Menu
Mostra menu

Il 5 maggio le truppe italiane entrarono in Addis Abeba e alla fine del mese tutta l’Abissinia fu occupata. Per le esigenze dell’intera campagna in Africa Orientale, l’Arma aveva richiamato dal congedo circa 12.000 uomini e i Reparti mobilitati raggiunsero la cifra di 78 Sezioni Carabinieri, oltre alle decine di Nuclei, alle Bande autocarrate e a quelle di irregolari indigeni.
L’opera dei Carabinieri non si limitò alla partecipazione a tutte le fasi del ciclo operativo, combattendo con altre truppe: essi resero servizi di polizia militare e civile. In particolare, le Sezioni dell’Intendenza curarono la sicurezza delle vie di comunicazione e la disciplina del traffico, esercitando azione di controllo e assistenza sui contingenti di operai che affluivano dall’Italia per la costruzione di strade ed altre strutture di supporto logistico alle truppe operanti.

25 aprile 1936, la 4° Banda Carabinieri a Gunu Gadu, dove si svolse un'aspra battaglia.Nel corso della guerra caddero 208 carabinieri e circa 800 furono feriti. Vennero concesse 4 Medaglie d’oro al valor militare, 49 d’argento, 108 di bronzo e 435 Croci di Guerra al valor militare. La Bandiera dell’Arma fu insignita della Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia con la seguente motivazione: «Durante tutta la campagna diede innumerevoli prove di fedeltà, abnegazione, eroismo; offrì olocausto di sangue generoso; riaffermò anche in terra d’Africa le sue gloriose tradizioni; diede valido contributo alla vittoria. 3 ottobre 1935 - 5 maggio 1936» (Regio decreto 27 gennaio 1937).
Alla fine della campagna, i territori dell’Africa Orientale Italiana ebbero un nuovo assetto amministrativo e l’Arma fu chiamata a nuovi onerosi compiti. Ciò richiese l’impianto su base territoriale delle forze di polizia ed il loro sollecito funzionamento, nonché un attivo concorso per l’attuazione dei compiti specifici di ogni organo della pubblica amministrazione. Si ebbero in tal modo, per l’Africa Orientale Italiana, un organico ed un ordinamento del tutto propri; i reparti mobilitati si trasformarono progressivamente in reparti territoriali. Le Bande autocarrate, risalite dall’Ogaden, conservarono invece la propria struttura. Ad Addis Abeba venne poi istituita una Scuola allievi zaptiè.

Dopo la guerra ebbe inizio la guerriglia, specie nei territori di confine. Un’importante operazione fu svolta il 26 ottobre del 1936 nei pressi del lago Akaki, da un Reparto di 50 carabinieri e zaptiè. Dopo aver sequestrato forti quantitativi di armi e munizioni, esso venne assalito sulla via del ritorno da oltre 300 uomini. L’impari lotta mise alla prova il valore e la resistenza della forza dell’Arma, che attaccò anche alla baionetta, riuscendo infine a sganciarsi. Nello scontro caddero 15 militari.
Un periodo particolarmente grave e difficile fu quello che seguì l’attentato al generale Graziani, il 12 febbraio 1937. Il 10 settembre dello stesso anno alcune centinaia di persone attaccarono la Stazione dell’Arma di Arbi-Cebrà (Beghemeder). Vi trovarono la morte tutti i carabinieri e gli indigeni del piccolo presidio. Cadde eroicamente il carabiniere Giovanni Pazzaglia, alla cui memoria fu concessa la Medaglia d’oro al valor militare perché: “Trovandosi lontano dalla sede, e venuto a conoscenza di gravi sintomi di ribellione serpeggianti nella giurisdizione della propria stazione, insistentemente chiedeva di raggiungerla. Due giorni dopo il suo arrivo, attaccato il fortino da preponderanti forze ribelli, addetto all’unica mitragliatrice di cui disponevano i difensori, per ben sette ore di accanito combattimento, con mano salda e cuore intrepido, teneva testa al nemico facendo strage. Esaurite le munizioni, unico nazionale ancora illeso fra i difensori, rendeva inservibile l’Arma e, sublime esempio di consapevole eroico sacrificio, si adunava con i superstiti indigeni attorno alla Bandiera innalzata al cielo al centro del fortino e, fronte al nemico, trovava morte gloriosa”. Così, in altre località, proseguirono analoghi esempi di valore ad opera di carabinieri e zaptiè.

Nell’agosto 1938 vi fu il sanguinoso scontro di Mendide, nel distretto di Snaa, tra circa 700 ribelli a cavallo e una piccola colonna di truppe, alla quale erano stati aggregati i militari della Stazione di Mendide: un maresciallo e 7 dipendenti, dei quali caddero i carabinieri Antonio Alessi e Mario Galli. Medaglia d’oro al valor militare al primo, e di bronzo al secondo.


Approfondimento: Zaptiè, Ascari, Dubat: tutti soldati italiani

 Per i giovani e i meno giovani, che, per effetto della cultura egemone, ignorano tutto o quasi della nostra – e della loro – storia, riteniamo di dover dire qualcosa di quei “predoni”, ossia di tutti quegli indigeni che in terra d’Africa vennero inquadrati nelle file dell’Arma dei Carabinieri.

Gli ascari (dall’arabo, “soldati”) erano gli indigeni nelle varie Armi delle nostre truppe coloniali. Il loro battesimo del fuoco avvenne a Sahati (1887): nel 1892 entrarono a far parte dell’Esercito italiano sino ad assumere il nome di Regio Corpo di Truppe Indigene: gli arruolamenti erano volontari, dai 16 ai 30 anni; la prova di idoneità consisteva in una marcia di 60 chilometri in 10 ore consecutive.
Tra gli ascari e l’ufficiale comandante del battaglione si creavano vincoli particolari, poiché il comandante era il regolatore della vita del reparto e del campo famiglia degli ascari, che ricorrevano a lui anche per le questioni private.

