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Mussolini appoggia la linea totalitaria di Bottai, ma frena quella sociale di Pannunzio, Rosoni e Ricci, che considera “in anticipo”: non è ancora giunta l’ora del “secondo fascismo” (la spallata al capitalismo); alle porte si minaccia una guerra europea: si combatte in Spagna; l’Italia non ha “proletariato” e per l’80 per cento l’economia è agricola; l’industria è ampiamente con partecipazione statale (Iri, Imi). Accetta l’idealità socialista dei giovani inquieti e impazienti: per il momento sostiene la campagna antiborghese nel discorso alla direzione del Partito del 25 ottobre 1938: «Alla fine dell’anno XVI ho individuato un nemico, un nemico del nostro regime. Questo nemico ha un nome: “borghesia”. Quando, alcuni anni fa, mi occupavo di questa faccenda e tentavo, invano, di raddrizzare le gambe ai cani, io dicevo: fate distinzione nettissima fra capitalismo e borghesia. Perché la borghesia può essere una categoria economica, ma è soprattutto una categoria morale, è uno stato d’animo, è un temperamento. È una mentalità nettissimamente refrattaria alla mentalità fascista. Si potrebbe dire, grosso modo, che la borghesia è quella che sta fra gli operai da una parte e i contadini dall’altra, cioè fra alcuni milioni di persone. Questo non ci soddisfa».
Nello stesso discorso richiama l’attenzione sui «poderosi cazzotti» che il regime aveva già dato alla borghesia attraverso l’adozione di provvedimenti che miravano a «incidere sul costume e sul carattere, creando attorno agli italiani un’atmosfera di tipo militare», e imponendo all’attenzione dei cittadini la rivoluzione culturale, tende a stimolare in essi la formazione di una coscienza razziale (non è motivo di gloria).

La polemica antiborghese per fare dell’italiano un Uomo nuovo sarà un fallimento completo. Restano due temi che, affrontati, non sono scomparsi. Anzi. Uno è l’antiamericanismo come rifiuto del modello di vita individualista-consumistico, ripreso oggi dai no-global. L’altro è quello della svolta sociale, sviluppato nella polemica sindacale (1939-1943) attuata nella Repubblica Sociale (1943-1945), e ripresa nel dopoguerra specie da parte dei cosiddetti “fascisti rossi” (oltre 20mila), che, in modi vari, confluiranno nel Pci e nei sindacati di sinistra.
In questo contesto, il discorso continua. Nella sostanza delle tematiche resta comunque irrisolto il problema sul “tramonto dell’Occidente” e dei suoi valori tradizionali, causa la “decadenza” provocata da un “progresso” incontrollato e finalizzato al lucro.

l’economia, L’autarchia. In conseguenza della “grande crisi” dell’economia mondiale, l’Italia dovette correre ai ripari per salvaguardare la mano d’opera industriale dalla disoccupazione. In tale quadro, furono fatti i primi passi per una economia “nazionale” che evitasse a limitasse le conseguenze delle crisi più o m eno ricorrenti (anni Trenta). La politica del “fare da sé” venne intensificata a cavallo della Guerra d’Etiopia, quale conseguenza delle sanzioni imposte dalla Società delle Nazioni, che bloccarono una gamma di importazioni e ridussero notevolmente le nostre, peraltro modeste, esportazioni.
A partire dal 1936, però, malgrado la revoca delle sanzioni, l’azione di contenimento delle importazioni si fece più programmata. Ciò anche in relazione alla polemica antiborghesia, che tendeva a limitare l’uso di prodotti effimeri (tabacchi, liquori, calzature, vestiario e oggetti di arredamento o d’uso sportivo) e a privilegiare quelli nazionali. Nascono i “surrogati” e vengono incrementati i settori per l’estrazione di materie prime, affidati prevalentemente ad aziende di Stato. Nascono l’Aci (Azienda Carboni Italiani) e l’Anic (Azienda Nazionale Idrogenazione Combustibili), per la produzione di benzina sintetica, petrolio e suoi derivati. Vengono potenziate l’Agip (Azienda Generale Italiana Petroli) e l’Ammi (Azienda Minerali Metallici Italiani). Quasi tutti i settori sono rimodellati per conseguire la massima autonomia nazionale.
Come conseguenza si sviluppa una vera e propria “nazionalizzazione” (lo Stato-padrone, come in un regime comunista), nonché la pianificazione centralizzata dello sviluppo economico. Malgrado le difficoltà, non vengono meno provvedimenti a favore di settori economici: aumento dei salari dal 5 all’11 per cento; diritto agli assegni familiari riconosciuto a tutti i lavoratori dell’industria, indipendentemente dall’orario di lavoro; imposta straordinaria progressiva stabilita sui dividendi delle società e sulle proprietà immobiliari; riconoscimento giuridico al “Comitato di vigilanza sui prezzi”; blocco per due anni dei prezzi delle tariffe di affitti, gas, elettricità, acqua e trasporti.
Nel 1937, in occasione del primo anniversario dell’Impero, viene stabilito un aumento degli stipendi dei lavoratori privati di entità variabile tra il 10 e il 12 per cento; dopo pochi mesi analogo provvedimento sarà adottato a favore degli impieghi pubblici e delle pensioni; la giornata lavorativa di quaranta ore viene ristabilita (fu ridotta per “fare lavorare tutti” in occasione della “grande crisi”); l’Iri è trasformata in Ente permanente (vivrà addirittura fino agli anni 2000!); per sostenere con l’intervento dello Stato l’industria metallurgica (Terni, Ilva, Dalmine, Siac-acciaierie) e il settore delle costruzioni navali vengono costituite rispettivamente la Finsider (Società Finanziaria Siderurgica) e la Finmare.
Nel giugno del ’38 parte da Genova la “Flotta del Lavoro” diretta in Libia, costituita da 1.800 nuclei familiari, per un totale di 200mila coloni, che vengono distribuiti in una serie di villaggi appositamente costruiti in Tripolitania: si tratta della prima migrazione organizzata su vasta scala di agricoltori (specie meridionali) diretti nella “Quarta Sponda”. Viene inaugurata la nuova città-comune di Carbonia da Mussolini. Una “nuova Legge sul Collocamento impegna lo Stato, attraverso le organizzazioni sindacali, alla sistemazione dei lavoratori disoccupati. Nel marzo 1939, gli stipendi delle diverse categorie dei lavoratori sono aumentati del 5-10 per cento. Nel novembre, dopo due mesi dall’aggressione nazi-sovietica alla Polonia, la settimana lavorativa viene riportata alle quarantotto ore.

Arnaldo Grilli