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Sul fronte del Reno continua intanto, nel ventre della Maginot, il clima godereccio della guerra “buffa”. Gli unici in movimento sono i canali diplomatici, nel cui ambito quelli verso l’Italia sono i più considerevoli. Sollecitazioni a non entrare e promesse di compensi. Il fronte interno italiano si divide, come nel 1915, tra “interventisti”(maggioranza) e “neutralisti” (pochi, che però, presto, si arruoleranno tra gli interventisti della prima ora). Quando? Vediamo.

Il 9 maggio, a seguito anche del disastro in Norvegia, scoppia la crisi nel governo britannico. Chamberlain, favorevole a un accordo con la Germania attraverso la mediazione dell’Italia, cede l’incarico a Winston Churchill (meno favorevole a trattative). L’indomani (10 maggio) scatta l’Operazione Fall Gelb (Piano Giallo) da parte tedesca. Se l’Operazione fosse iniziata prima, Chamberlain sarebbe rimasto premier con probabili soluzioni di una intesa con la Germania (peraltro più volte proposta da Hitler).

Il Piano prevede l’aggiramento della Maginot dal Nord, attraverso i neutrali Olanda, Belgio e Lussemburgo. Fin dall’inizio la situazione dell’esercito anglo-franco-belga-olandese appare critica. La diplomazia degli Alleati torna ancor più verso Mussolini: l’unico che possa fare da intermediario con Hitler. Il 14 maggio Roosevelt scrive al Duce, il 16 segue una lettera di Churchill, il 26 ancora una lettera di Roosevelt. Più i tedeschi avanzano, più aumenta l’impazienza degli italiani. Persino il Re chiederà: «Che cosa si aspetta?». Mussolini, mentre all’apparenza tuona e minaccia, attende ancora. Il suo sguardo è a Londra, dove nel Gabinetto di Guerra (5 membri) si decidono le sorti del conflitto: guerra o pace? L’ambasciatore Bastianini è il tramite tra il Gabinetto di Guerra e Mussolini: tra il 24 e il 28 maggio la decisione riguardo la richiesta di un intervento mediatore dell’Italia (considerata ancora una grande potenza) viene dibattuta. Chi sono i protagonisti? Lord Halifax, soprattutto, e Chamberlain sostengono la linea della trattativa con la mediazione del “signor Mussolini”. Churchill, all’inizio possibilista, si attesterà sulla linea della guerra ad oltranza, sostenendo la tesi che le vere intenzioni di “Herr Hitler” sono quelle di distruggere l’Impero e togliere alla Gran Bretagna l’indipendenza.

In sintesi: Bastianini conferma ad Halifax la disponibilità del “signor Mussolini” a promuovere una conferenza di pace, purché in quella sede vengano risolti tutti i problemi riguardanti l’assetto europeo nato dal trattato di Versailles. Halifax concorda e anche Chamberlain. Il presidente francese Reynaud preme perché tale proposta venga approvata dal Gabinetto di Guerra. Churchill si oppone sempre più: vista la difficoltà di fare approvare la linea della guerra ad oltranza, effettua quello che lo storico J. Lukacs definirà un “colpo di mano”.

Senza avvertire il Gabinetto, si presenta ai Comuni, e propone la soluzione della guerra ad oltranza, ma senza nulla dire della proposta Halifax-Reynaud e sorvolando sul disastro militare (il reimbarco a Dunkerque, dove Hitler aveva fermato l’avanzata di Guderian per due giorni, per non umiliare la Gran Bretagna in vista della trattativa). Nessun parlamentare dei Comuni si oppone. Subito dopo Churchill convoca il Consiglio dei Ministri (35 membri) ed espone le stessi tesi con analoghi silenzi. Nessuna reazione negativa. Dopodiché Churchill torna alla riunione del Gabinetto di Guerra e pone i suoi membri di fronte al fatto compiuto, cioè l’approvazione della sua proposta da parte dei Comuni e del Consiglio dei Ministri. Halifax accetta il colpo: non ostacolerà più Churchill. La stessa sera del 28 maggio quest’ultimo informerà Reynaud della decisione adottata. La Francia, da quel momento, resterà sola a fronteggiare i tedeschi.

Mussolini verrà informato da Bastianini: dovrà così affrontare la nuova situazione, determinata dalla decisione inglese. Il giorno successivo, il 29, si forma in tutta fretta lo Stato Maggiore Generale di Badoglio, con una modesta aliquota di ufficiali (appena una quarantina), senza neppure una sede organizzata (neanche una linea diretta col Re e con il Capo del Governo). Badoglio, inoltre, convince Mussolini a «fare da soli senza alcun rapporto con i tedeschi»: da qui la sciagurata soluzione della “guerra parallela”.

