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I Carabinieri nel Novecento Italiano

La parola alle armi. 1940

L'aeroporto di Hal Far, a Malta, colpito più volte dai bombardieri italianiDalla guerra parallela a questa subalterna (giugno-dicembre 1940). La tremenda sconfitta anglo-francese determina la fine della politica italiana del Wait and See: si teme di arrivare “a tavola sparecchiata”. Tutti sono convinti che la guerra sarà breve e consentirà di presentarsi al tavolo della pace con qualche pegno da riscuotere sui vari fronti; però facendo “da soli”, anzi, in concorrenza con i tedeschi, per meglio tornare a svolgere la funzione “mediatrice”. La nostra deve essere una guerra parallela, tale da non provocare molti danni e risentimenti. Con questi propositi nel 1940 l’Italia si mette in marcia.

Sul fronte delle Alpi l’ordine è di non sparare e di assumere uno schieramento difensivo, perché questo aveva chiesto a Mussolini l’ambasciatore Poncet ai primi di giugno: «Noi non prenderemo iniziative se voi farete altrettanto». Accordo accettato. Badoglio approfondisce i dettagli col generale Parisot, addetto militare a Roma. Così inizia la vulgata della cosiddetta “pugnalata alla schiena”. Gli inglesi non stanno al gioco: accendono i motori degli aerei per bombardare Torino e altro. I francesi tentano d’impedirlo bloccando le piste con automezzi. Gli inglesi riescono lo stesso a bombardare. L’Italia risponde su obiettivi di poco conto; i francesi bombardano Genova dal mare, senza fare tanti danni. L’accordo resiste.

Sulle Alpi i cannoni tacciono. I tedeschi stravincono, i francesi chiedono l’armistizio, l’Italia ora deve afferrare qualche pegno; il 21 giugno attacca la munitissima linea dei forti posti a oltre 2.000 metri. Malgrado le pessime condizioni ambientali si arriva al forte Traversette, a Bessans, Lanslebourg, Point-du-Nant e si conquistano due terzi di Mentone. Il 23 la Francia si arrende, il 24 si stipula l’armistizio. Si chiede poco o niente: nessun riferimento alla consegna di fuorusciti politici (al contrario dei tedeschi). La delegazione francese ringrazia: prevedeva tuoni e fulmini. La tempesta arriverà invece dagli alleati inglesi che pretendono la flotta. I francesi rifiutano, allora gli inglesi bombardano la squadra ancorata a Mers el-Kébir e a Dakar, provocando notevoli danni e uccidendo ben 1.297 francesi. Per questa azione corsara Roosevelt non lancerà l’anatema della “pugnalata alla schiena” come per l’Italia. La battaglia delle Alpi costerà all’Italia 631 caduti (37 quelli francesi), 616 dispersi (150) e 2.631 feriti (42 per i francesi). In soli tre giorni!

Sul fronte Mediterraneo si perde l’occasione favorevole. L’Ammiragliato di Londra decide di ritirare le poche navi in quel di Gibilterra. Malta è praticamente indifesa. Nessun ostacolo per inviare rifornimenti in Libia, l’Egitto è sguarnito. L’Italia dispone della quinta flotta navale del mondo che, però, nella battaglia d’incontro di Punta Stilo (9 luglio) delude. L’ammiraglio Cunningham, valutati i difetti di condotta operativa e di natura tecnica della nostra Squadra, constatata l’inerzia nei confronti di Malta e la mancata offensiva sul confine egiziano (si temeva la conquista di Alessandria), convince l’Ammiragliato a non abbandonare il Mediterraneo. Cosa era avvenuto a Punta Stilo? Supermarina aveva vietato a Bergamini l’uscita della Squadra di Taranto con due corazzate: si perde così l’occasione favorevole di colpire pesantemente la “Mediterranean Fleet” (nessuno dei 115 sottomarini viene impegnato).

L’analisi di Cunningham (purtroppo) trova ancora conferma nello scontro di Capo Spada (19 luglio) e nell’attacco alla base di Taranto (12 novembre) con la messa fuori uso di ben tre corazzate. Deludente anche lo scontro di Capo Teulada (27 novembre). La Gran Bretagna decide così di restare nel Mediterraneo.

Sul fronte dell’Africa Orientale si prende qualche periferico “pegno coloniale”, anziché dilagare verso il Sudan, pressoché senza forze, e congiungersi in Egitto con le armate provenienti dalla Libia (manovra a tenaglia tanto temuta dagli inglesi). Vengono conquistate Moiale (14 giugno) nel Kenya, Cassala nel Sudan con Gallabat e Kurmuk e il Somaliland a Est (dal 3 al 14 agosto). Per modesti obiettivi tattici era stata trascurata la “grande offensiva strategica”. Altra occasione favorevole perduta in un’area dove l’Italia, con 300mila uomini, aveva ottime probabilità di realizzare quanto Churchill temeva: «L’invasione su vasta scala dell’Egitto dalla Libia (e dall’Aoi) deve essere attesa ormai ad ogni istante» (luglio 1940).

Sul fronte libico schieriamo 236mila uomini, contro appena 36mila anglo-australiani. La concezione operativa italiana, però, è ferma a quella dell’Isonzo: statica (pur avendo 4mila automezzi), senza visione strategica, con assenza di spirito audace, alieni dal pensare – come si deve e si può – ad una “avanzata in massa”. Graziani non è un’aquila di guerra e si muove solo perché insistentemente pressato da Mussolini, che minaccia di sostituirlo. Si muoverà – di malavoglia – con appena 5 divisioni, fino a raggiungere (16 settembre) Sìdì el-Barrani (100 chilometri) per subito fermarsi e trincerarsi come fosse sul Carso.

Gli inglesi, invece, iniziano con le “punture” della “guerra corsara” (piccole unità mobili, rapide incursioni, “mordi e fuggi”: quanto mai efficaci). In attesa di una controffensiva, che non si farà attendere e per noi sarà (purtroppo) un disastro, per aver perduta l’occasione favorevole iniziale e per aver rifiutato le due divisioni corazzate offerte dai tedeschi e i semoventi controcarro.

Sul fronte greco-albanese l’Italia si gioca il prestigio militare. «A parte i risentimenti di Mussolini nei confronti di Hitler, che il 7 ottobre aveva inviato truppe tedesche in Romania per “proteggerne i petroli e istruirne l’esercito”, la campagna di Grecia, invero, fu intrapresa per ragioni di più vasto respiro: si mirava a occupare tutto il limitrofo Paese per saldare militarmente la penisola italiana ai presidi del Dodecanneso. La nostra situazione nel Mediterraneo si sarebbe straordinariamente rafforzata in conseguenza della riunione nelle stesse mani dei due imponenti sistemi aereo-marittimi, ionico-siculo-libico col greco-egeo-cretese. Se l’impresa fosse stata preparata ponderatamente e con maggiore disponibilità di mezzi, poteva riuscire e risultare di sicuro giovamento» (G. Gigli). Inoltre, la flotta inglese non avrebbe potuto fruire dei porti greci per rifornirsi.