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Fin qui nulla di irreparabile. L’Italia festeggia con la quinta “città nuova” dell’Agro Pontino e con Bartali che vince il Tour de France. Hitler inizia il gioco pesante grazie al manifesto disinteresse anglo-francese. In marzo si annette l’Austria: Mussolini non si muove. Primo, e non ultimo, schiaffo all’Italia. A settembre è la volta della Cecoslovacchia, che riceve un ultimatum (il 26), però, dopo un incontro di Hitler con Chamberlain (12 e 22).

Il 27 Chamberlain avanza la proposta a Hitler per un incontro mediatore esteso a Italia e Francia. Contemporaneamente si rivolge a Mussolini perché venga rinviato l’ultimatum e accettata la proposta di un vertice delle “sole” quattro potenze senza la diretta interessata, la Cecoslovacchia, e l’Unione Sovietica (sempre più preoccupata del riavvicinamento tra democrazie occidentali e nazismo). Mussolini accetta l’invito di Chamberlain e persuade Hitler per il vertice a Monaco di Baviera (il 29) con Edouard Daladier. Nella sostanza: con il consenso di tutti, la Germania si annette i sudeti e brandelli di territorio vanno a Polonia e Ungheria; smembrata la Cecoslovacchia in Boemia-Moravia e Slovacchia: entrambi con governi fantoccio.
Intanto, in ottobre, la Francia invia un ambasciatore a Roma al posto dell’incaricato d’affari. L’Italia pensa di ottenere qualcosa di quanto le era stato promesso a Versailles. La Francia si irrigidisce sul “no”. L’Italia, preso lo schiaffo, si rivolge verso il “forno” tedesco. Più avveduta la Gran Bretagna: l’11 Chamberlain e Halifax vengono a Roma ove si tratterranno fino al 14, incontrando Mussolini e Ciano per evitare decisioni filotedesche. Nessun contenzioso con la Gran Bretagna: solo con la Francia, che resta chiusa a qualsiasi trattativa. Grande la gioia di Hitler, che inizia a lanciare la proposta per una alleanza militare, riguardo alla quale Mussolini non è convinto. Continua ad oscillare, in attesa di un rinnovato “Patto Latino” con cui si sarebbe potuto bloccare Hitler.

1 Novembre 1939: viene invasa la Polonia. La polizia locale rimuove uno sbarramento doganale.In tale ottica, il 4 febbraio, al Gran Consiglio, dichiarerà come inevitabile uno scontro con la Francia, ma nell’immediato è più opportuna la via diplomatica, tesa al raggiungimento di «obiettivi territoriali minimi attraverso la ridefinizione degli Accordi del 1935»: cioè quelli del “Patto Latino”. Daladier riconfermerà il suo jamais malgrado Hitler avesse smembrato definitivamente la Cecoslovacchia con la Boemia e la Moravia che diventano un “protettorato” del Reich e la Slovacchia vassalla tedesca. Il 23 marzo Chamberlain invoca ancora la collaborazione dell’Italia per una pace europea.

Il 25 Hitler propone formalmente a Mussolini una alleanza militare. Il 26, in un discorso celebrativo della nascita dei “Fasci”, Mussolini ribadisce le richieste rivolte alla Francia. Il 29 Daladier risponde ambiguamente: disponibile ad aprire trattative sulla base degli Accordi del ’33, però «jamais» per quanto riguarda eventuali concessioni territoriali. Il 29 termina con la vittoria di Franco, la guerra civile spagnola, dove l’Italia ha consumato materiali e mezzi oltre ogni limite.
Coperto il fianco occidentale, l’Italia si sente minacciata su quello balcanico-danubiano, dove i vari Paesi cominciano ad avvicinarsi alla Germania, specie dopo la fine dei “resti” cecoslovacchi. Invade allora l’Albania (6 aprile) per riaffermare la propria presenza nell’area e “rincuorare” Romania e Bulgaria sotto pressione nazista. Nella circostanza si palesano gravi deficienze militari. Il Papa, in un messaggio, definisce la Spagna franchista «baluardo inespugnabile della fede cattolica», grazie anche ai 4.000 caduti del Corpo Volontari Italiani.

