Menu
Mostra menu

I Carabinieri nel Novecento Italiano

In Etiopia
Dal 1935 il governo italiano decise di portare a compimento il progetto di penetrazione in Etiopia, abbandonato nel 1896. Per organizzare le forze che avrebbero dovuto attuare il piano, il 18 aprile 1935 fu istituito il Comando Superiore Carabinieri presso il Comando Superiore dell’Africa Orientale. Il 2 ottobre 1935 venne dato il via alle operazioni militari ed il giorno seguente le truppe italiane varcarono il fiume Mareb, che segnava il confine fra Eritrea ed Etiopia.

Furono mobilitati: cinque Sezioni, un Nucleo ufficio postale ed una Sezione zaptiè, dislocata presso il Comando del Corpo d’Armata Eritreo. Successivamente furono mobilitati: due Sezioni da montagna, una a cavallo ed un Nucleo postale per ciascun Corpo d’Armata e Divisione destinati ad operare sul fronte etiopico. In Somalia vennero costituite, tra l’altro, due “Bande” con truppe indigene, forti di 23 ufficiali, 43 sottufficiali e 1.062 carabinieri. Per il coordinamento dei servizi di polizia militare nelle retrovie e per compiti informativi venne istituito un Comando Carabinieri di Intendenza. Col progressivo affluire sul teatro operativo delle Grandi Unità, l’Arma mobilitò 55 Sezioni Carabinieri da montagna, 6 a cavallo, 6 miste, 3 Sezioni zaptiè e 23 Nuclei, oltre a 3.143 zaptiè e 2.500 dubat, inquadrati in reparti diversi.
Le operazioni militari portarono alla caduta di Adua; l’8 novembre fu presa anche Makallè. In entrambe le città, tappe significative della storia italiana, i carabinieri furono tra i primi ad entrare, insieme ai Reparti del 60° e dell’84° fanteria. Frattanto, sul fronte somalo, l’avanzata avveniva su due direttrici: Dolo-Filtù-Neghelli-Scebeli e Ogaden-Harrar-Dire Daua.

L'eroico carabiniere Vittoriano Cimmarusti.Il 15 dicembre l’armata di Ras Immirù tentò un’offensiva volta a minacciare l’Eritrea, superando i guadi del fiume Tacazzè e cercando di risalire a nord verso la zona di Selaclacà. Tentativo reso vano dalla pronta reazione italiana, nel corso della quale si distinsero quattro Bande di irregolari, costituite dal maggiore dei Carabinieri Giuseppe Contadini (due delle Bande irregolari, usate come ausiliari di polizia per la vigilanza della frontiera, erano comandate da sottufficiali dell’Arma).
In particolare la Banda di Cohain, il cui nome deriva dalla zona di reclutamento, fu posta agli ordini del brigadiere Silvio Meloni. Questi, durante una ricognizione, sostenne un combattimento di otto ore contro forze di gran lunga superiori. Caduto l’ufficiale comandante lo scaglione, il Meloni, rimasto ferito anch’esso, continuò la lotta e, fatto prigioniero insieme al carabiniere Domenico Palazzo, lasciò i suoi uomini in condizioni di combattere ancora, sino a quando riuscirono a rompere l’accerchiamento, liberando i prigionieri. Si distinsero anche il brigadiere Giovanni Amorelli e il carabiniere Angelo Alaimo, colpito al cuore mentre spronava i suoi commilitoni all’attacco. A questi militari fu concessa la Medaglia d’argento al valor militare.

Alle operazioni contro il tentativo di Ras Immirù presero parte la 305a e la 515a Sezione Carabinieri. Alla battaglia del Tembien, al passo Uarieu, parteciparono valorosamente la 302a e la 312a Sezione Carabinieri.
Un cenno a parte merita l’episodio d’eroismo che ebbe per protagonista il brigadiere Salvatore Pietrocola, il quale, durante un combattimento a Malca Guba, nella zona di Neghelli, caduto il proprio comandante, pur ferito gravemente condusse i pochi superstiti all’assalto finché non cadde colpito a morte. Alla sua memoria fu concessa la Medaglia d’oro al valor militare.
Mentre sul fronte nord le successive battaglie condussero le truppe italiane a Dessiè il 15 aprile 1936, aprendo in tal modo la via di Addis Abeba, al sud, il 12, le Bande autocarrate dei Carabinieri ebbero modo di segnalarsi nell’aspro combattimento di Gunu Gadu, piccola località in posizione avanzata dell’Ogaden, ben munita di armi e di mezzi, presidiata da circa 30.000 uomini, trincerati in caserme scavate negli alberi secolari, profonde tre metri e sistemate in modo da consentire un’azione incrociata di fuoco.

Carabinieri e Zaptiè mentre si inoltrano nel territorio etiopico.I carabinieri attaccarono quelle posizioni con i loro autocarri allo scoperto, ingaggiando un durissimo scontro a fuoco durato dalle 7 alle 16 del 24 aprile e costellato da episodi individuali di grande valore. Tra gli altri, quello del capitano Antonio Bonsignore, che si lanciò più volte sui trinceramenti nemici e, nonostante fosse ferito ad un fianco, rifiutò i soccorsi e continuò a guidare i suoi uomini sino a quando non venne colpito a morte; quello del carabiniere Vittoriano Cimmarrusti che, già ferito ad un braccio e medicato sommariamente, tornò sulla linea di fuoco attaccando gruppi di etiopici che tentavano di sorprendere sul fianco la sua Compagnia: nuovamente ferito, proseguì l’azione finché venne sopraffatto; infine, quello del carabiniere Mario Ghisleni che, ferito gravemente alla gamba sinistra, continuò a combattere; alcuni giorni dopo, morì. Ai tre eroici carabinieri fu concessa la Medaglia d’oro al valor militare.