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I Carabinieri nel Novecento Italiano

Razzismo ed antisemitismo. 1936-1939

 Sono fenomeni diversi, anche se a volte, nel contesto di circostanze particolari (storiche-sociali-economiche-religiose-politiche), si sono integrati. Non si deve confondere razzismo con xenofobia (paura del “diverso”), né associare il nazionalismo con l’antisemitismo, il che accadde solo nell’Europa centrale e orientale (Ungheria, Romania, Polonia, Russia). Né si può fare di “tutt’erba un fascio” tra situazioni differenti come il razzismo europeo, i problemi dei neri negli Usa, l’Apartheid in Sud Africa o la difesa della razza in Svezia o in altre parti del mondo. Ogni manifestazione di razzismo e di antisemitismo deve essere studiata con razionalità e non in modo superficiale o, addirittura, emotivo.
Del periodo in questione bisogna approfondire, soprattutto, i “vettori culturali”, che finiscono, per l’interazione con altri, col determinare una “politica” razziale o antisemita con il relativo quadro legislativo. Nei vettori culturali due sono le teorie che danno origine al razzismo-antisemitismo: il primo è la costruzione di “tipi razziali ideali” in relazione a studi glottologici, estetici, antropologici, eugenetici e via elencando; il secondo nasce nel campo del sociale, come anticapitalismo. Dalla fusione delle due teorie nasce, nella seconda metà dell’Ottocento, la pericolosa miscela del razzismo-antisemitismo, dove gli ebrei vengono accusati (in quanto padroni del potere finanziario) di voler ridurre il mondo in schiavitù. Da qui la nascita di un “popolo eletto”, naturalmente di pura razza ariana (alto, biondo e con occhi azzurri), con la missione di difendere la civiltà.
Ciò premesso: quali furono le motivazioni che, con le leggi razziali, fecero commettere a Mussolini «l’errore più grave e più gravido di conseguenze nella politica interna?» (Tamaro). Peraltro, scrive Mosse: «Mussolini non era razzista, era un consumato politico che, a differenza di Hitler, non era oppresso da una visione apocalittica della vita. Concepiva il futuro come qualcosa di indeterminato, che in virtù di un “uomo nuovo” fascista avrebbe avuto sicuramente una soluzione positiva». Sin dall’inizio della sua avventura politica Mussolini ebbe ottimi rapporti con gl i ebrei, tanto da confessare a Ludwig che «l’orgoglio nazionale non aveva affatto bisogno di deliri di razza».
Ricorda Tamaro: la Sala di piazza di San Sepolcro fu concessa a Mussolini il 23 marzo 1919 dal presidente dell’Associazione commercianti, l’ebreo Goldmann. Cinque ebrei presero parte alla fondazione del Popolo d’Italia (Goldman, Jona, Sarfatti, Jarach e Pontremoli) e altri due (Caralia e Jono), con le Messaggerie dell’ebreo Calabi, garantivano la vendita del giornale. Senza parlare degli anni trascorsi con Margherita Sarfatti, prima sua biografa con Dux. Inoltre, egli non fece mai politica contraria all’ebraismo e al sionismo; addirittura istituì una nave-scuola israeliana in quel di Civitavecchia. Molti ebrei furono fascisti della “prima ora” e assunsero cariche di governo (Finzi) o di rilievo nello Stato. Cercò di dissuadere Hitler dalla sua furia antiebraica, diede asilo a profughi ebrei, e nel ’34, dopo l’assassinio di Dollfuss, prese ripetutamente posizione contro il razzismo tedesco (vedi discorso di Bari).
Allora, quali sono gli argomenti “razionali” da considerare, non per giustificare l’errore (ingiustificabile sotto ogni aspetto), ma per “comprenderlo”? De Felice ne precisa tre: uno era quello di dare al fascismo un nuovo dinamismo, nel quadro della battaglia per la creazione di un “uomo nuovo”, attraverso l’acquisizione di una “coscienza razziale”; un altro era quello di dare un pegno di solidarietà a Hitler, come guarentigia della fedeltà dell’Italia alla comune politica dell’Asse. In tale ottica, però, «voleva sfruttare l’occasione per sottolineare la differenza esistente, che egli teneva a sottolineare agli occhi sia degli italiani che degli stranieri, tra il fascismo e il nazismo». Da qui il carattere non biologico, ma spiritualista del razzismo fascista e il suo insistere sullo slogan “discriminare ma non perseguire”. Il terzo motivo era quello di «regolare i rapporti fra italiani in Etiopia e le popolazioni locali, in modo da evitare che un comportamento non dignitoso nei confronti degli indigeni (tra cui il madamismo) pregiudicasse il prestigio e l’autorità dell’Italia in quelle terre (provocando, tra l’altro, il meticciato)».
Altre ipotesi formulate da Tamaro sulla improvvisa svolta antiebraica di Mussolini: «Una per accattivarsi le simpatie delle popolazioni islamiche sotto dominio britannico e francese su cui mirava la politica espansionistica italiana; altra motivazione si fondava sulla “reazione” alla campagna antitaliana da parte dell’ebraismo internazionale durante la campagna d’Etiopia; infine per l’odio che Blum, Mandel, Zay e altri ebrei francesi professavano apertamente per l’Italia fascista».
Nella sostanza, fino al 1938 in Italia, a differenza di altri Paesi (vedi box), non esisteva la cosiddetta “questione razziale”, tanto più in chiave antisemita. Infatti, gli ebrei in Italia erano appena 47mila, quantomai integrati nella nazione. C’erano dei fanatici (Interlandi, Preziosi, Farinacci) che straparlavano contro gli ebrei: essi però erano ai margini del fascismo fino a quando non si giunse al 14 luglio 1938. Quel giorno Il Giornale d’Italia pubblica il famigerato “Manifesto degli scienziati razzisti” nel quale, tra l’altro, si afferma che «gli ebrei non appartengono alla razza italiana». Dei 25 pseudoscienziati soltanto un nome di rilievo: Pende.