I dubat (da dub, striscia di tessuto avvolto al capo, e at, il colore bianco candido dell’uniforme) vennero reclutati in Somalia fin dal 1924. Erano elementi scelti fra gli uomini più dotati fisicamente e intellettualmente.
Ed ora, qualcosa sui nostri bravi zaptiè (dal turco zaptiye: polizia). Lo zaptiè viene inquadrato, per la prima volta, nel 1888, in Eritrea, nella Compagnia Carabinieri d’Africa. Da allora, fino alla battaglia di Culqualber, zaptiè e carabinieri nazionali affrontarono gli stessi sacrifici per difendere le popolazioni, fare rispettare le leggi, mantenere l’ordine in tempo di pace e, sempre insieme, combattere in guerra, rivelando, in ogni circostanza, fedeltà assoluta all’Italia. La scheda delle medaglie al valore ne è la dimostrazione.

 Gli zaptiè venivano rigorosamente selezionati dall’ambiente civile (in Eritrea, in Somalia, in Libia e in Etiopia) e tra i dubat e gli ascari più meritevoli. Inizialmente avevano come loro graduato solamente il buluc-basci (dove buluc indicava un gruppo di militari tra la squadra e il plotone) che, con l’aumentare dell’organico, divenne graduato intermedio tra il muntaz (capo squadra) e lo scium-basci, che era l’unico grado di ufficiale previsto per i reparti indigeni.
La forte ed esemplare individualità militare degli zaptiè derivò dalla rigorosa formazione alla quale furono sottoposti dagli ufficiali e sottufficiali dell’Arma nazionale nonché dai quadri zaptiè (scium-basci, buluc-basci e mundaz).

Comandare ascari, dubat e zaptiè era un onore, poiché la condizione assoluta per ottenerne l’obbedienza era di dimostrare “sul campo” un coraggio ed uno spirito di sacrificio superiore al loro. Oltre, naturalmente, che dimostrare doti di equanimità di giudizio nella soluzione delle controversie più diverse. E, scusate se è poco.
È impossibile, nel ristretto spazio di un articolo, sintetizzare la storia dei nostri zaptiè, che equivarrebbe poi ad illustrare la storia dei carabinieri nazionali, là dove la fratellanza d’Arma, lo spirito di Corpo, lo spirito di sacrificio e lo slancio combattivo erano la comune base della convivenza. Inutile anche riportare il numero dei caduti e dei feriti, che potrebbe apparire retorico. Ricordiamo soltanto alcune località dove zaptiè e carabinieri nazionali combatterono e si distinsero.

In Somalia: Galgial, Baddi Addo, Dai-Dai, Hafun, Ordio, Garad, Sinedogò, Alta Migiurtina, Oltre Giuba, Elagi.
In Libia (fin dal 1912 furono create speciali scuole per zaptiè) l’organizzazione territoriale (74 Stazioni nella sola Tripolitania) venne coinvolta nella lotta, nel corso della quale furono innumerevoli gli atti di valore e di oscuro eroismo degli zaptiè libici, oltre che, naturalmente, dei carabinieri nazionali. Uno speciale Squadrone Zaptiè di manovra prese parte alle azioni belliche della riconquista della Tripolitania nel 1921.
Dal 30 giugno 1914 al 30 giugno 1925 carabinieri nazionali e zaptiè della Tripolitania sostennero 56 combattimenti, ottenendo 24 Medaglie d’argento e 92 di bronzo al valor militare, nonché 342 encomi solenni. Alla Divisione Carabinieri (nazionali e zaptiè) venne concessa sul campo la Croce di Guerra al valor militare.

 Dal 1° gennaio 1914 sino all’aprile del 1925, i componenti della Divisione dell’Arma della Cirenaica, nazionali e zaptiè, presero parte a ben 98 combattimenti, ottenendo 22 Medaglie d’argento, 48 di bronzo e 20 Croci di Guerra al valor militare, oltre che 377 encomi solenni.
Abbiamo appena sfiorato la storia dell’Arma in terra d’Africa, che dovrebbe continuare con il periodo di pace che vide l’arrivo di 40mila coloni italiani in Libia, migliaia in Eritrea, in Somalia e, infine, in Etiopia, sulla cui sicurezza vigilavano le centinaia di Stazioni dell’Arma rette dai “nostri” marescialli, brigadieri, appuntati, scium-basci, buluc-basci, mundaz e zaptiè semplici.

E poi, ancora, la guerra: la seconda guerra mondiale. Ma raccontarla sarebbe troppo lungo: una guerra combattuta anche dai carabinieri nazionali, dagli zaptiè e dai dubat con i denti e con le unghie. Furono sì sconfitti, ma con onore. E quando a Culqualber, dopo tre mesi di resistenza, venne ammainato l’ultimo Tricolore, intorno ad esso c’erano i caduti delle due Compagnie di carabinieri nazionali e una Compagnia di zaptiè: ancora, nella rigidità della morte, con le armi in pugno. Ed ancora uniti, sempre insieme, nel comune sentimento del dovere: forse più emblematico per gli zaptiè, che diedero la vita per una Patria lontana.
Grazie per quanto avete fatto per l’Italia nostra, e perdonate quanti – per ignoranza – confondono la parola “Eroe” con “Predone”.

A.G.