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Nella riunione a Palazzo Venezia del 15 ottobre trionfa la superficialità di Ciano, del luogotenente in Albania Jacomini e del comandante delle truppe Visconti Prasca, che assicurano «una passeggiata ad Atene in pochi giorni». Bastano 8 divisioni (binarie) mentre i greci ne schierano già 11 (su tre reggimenti). Badoglio fa timidi tentativi per ritardare l’attacco, poi approva alla grande l’infausto piano di Visconti Prasca.

Le operazioni, che Hitler tenta inutilmente di fermare, iniziano il 28 ottobre: poi, conoscendo le debolezze italiane offre unità paracadutiste per occupare Creta. Rifiutate (così l’isola verrà presa dagli inglesi). Inferiori di numero, in ambiente invernale, coi greci preparati, le nostre fanterie – mentre le unità albanesi disertano – si battono al massimo delle possibilità. Inizia la leggenda della “Julia”. Si arretra. I comandi non sono all’altezza, si parla addirittura di armistizio. Solo a Natale il fronte si stabilizza.

Cominciano a cadere le teste: Visconti Prasca sostituito da Cavallero; cacciato Jacomini, Badoglio viene mandato a casa con i seguenti giudizi: «Mi ha fatto una impressione disastrosa. Fisicamente è distrutto, intellettualmente è intorpidito (Vittorio Emanuele)»; «Badoglio si è dimostrato quello che è sempre stato: un contadino che gioca d’astuzia (maresciallo Caviglia)».

Sul fronte diplomatico si segnalano fatti che la vulgata nasconde. A novembre Stalin avanza ad Hitler la proposta di entrare nell’Asse, creando così un quadripartito (Germania, Italia, Giappone e Russia). Proposta accettata: a Berlino Molotov inizia le trattative che si protrarranno nel 1941. Ai primi di dicembre Mussolini incarica l’ambasciatore a Mosca di proporre a Molotov un «rivoluzionario» progetto: la trasformazione del “Trattato d’amicizia, non aggressione e neutralità” del 1933 in una vera e propria alleanza. Stalin accetta, ma Hitler non vuole interferenze nelle trattative in corso col “collega” bolscevico. Il quale, intanto, ha fatto assassinare in Messico il suo acerrimo nemico Trotzckij.

Dicembre: il governo inglese chiede la mediazione della Santa Sede per una pace separata con l’Italia, sulla base degli «accordi italo-inglesi del 1938». Due interventi distinti, uno sul delegato apostolico a Sofia e l’altro su quello a Londra, ma il Vaticano non risponde. Altri contatti verranno avviati a Stoccolma. A fine 1940, quindi, molte soluzioni politiche sono aperte. L’America è ancora lontana e pensa a cosa fare per conseguire interessi propri in Asia ed Europa.

Arnaldo Grilli


Approfondimento:

L'Arma combatte

Dal 10 giugno l’Arma “schierata” diventa “combattente” sui vari fronti: Battaglia delle Alpi Occidentali, Africa Settentrionale, Africa Orientale e Grecia. A fianco delle tre Forze Armate e con la “Territoriale”, impegnata nei territori nazionali per l’ordine, la sicurezza pubblica e il soccorso.

In Africa Orientale si manifesta una vicenda eroica nella storia dell’Arma e nell’ambito della storia concernente la Seconda guerra mondiale. Vicenda che, collocandosi a cavallo della fatidica giornata del 10 giugno 1940, tramanda un antico esempio. Sebbene dichiarate le ostilità, quel giorno, ovunque dislocate, le Forze Armate italiane non avevano sparato un colpo. Invece, da poco prima che la guerra fosse dichiarata e poco dopo, un carabiniere, Savino Cossidente, era già entrato in guerra, suo malgrado. La sua caserma, a Marmarefià, nello Scioa abissino, era stata assalita da un grosso gruppo di ribelli, che forse, dotati di una sensibilissima antenna, non avevano atteso il discorso dal famoso balcone per rispondere a quel grido di guerra.

Il fortino resistette validamente, poi zaptié, ascari e nazionali caddero. Unico superstite fu il carabiniere Cossidente, che sostenne l’urto degli assalitori fino a pochi attimi prima che giungessero i rinforzi. La sua Stazione non era stata conquistata. Alla sua memoria fu concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Cossidente deve considerarsi l’anello di congiunzione che rappresenta magistralmente l’Arma nella continuità della propria missione in pace e in guerra e nel servizio fedele e assoluto allo Stato e alla legge che li rappresenta, dovunque ed in qualsiasi contingenza.