La diplomazia, intanto, non si ferma: il 31 maggio Roosevelt scrive ancora a Mussolini proponendosi come intermediario, mentre Reynaud dichiara a Mussolini la propria disponibilità a trattare i problemi comuni con l’Italia. Anche a Lagardelle, un Mussolini pensieroso dirà: «Oramai è troppo tardi».

Intanto, lo stato di impazienza aumenta a tutti i livelli: i tedeschi stravincono e la soluzione del conflitto sembra dietro l’angolo. Mussolini deve oramai decidere: opta per l’entrata in guerra anche per evitare la vendetta tedesca a conflitto finito, fissando la data del 5 giugno. Hitler risponderà di procrastinare. Non ha più interesse per l’intervento italiano, vuole vincere da solo. In questo caso, sarebbe stato lui a imporre le condizioni per il “nuovo ordine europeo”, magari d’accordo con Stalin. La presenza di un’Italia vittoriosa – sia pure di una “guerra breve” – al tavolo della pace avrebbe invece frenato le pretese tedesche.

Secondo molti storici, questa era l’analisi di Mussolini d’intesa con il Re, e non la semplicistica vulgata di imprevidenza, avventurismo e via elencando. Essi riaffermano il principio secondo cui le decisioni storiche devono essere studiate e spiegate con le categorie politico-militari di quel momento e non con quelle del presente, influenzate anche dal come sono poi andate le cose, oppure avendo come riferimento una struttura ideologica che indirizza tutta la ricerca, manipolandola.

La danza era finita.

Arnaldo Grilli




Approfondimenti:

Incosciente o razionale?

L'ingresso dell’Italia in guerra fu una decisione “incosciente” o “razionale”?».

L’opinione dello storico Franco Bandini: «Credo che la scelta fosse pressoché inevitabile, anche perché i tentativi di Mussolini di inserirsi in uno schieramento, non anti-tedesco, ma di contenimento della Germania, soprattutto a Stresa, erano falliti perché l’“avarizia” franco-britannica nel fare all’Italia concessioni era veramente alta. Occorre, d’altra parte, tener presente che una nostra eventuale scelta in favore delle democrazie occidentali ci avrebbe riservato lo stesso disastro verificatosi con la Prima guerra mondiale, che ci era costato seicentomila morti a fronte di guadagni insignificanti. Avremmo ripetuto lo stesso copione in funzione della medesima “avarizia” delle potenze occidentali. È stata documentata assai bene la lunghissima attività di Mussolini volta a ottenere, dal ’30 in poi, i famosi “compensi” dalla Francia, ed è interessante notare con quale pervicacia vennero sempre negati.

È dunque tenendo presente queste condizioni che va spiegata la scelta italiana. Il guaio fu la debolezza dell’Italia, di cui non si tenne conto. Non eravamo preparati ad affrontare una guerra “vera”, a tutto campo, per così dire. Per una guerra parziale eravamo pronti, non certo per il tipo di conflitto che si scatenò. (...) La scelta di entrare in guerra era giustificabile solo pensando ad una guerra brevissima. Va però detto che lo stesso errore venne compiuto nel 1915. Anche i governanti di allora pensarono ad una rapida conclusione del conflitto con i russi, che sarebbero in breve tempo arrivati a Budapest, e con gli inglesi, che, sbarcati ai Dardanelli, avrebbero in breve tempo conquistato Costantinopoli. Cosicché ci trovammo a combattere, per conto di altri, una guerra durissima (...). Il valore dei nostri soldati fu indiscusso, ma i metodi di combattimento ci portavano ad avere grandi perdite. Credo che l’esercito italiano sia quello che abbia combattuto meglio (...), ma inadeguato si dimostrò il pensiero militare applicato al campo di battaglia».


L'Arma si schiera

N
el periodo considerato l’Arma mobilita per adeguare i propri Quadri alle esigenze del fronte interno (territorio metropolitano, Aoi – Africa Orientale Italiana –, Libia, Dodecanneso e Albania) e a quelle delle tre Forze Armate (Esercito, Marina, Aeronautica e personale per il Sim, ossia il Servizio Informazioni Militare). Ogni settore con funzioni e compiti diversi. L’ordinamento, al 9 gennaio 1940 (legge 36B), era il seguente: un Comando Generale, tre Divisioni, un Comando Superiore Carabinieri Reali d’Albania, 7 Brigate, 28 Legioni Territoriali, una Scuola Centrale, una Legione Allievi, un Gruppo Squadroni, 4 Battaglioni, un Gruppo Carabinieri dell’Egeo, uno Squadrone Carabinieri Guardie del Re, una Banda dell’Arma. Con un organico complessivo di 4 generali di Divisione, 8 di Brigata, 36 colonnelli, 101 tenenti colonnelli, 186 maggiori, 514 capitani, 533 tenenti e sottotenenti, un tenente maestro di Banda. Poco dopo l’inizio venne costituito un “Reggimento Carabinieri mobilitato”, che però non prese parte ad alcuna operazione, in quanto i battaglioni furono successivamente segnati all’11a Armata in Albania, ove il Comando di Reggimento fu sciolto.

