecento Italiano

La Guerra è Mondiale - parte 1^ -. 1941

I Tedeschi, sconfitti nella battaglia d’Inghilterra (persi 2.000 aerei) cominciano a guardare all’Est pur continuando a trattare con Stalin per un quadripartito. Stalin, però, si vuole allargare troppo: Bulgaria, gli Stretti e influenza sulla Turchia e sul petrolio del Medio Oriente. L’affare dell’alleanza si complica: gli incontri, con le varie proposte, «io mi prendo, tu ti prendi», continueranno sino all’attacco tedesco.

Intanto, l’Italia è sola a battersi. Sul fronte greco-albanese l’inverno è duro per il clima e per le continue offensive greche. L’11a Armata sarà costretta a ripiegare a nord di Argirocastro. La campagna si articola in due fasi: la prima, dal dicembre 1940 al marzo 1941, caratterizzata da cruenti combattimenti per arrestare i greci sulle tre direttrici di Elbassan, Valona e Berati. Le posizioni vengono tenacemente difese: sanguinose le battaglie di Telepeni e quella di Monastero (quota 731). Arrivano i rinforzi dall’Italia: appena sbarcati, sono subito mandati al fronte e distribuiti “a spizzico”. I greci cominciano a risentire per le perdite subite e si fermano.

Nella seconda fase (9 marzo-22 aprile), alla presenza di Mussolini, nella zona di Klisura si passa all’offensiva. Il terreno e la concentrazione di forze greche impediscono lo sfondamento, ma queste ultime vengono notevolmente indebolite.

Alle spalle dell’Albania si palesa la minaccia jugoslava. Cos’è successo? Il 27 marzo il governo di Dragos Cvetkovic, firmatario del Patto Tripartito, viene rovesciato col solito colpo di stato “balcanico”. I poteri assunti da Pietro II, minorenne, saranno esercitati dal generale Simovic, filoinglese. La Bulgaria aderisce al Tripartito e apre i confini ai tedeschi che, il 6 aprile, attaccano la Grecia e la Jugoslavia con due armate: una dal nord con obiettivo Zagabria e Belgrado, l’altra dalla Bulgaria su Salonicco, dove sono attestate anche tre divisioni britanniche. Il 9 tre divisioni italiane passano la frontiera albanese-jugoslava, mentre, su quella giulia, la 2a Armata l’11 supera le fortificazioni di frontiera jugoslave.

L’azione italo-tedesca si sviluppa con sorprendente rapidità. Contemporaneamente la Croazia insorge. Il 9 aprile cade Salonicco, il 18 la Jugoslavia si arrende, il 29 le punte corazzate germaniche raggiungono Atene, gli italiani riconquistano Korciano e dopo tre giorni raggiungono il vecchio confine, il 21 dilagano nell’Epiro: il 22 la Grecia chiede l’armistizio. Ai primi di marzo i resti del Corpo di Spedizione britannico si reimbarcano per Creta. Slovenia, Dalmazia e Montenegro vengono occupati dalle truppe italiane.

E IN AFRICA ORIENTALE INIZIA LA GUERRA

Resta Creta, che controlla l’area dell’Egeo. Da qui, l’operazione Merkur: ideata e attuata dal generale Kurt Student è citata nei manuali come esempio nell’impiego di paracadutisti. Iniziata il 20 maggio, terminerà il 1° giugno con il precipitoso reimbarco dei resti dei 43mila greco-inglesi che presidiavano l’isola, sconfitti da 13mila parà, che lasciarono sul terreno 5.500 uomini tra morti e dispersi. Altra sconfitta, sul mare, dove la Royal Navy perde quattro incrociatori e sei caccia e sono seriamente danneggiate due corazzate e la portaerei “Formidabile”, oltre a quattro incrociatori, due caccia e il naviglio minore. Un disastro, malgrado gli inglesi, con l’Ultra, riescano già a decrittare tutti i messaggi tedeschi trasmessi con Enigma (lo faranno fino al ’45).

Notevole il contributo dell’aviazione italiana; di solo supporto ai convogli quello della Marina. La conquista di Creta concretizza il disegno strategico dell’Italia di congiungere la madrepatria con il Dodecanneso e acquisire il dominio dell’Egeo.

Sul fronte dell’Africa Orientale i soldati italiani e le truppe indigene si battono come non mai, malgrado la certezza del completo isolamento dalla madrepatria. Il giorno in cui si dovesse conoscere la nostra storia, scritta senza i paraocchi, cadrà l’offensivo giudizio sulla inesistenza di forza morale dei nostri soldati. Alcuni storici lo hanno già fatto, ma la loro è stata oggi, una voce nel deserto.

Che cosa avvenne in Aoi? Riassumiamo. Gli inglesi non potevano rinunciare al controllo del Mar Rosso per garantirsi la “strada delle Indie”. Questa era però minacciata da una (possibile) offensiva italiana verso Nord, che prevedeva l’occupazione di Porto Sudan ed il ricongiungimento a Suez con le forze provenienti dalla Libia. Nei primi di gennaio del 1941 iniziò l’invasione dell’Impero, attaccato concentricamente dal Sudan anglo-egiziano, dal Kenya, dal Mar Rosso e, nel marzo, dopo lo sbarco a Berbera, dal Somaliland. Il concentramento delle forze britanniche fu massiccio grazie alle immense risorse umane del Commonwealth (sudafricani, indiani, più palestinesi, arabi ed ebrei, greci, francesi degollisti e oltre 40mila etiopi fedeli al Negus), sostenute da una potente aviazione e da carri armati. L’errore italiano fu la scelta del sistema difensivo, basato sui “ridotti” dislocati in vari punti dell’Impero, tra loro distanti e destinati all’esaurimento progressivo per mancanza di rifornimenti, anziché sul concentrarsi nelle zone di montagna tra Eritrea e Abissinia.

Gli inglesi pensavano ad una “passeggiata” (come noi in Grecia), contando, all’inizio, sull’emblematico collasso del fronte somalo, manifestatosi dal 4 al 26 febbraio (caduta di Mogadiscio) e sul ripiegamento nella zona di Harar. Scrive De Risio: «Sgradevole e perfino equivoca la caduta del fronte somalo, se paragonata a quello che accadde a Cheren (...)». Forse, il “mistero” è racchiuso in quanto si verificò a Mogadiscio, nel dicembre del 1940, alla mensa ufficiali, presente il Duca d’Aosta. Questi, per vie sotterranee, aveva ricevuto concrete proposte inglesi per trattare una pace separata e preservare l’Impero, rinnegando la “guerra fascista”. Appunto a Mogadiscio, questa tesi fu sostenuta con tale vigore dal generale Gustavo Pesenti, Comandante del fronte del Sud, che il Duca d’Aosta si alzò di scatto e disse: «Una sola parola ancora, generale, e la faccio fucilare!».