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Ma il meglio della modernizzazione si avrà soprattutto nelle vie di transito (prima esistevano soltanto “piste”): una rete ferroviaria a grande traffico Assab-Dessié-Tendahò-pendici dell’Avàsc fin sotto Ancòber-Addis Abeba (circa 900 km). Una rete stradale principale o fondamentale, affidata all’Azienda Autonoma Statale della Strada (Aass) massicciate e bitumate con le caratteristiche delle grandi autostrade (inesistenti in Italia) con opere d’arte grandiose per 10.794 km. Inoltre, strade secondarie per una spesa poliennale di 1.200 milioni Infine, uno sviluppo ingente delle piste camionabili percorribili con automezzi per 7-8 mesi l’anno. I cantieri di lavoro saranno spesso attaccati da bande armate verosimilmente equipaggiate dagli inglesi. In totale, come primo impianto, 18.794 km di strade principali e secondarie oltre le piste.

La crescita economica. In origine esistevano soltanto qualche mulino e pastificio, pochi oleifici e saponifici, alcune concerie, una fabbrica di birra, due fabbriche di sigarette, una di fiammiferi, qualche fornace per latterizi, varie segherie, due modestissime imprese elettriche, alcuni impianti minori per la produzione di acque, di burro, di profumi; misero l’artigianato. Tutto qui. L’agricoltura: appena il 10 per cento del terreno utilizzabile, per lo più pastorizia. Gli italiani diedero vita ad una serie di Compagnie (in forma di Società Anonime, quindi afflusso anche di capitale estero), a ciascuna delle quali venne assegnato un campo di studio, di ricerca e di attività. Una sommaria elencazione delle Compagnie può dare l’idea dell’entità dello sviluppo economico di quelle popolazioni, prime beneficiarie: le compagnie per il cotone d’Etiopia; per le fibre tessili vegetali; quella italiana Semi e Frutti oleosi; etiopica del latte e derivati; etiopica per la lavorazione delle carni; cementerie d’Etiopia. Compagnia italiana studi e allevamenti zootecnici; Tannini d’Etiopia; per l’industria dei laterizi in Etiopia; per le pelli gregge d’Etiopia; per le essenze legnose; etiopica mineraria; quella nazionale imprese elettriche d’Etiopia; l’ufficio consorziale per forniture e impianti telegrafonici in Aoi; la compagnia per la flora etiopica; etiopica degli esplosivi; per la birra dell’Aoi; industria di vastissime proporzioni per i trasporti automobilistici coordinati da una apposita agenzia (Citao). Naturalmente, nel quadro dell’attività di ogni singola compagnia, si svilupperanno numerose aziende particolari, filiali, officine e indotto vario. In sostanza: lo sviluppo dell’Impero avrebbe alleggerito il Meridione d’Italia, funzione questa già positivamente assolta con la Libia.
Una delle critiche, tra le quali il costo dell’impresa a detrimento dello sviluppo del Mezzogiorno italiano (opinabile) è quella che rsi chiede del perché furono spesi miliardi per creare la “civiltà” in Etiopia quando sarebbe stato meglio ammodernare l’Esercito e l’Aeronautica (la Marina “stava bene”).
Questa scelta, però, doveva derivare da una politica decisamente guerrafondaia: che non esisteva, se non a parole. È comunque vero che, anche nella valutazione di una guerra da combattere soltanto dopo il 1944, l’Esercito specialmente non doveva rimanere ai livelli della Prima guerra mondiale. Questa critica riporta alla miopia anche degli Stati Maggiori centrali.
Quale fu l’onere di spesa per l’Aoi? Notevole e da aggiungere a quello per la modernizzazione dell’Italia, di cui sono stati dati riferimenti (vedasi, tra tanti, le paludi pontine e le cinque città “nuove”). Fu varato un piano sessennale a decorrere dal 1° luglio 1936. Cosicché, nel 1942 era programmata anche l’Esposizione Universale Romana (Eur, altre spese). Ciò prova l’estraneità di fatto dell’Italia ad ogni ipotesi reale di guerra.
Una conclusione cinica: visto come vanno le cose del mondo, era forse meglio adottare una politica coloniale come quella dei Paesi citati? Ad esempio, fare come l’Inghilterra la guerra dell’oppio? L’Italia, invece, nel piano sessennale stanzierà una spesa di circa 12 miliardi di lire per le opere pubbliche, indispensabili per il primo attrezzamento dell’Impero, di cui si è detto.
Tutto, sotto la direzione del Duca Amedeo d’Aosta, Viceré d’Etiopia: una delle più prestigiose figure agli occhi del mondo coloniale.

Arnaldo Grilli