Il 7 aprile 1939, con il Corpo di Spedizione italiano, sbarcarono in Albania 16 fra Sezioni e Plotoni mobilitati dell’Arma, che parteciparono a tutte le operazioni, provvedendo ai servizi di polizia militare, nonché ad assicurare l’ordine e la sicurezza pubblica nei vari centri. Il 24 maggio 1939 il governo albanese affidò il comando della Gendarmeria locale al generale dei carabinieri Crispino Agostinucci, che provvide ad un primo riordinamento del Corpo, assorbito poi integralmente nell’Arma. Nel giugno vennero sciolte le Sezioni ed i Plotoni mobilitati, per costituire, anche con militari albanesi, i reparti territoriali: 2 Legioni (Tirana e Valona), alle dirette dipendenze del Comando Superiore Carabinieri d’Albania, ed articolate in 10 Gruppi, 41 Compagnie, 45 Tenenze e 315 Stazioni. La forza era di un generale, un colonnello, 109 ufficiali, 650 sottufficiali e 3.088 militari di truppa. Fra i compiti svolti in quel periodo furono preminenti il rastrellamento delle armi fra la popolazione civile, la vigilanza delle frontiere terrestri e marittima, ed il ristabilimento della sicurezza pubblica, specie sulle montagne. Nelle regioni settentrionali vi erano, infatti almeno 300 pericolosi latitanti armati e responsabili di numerosi gravi reati.

In Libia l’Arma aveva aumentato la presenza capillare già con l’arrivo di centinaia di famiglie, nel quadro della modernizzazione di quei territori (Cirenaico e Tripolitania). Nel giugno 1940 schierava un Comando Superiore Carabinieri Reali Libia, 4 Gruppi (Tripoli, Bengasi, Misurata e Derno), 2 Compagnie comando, 11 Compagnie territoriali, una Compagnia mobile, 32 Tenenze e 5 Sezioni, 2 Scuole Allievi Carabinieri Libici (gli “Zaptiè”) a Tripoli e Bengasi, 3 Nuclei mobili, un Reparto scorta, un Reparto camellato. Conseguentemente al conflitto vennero progressivamente mobilitate: 119 Sezioni addette alle Unità della 10a Armata, 4 Battaglioni (XVIII-XIX-XXVII e il I Battaglione paracadutisti), reparti speciali e servizi vari.

Nell’Aoi – Etiopia, Somalia, Eritrea –, la guerra non era terminata con la conquista di Addis Abeba e la proclamazione dell’Impero. Molte zone erano ancora sotto controllo del Ras ed in altre scorrazzavano bande di briganti alimentate da inglesi e mercanti d’armi. L’Arma doveva assolvere impegni territoriali e in aggregazione alle Unità dell’Esercito di campagna. Ciò richiese la costituzione di una rete territoriale e speciale nei tempi brevi. Si ebbe, pertanto, per l’Aoi un ordinamento e un organico del tutto nuovi, dove i reparti mobilitati per la conquista, si trasformarono progressivamente in reparti territoriali. Solo le Bande autocarrate, risalite dall’Ogaden, conservarono la stessa struttura. Immediata la creazione ad Addis Abeba di una Scuola Allievi “Zaptiè”. Particolarmente impegnativa l’azione dell’Arma per liberare quelle popolazioni dalle prepotenze dei ras e dei briganti. Molti i caduti e i feriti. In un primo tempo, per l’Aoi, l’Arma previde un ordinamento in funzione dei “governatori”: un Comando Superiore Carabinieri Reali, ad Addis Abeba, un Reparto Servizi Speciali (una compagnia e una squadra), 6 Comandi Legione rispettivamente ad Addis Abeba, Gondar, Gimma, Harrar, Asmara e Mogadiscio, che però non vennero costituiti. In loro vece, 6 Comandi di Gruppo, ciascuno su 6 Compagnie. In totale: 100 ufficiali, 750 sottufficiali, 1.012 appuntati e 3.500 indigeni.


U. R.