Per quanto riguarda le operazioni belliche, la Battaglia delle Alpi (10-24 giugno) segnò l’inizio dei combattimenti. Le Sezioni e i Nuclei delle unità dell’Esercito di campagna si impegnarono nei diversificati settori della Polizia militare e nell’attività informativa concernenti le difese avversarie, di guida, scorta e traffico nella zona di frontiera e nell’intero teatro operativo.

In Libia, i reparti territoriali furono mobilitati concorrendo alle operazioni, specie nelle zone più avanzate ed isolate, dove si trasformarono spesso in reparti mobili. Seguendo le sorti delle Grandi Unità cui erano addette, le Sezioni dei Carabinieri parteciparono a tutte le operazioni, in prima linea e nelle retrovie, come combattenti ed in servizio di collegamento di polizia. Il 18 settembre, a causa dell’affondamento delle motonavi “Oceania” e “Neptunia”, ben 78 militari del XIX Battaglione annegarono, altri uomini rimasero feriti e si perdette la totalità del materiale, per cui il reparto dovette essere in parte ricostituito. Il Battaglione nel dicembre successivo sostenne, comunque, vari scontri contro commandos nemici, e nel deserto del Gebel si fece più volte onore, tagliando la strada alle note “camionette” dei britannici, che dal deserto piombavano all’improvviso sulle linee italiane.

Sul fronte greco-albanese saranno impegnati nella dinamica delle situazioni e nelle zone di combattimento: 14 Battaglioni (I-II-III-IV-V-VI-VII-VIII-XI-XIII-XVII-XXI-XXVII e XXXI), 96 Sezioni mobilitate di vario tipo, 35 Nuclei addetti alle Unità e Servizi dipendenti dalla 9a e 11a Armata, dei Corpi d’Armata e delle Divisioni, uno Squadrone a cavallo, per un totale di 109 ufficiali, 288 sottufficiali e 5.900 uomini di truppa.

Appena scoppiate le ostilità contro la Grecia i Carabinieri furono subito coinvolti nella lotta distinguendosi ovunque. Il 20-21 novembre 1940 il III Battaglione, assegnato alla Divisione alpina “Julia”, combatté a Perati, contendendo al nemico il terreno metro per metro. Il 22 novembre lo stesso Battaglione passò alle dipendenze dell’VIII Corpo d’Armata, che lo destinò a presidiare una estrema ed insidiata posizione di montagna. I Carabinieri riuscirono a tenerla sino al 1° dicembre: quota 1.117 fu difesa tenacemente e al nemico vennero inflitte notevoli perdite. Portandosi poi a Klisura, difesa estrema delle linee italiane, il III Battaglione resisté eroicamente a formidabili attacchi, riuscendo a proteggere il ripiegamento delle altre truppe. A Bragianit (Klisura) il 16 dicembre, nella difesa eroica della posizione, cadde, alla testa di una compagnia del Battaglione, il tenente Maggio Ronchey (Medaglia d’Oro al Valor Militare).

E la lotta del III Battaglione continuò a fianco di altri reparti: nelle giornate del 15, 16 e 17 dicembre alla passerella di Klisura, sulla Vojussa, e il giorno 23 a Chiarista e a Panarit, ove la lotta infuriò sino alla fine dell’anno, quando si riuscì ad occupare la posizione.

La battaglia di Klisura culminò nelle giornate del 1° e 2 gennaio 1941, con i combattimenti che il Battaglione, passato a quota 287, da cui altri reparti erano stati costretti a ritirarsi, consolidandone il possesso. L’attacco, dopo breve fuoco di artiglieria, fu condotto a bombe a mano ed il Battaglione, ridotto, dopo due mesi di prima linea, a 6 ufficiali e 150 militari, nel cuore della notte (la quota fu raggiunta alle ore 2,30) riuscì a battere l’avversario, seppure molto superiore di numero. All’alba reagì immediatamente e con valore ad un contrattacco sferrato dai greci, riuscendo a consegnare, secondo i piani, il caposaldo riconquistato ad altre truppe. Per l’eroico episodio fu concessa alla Bandiera dell’Arma una Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Il III Battaglione, ricostituitosi, continuò a combattere valorosamente nelle giornate dell’8 e 9 gennaio 1941.

U.R.