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I Carabinieri nel Novecento Italiano

La politica estera e militare. 1936-1939

Tanti negoziati per risolvere le controversieCon la conquista dell’Etiopia, l’Italia si considerava appagata nelle sue aspirazioni risorgimentali. Fino ad allora aveva svolto una politica estera alla faticosa ricerca di una alleanza che la guarisse dalla sindrome da isolamento e da accerchiamento, seguendo due strade (la politica dei “due forni”): cercare di stabilire un “Patto Latino” o “Mediterraneo” con la Francia, cui sarebbe seguita la Gran Bretagna (nei due Paesi gli statisti favorevoli erano Laval e Chamberlain, che però avevano forti oppositori: il socialista Leon Blum e il solito antitaliano viscerale Eden); o giocare la carta tedesca per garantirsi “almeno” la frontiera del Brennero e la penetrazione nei Balcani. Le preferenze erano per il “Patto Latino”.

Anche le altre potenze avevano le loro priorità. Vediamole. La Gran Bretagna non voleva impelagarsi nel ginepraio europeo: si contentava di avere nel continente un antemurale storico come la Francia, ma non disdegnava la politica di Hitler sulle rivendicazioni “in” Europa, in quanto non toccavano l’impero britannico. Hitler vedrà con favore, quindi, un qualche legame con l’Inghilterra. Con ciò si insospettivano e si allarmavano gli “altri”: a partire dalla Francia, che temeva per le frontiere sanguinosamente segnate con la Prima guerra mondiale. Avrebbe potuto scendere a patti con l’Italia, ma le sinistre lo impedivano. Anche Stalin aveva il terrore di una qualche intesa tra la Germania e le democrazie occidentali, in primis con la Gran Bretagna e la sua politica di “distensione” con le rivendicazioni di Hitler. Da qui, l’Unione Sovietica rinforzerà la sua politica di avvicinamento alla Germania. Infine, l’Italia, che avrebbe avuto tutto da perdere da una intesa anglo-nazista. Addio alla indipendenza dell’Austria e addio alla penetrazione balcanica, i cui Paesi si sarebbbero sentiti attratti dal nuovo “imperial regio governo” in versione nazista.

In tale contesto, la politica estera italiana deve per forza di cose scendere a patti con altri. Anche se non è sola in questa situazione. Deve ballare la musica in Europa, la cui orchestra, però, non ha un “maestro” per dirigerla. Si iniziano le danze. Cominciano gli spagnoli, con una feroce resa dei conti interna, tra rossi, semi-rossi e tradizionalisti conservatori. Mussolini osserva con indifferenza; Stalin si preoccupa perché i massacri dei “rossi” disturbano la nuova linea della tattica flessibile che prevede l’aggancio della borghesia vogliosa di liberal-socialismo.

Il primo a buttarsi nel carnaio spagnolo è Blum, con una roboante dichiarazione di guerra al fascismo (cioè a Mussolini). Segue Hitler, che si propone – oltre che di fare affari (e li farà) – di indurre Mussolini a intervenire per agganciarlo con la scusa della lotta al bolscevismo. La Gran Bretagna, sotto-sotto, dà una mano a Franco. Mussolini deve intervenire per non restare imbottigliato anche nel Mediterraneo occidentale. A scanso di equivoci stipulerà due trattati, sia con Franco che con la Gran Bretagna secondo i quali a fine guerra nulla (proprio “nulla”) l’Italia avrebbe preteso (basi, territori o altro).

Mosca, 23 agosto 1939. Firmato il patto di non aggressione tedesco sovietico tra Gaus, Stalin e MolotovCiò nonostante si sosterrà “l’aggressione fascista”. Seguirà Stalin, per salvare la faccia di “padre” del comunismo mondiale. La storia specifica spagnola durerà ben tre anni. Nel frattempo il ballo continua. L’Italia è costretta ad avvicinarsi alla Germania per coordinare gli aiuti a Franco. Era quello che Hitler aspettava (24 luglio 1936). Il 24 ottobre nasce l’Asse Roma-Berlino per un comune impegno in Spagna, per risolvere le tensioni nell’area (di nostro interesse) balcanico-danubiana e la questione austriaca. Mussolini precisa, però, in un discorso, che l’Asse è aperto a quanti hanno interesse al mantenimento della pace. Guardando, al solito, verso Gran Bretagna e Francia.

Infatti, a novembre, Italia e Gran Bretagna firmano un accordo commerciale che mette una pietra sopra l’impresa etiopica, e si impegnano ad intavolare trattative politiche. Uno schiaffo per Hitler. Nel gennaio del 1937 Italia e Inghilterra firmano il famoso Gentlemen’s Agreement con il quale si riconoscono i reciproci interessi e diritti nella regione; nonché l’impegno dell’Italia per il mantenimento dell’indipendenza e dell’integrità territoriale della Spagna. Schiaffo alla Francia. Il 25 successivo firma di un Patto italo-jugoslavo per il mantenimento dello status quo nell’Adriatico. Ancora schiaffo alla Francia, che “tutelava” la Jugoslavia in funzione antitaliana. Seguiranno anche gli altri due della Piccola Intesa: Cecoslovacchia e Romania. Schiaffo a Hitler che già programmava di mangiarsi la Cecoslovacchia.

La danza riprende: Hitler manda il ministro degli Esteri Konstantin von Neurath che si incontra prima con Ciano, ancora filotedesco e antifrancese, poi con Mussolini. Solo chiacchiere salottiere, dopo quelle con il ministro dell’aeronautica Hermann Goering e quelle di giugno col ministro della guerra Werner von Blomberg, il quale lancia l’esca a Mussolini di un incontro con Hitler. Mussolini gradisce, ma rimanda a momenti futuri. A settembre cede. Il 25 si incontrano prima a Monaco (freddezza tra la popolazione, applausi stentati: la Prima guerra mondiale scotta ancora). Hitler organizza meglio le cose a Berlino: tutti in piazza, milioni di urlanti. Mussolini parla alla folla: nessuno capirà qualcosa. A comando, però, applausi a non finire. Mussolini ci crede e comincia a oscillare verso Hitler (peggio per la Francia nemica dell’Italia, penserà).

L’11 dicembre del ’37, primo risultato: l’Italia abbandona la Società delle Nazioni. La Gran Bretagna (l’altro “forno”) cerca di correre ai ripari. Eden si dimette per contrasti con Chamberlain, allineato con l’ambasciatore dell’Italia Dino Grandi. Lo sostituisce Edward Halifax che, appena insediato, avvierà negoziati con l’Italia. Schiaffo a Hitler e alla Francia, che verrà ribadito con il cosiddetto “Accordo di Pasqua” firmato a Roma (16 aprile 1937).
La Francia, senza più il vendicatore Blum, dopo l’accordo suddetto, che riconosce l’annessione della Etiopia, avanza la proposta di un negoziato tra i governi italiano e francese per la soluzione delle controversie. Reazione delle “sinistre” francesi e preoccupazione di Hitler, che insiste per “restituire la visita”. Il 3 maggio visita l’Italia fino al 9: freddezza da parte del Re. Il Papa si ritira a Castelgandolfo. Hitler riaggancia Mussolini e così riprende vigore la corrente filonazista.