Il 6 maggio Ciano e von Ribbentrop si incontrano a Milano per temi di “ordinaria natura”. Improvvisamente Ciano riceve una telefonata del Duce che lo incarica di definire un Trattato di alleanza militare con la Germania. Perché tanta fretta? Alcuni storici attribuiscono la decisione all’ennesima campagna giornalistica contro l’avvicinamento italo-tedesco. La spiegazione appare troppo semplicistica. Verosimilmente si era deciso di concludere la “politica dei due forni” con una scelta definitiva. Secondo Tamaro, Ciano aveva già ricevuto direttive da Mussolini (concordate con Hitler), che nel comunicato finale fosse annunciata la prossima firma dell’alleanza militare. Alla quale decisione fu spinto dalla notizia, data il giorno precedente alla Camera dei Comuni, di trattative aperte con la Turchia per un patto di garanzia. In questo patto Mussolini vide l’ultima manovra dell’accerchiamento britannico contro l’Italia e volle un’adeguata risposta.

La scelta del “forno” tedesco, quindi, fu la risposta alla sindrome da isolamento e accerchiamento provocata dai franco-inglesi con la loro politica. Di qui, il 22 maggio, la firma a Berlino del “Patto d’acciaio” per il “corridoio di Danzica”. Tale intenzione viene riferita, “per caso”, da von Ribbentrop a Ciano in quel di Salisburgo l’11 agosto, aggiungendo convinto che Francia e Gran Bretagna non si sarebbero mosse. La costernazione di Mussolini, che credeva nei quattro anni di pace, si trasformerà in “colpo” allorché Germania e Unione Sovietica annunciano la firma di un Patto di non aggressione, con un protocollo segreto per l’attacco e la spartizione della Polonia. Con tale Patto la Germania viola il Patto antikomintern, che impone la consultazione tra Germania, Giappone e Italia in caso di interesse con l’Urss.

È uno sconquasso politico e ideologico. Il governo giapponese si dimette: i partiti comunisti di tutto il mondo (compreso il Pcd’I), dopo una breve fase di sbandamento, affiancheranno la nuova politica filonazista. Tutti entrano in agitazione. Il Presidente Usa Roosvelt invia un messaggio a Vittorio Emanuele III perché eviti lo scoppio di una guerra. Pio XII si rivolge a tutti i governi perché «usino la ragione».
Hitler (finalmente!) il 25 agosto informa Mussolini del “prossimo” inizio delle operazioni, e questi risponde dichiarando lo stato di impreparazione militare e la necessità, per un suo impegno, di ottenere fornitura di mezzi e materiali. Hitler dichiarerà che «farà da solo», e prega affinché l’Italia «finga» di intervenire. La risposta è affermativa, ma Ciano informerà i due ambasciatori di Francia e Gran Bretagna che l’Italia “non” interverrà. Ringraziamenti. Il 26 Francia e Polonia stipulano un trattato di alleanza militare. Il 31 il Consiglio dei Ministri italiano dichiara formalmente la “nonbelligeranza”, un eufemismo per non dire “neutralità”.

Il 1° settembre i tedeschi attaccano la Polonia, Chamberlain, anche a nome di Daladier, chiede l’intervento di Mussolini presso Hitler per un “tavolo della pace” tipo Monaco. Una sola condizione: ritirare le truppe dai territori occupati. Mussolini aderisce e pressa insistentemente Hitler ad accettare la proposta. Hitler non gradisce l’intromissione del Duce (che ha già ricevuto il diploma di “traditore”) ma accetta: non si parla, però, di lasciare quanto occupato. È la fine.
Il giorno 3 la Gran Bretagna dichiara guerra alla Germania: dopo solo alcune ore sarà seguito dalla Francia. Ma l’esercito franco-inglese, malgrado gli accordi con la Polonia e la decisa superiorità di forze, non si muoverà. Il 16 l’Armata Rossa attacca la Polonia. Lo stesso giorno l’ambasciatore francese propone a Ciano l’apertura dei colloqui per risolvere le controversie tra Italia e Francia. «Troppo tardi», dirà Mussolini a Lagardelle, che sollecitava un radicale cambiamento di fronte dell’Italia.
A fine settembre i due eserciti invasori, nazista e comunista, si fermano sulla linea prestabilita, ed entrambi iniziano una serie di nefandezze nei confronti dei poveri polacchi. Conclusione: la responsabilità dell’inizio della Seconda guerra mondiale discende dall’alleanza tra nazisti e comunisti. Ancora oggi, però, alcuni additano come responsabili la Germania e l’Italia. La quale Italia, in realtà, già “traditrice” per Hitler, se ne stava zitta e buona, sia pure con Mussolini tormentato per l’impossibilità di muoversi.
La danza era finita.

Arnaldo Grilli