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ASPIRAZIONI AFRICANE. Il 5 dicembre 1934 gli abissini attaccano il presidio italiano di Ual-Ual nella Somalia italiana. I dubat li ricacciano con decisione: nasce la questione etiopica. Il Negus Hailé Selassié si rivolge alla Società delle Nazioni dichiarandosi “aggredito”. Cominciano i balletti diplomatici: l’Italia esige soddisfazioni. In Francia e Gran Bretagna si formano due movimenti di opinioni filo e antitaliani. La Francia, in tale gioco, si riavvicina all’Italia e, il 7 gennaio 1935, il Ministro degli Esteri Laval firmerà l’Accordo italo-francese; nella circostanza Mussolini otterrà da Laval la “mano libera” in Etiopia. Tale intesa, anche se non compresa negli accordi “scritti”, viene comunicata a Londra dallo stesso Laval. Silenzio inglese, che l’Italia interpreta come placet.

Il 9 marzo Hitler si scatena (già aveva emanato la legislazione razziale ed eliminato i nemici interni): annuncia il riarmo aeronautico e il ripristino della coscrizione obbligatoria, contravvenendo così alle imposizioni di Versailles. La Gran Bretagna, anziché “attaccare”, avvia intese con Hitler per regolare i rapporti di forza navale.
Il fronte antitedesco tende a sfarinarsi. Mussolini preme per ricompattare il blocco: dall’11 al 14 aprile ’35 si incontra a Stresa con Flandin e Laval, Mac Donald e Simon. Tra Italia, Francia e Gran Bretagna nasce il Fronte di Stresa, che si impegna, tra l’altro, per l’indipendenza dell’Austria, con l’Italia che continua nell’azione di “guardia al Brennero”; si riconfermano le intese di Locarno. Nel corso dei colloqui, Mussolini fa chiaramente intendere le sue aspirazioni africane. Gli inglesi comprendono perfettamente e stanno zitti. Secondo Mussolini è un tacito assenso. E mette in moto l’organizzazione per risolvere militarmente la questione etiopica, sempre sperando, tuttavia, in una composizione concordata con la Società delle Nazioni, d’intesa con i due di Stresa.

Mentre la Francia di Flandin-Laval non si muove, la Gran Bretagna entra in fibrillazione a causa degli attacchi antitaliani provenienti da vari settori. Il governo Baldwin, per non “andare in minoranza”, invia Eden da Mussolini con un progetto che rasenta l’insulto. La Gran Bretagna avrebbe “regalato” al Negus uno sbocco al mare (un favore favoloso sotto il profilo economico) previa concessione all’Italia del deserto dell’Ogaden e il permesso di costruire una ferrovia per collegare l’Eritrea alla Somalia. Fallimento della missione.

 A complicare le cose, interviene l’esito di un referendum di una delle solite organizzazioni “pacifiste” ad oltranza (Peace Ballot), secondo il quale la maggior parte dei cittadini interpellati (come? quando? da chi?) avrebbero dato risposte per la soluzione in ambito societario e la somministrazione di sanzioni economiche contro il Paese “aggressore”.

Baldwin tenterà un accordo nella Conferenza tripartito del 15 agosto (Baldwin, Laval e Aloisi per l’Italia) – la proposta avrebbe addirittura fatto dell’Abissinia (schiavista e in mano a ras crudeli) una “parte” del tripartito – poco o nulla concedendo: qualche rettifica territoriale e un’area economica privilegiata per l’Italia. L’Italia però rifiuta. Il governo di Sua Maestà britannica commette allora un grosso errore: invia la Home Fleet (quasi tutta la flotta) nel Mediterraneo per intimidire l’Italia.

Doppia linea di Mussolini il quale, se da una parte sensibilizza la dignità delle masse (Adua non è dimenticata) che lo seguono con entusiasmo, dall’altra riconferma di voler rispettare gli interessi inglesi nell’area, sempre ribadendo la sua “guardia al Brennero”, e avanza delle controproposte (acquisizione di zone periferiche abissine abitate da popolazioni ostili al Negus e controllo economico di un’area). Il Negus (uno degli ultimi satrapi del XX secolo) rifiuta convinto di sentirsi spalleggiato.

LA PAROLA ALLE ARMI. La parola passa alle armi: il 3 ottobre 1935 De Bono inizia le operazioni. La Società delle Nazioni pronuncia le sanzioni economiche all’Italia votata da 52 nazioni (no di Albania, Austria e Ungheria); la flotta inglese batte minacciosa il Mediterraneo. Il popolo italiano stringe i denti, si entusiasma e segue Mussolini.

Saranno donate le “fedi nuziali alla patria”. Mussolini, però, teme che la situazione possa precipitare (estensione delle sanzioni al petrolio e intervento armato inglese). Pertanto insiste per una soluzione negoziale con i due partner del Patto di Stresa: questi rispondono positivamente e preparano il Piano Hoare-Laval. L’Italia accetta. Il Piano, però, prima che giunga alla Società delle Nazioni viene “rivelato” dalla stampa (da chi? perché?).

Si scatenano gli oppositori del Governo Baldwin e di quello di Laval (la questione abissina è un pretesto). Hoare è costretto alle dimissioni, Laval lo seguirà di lì a poco. Eden, l’antitaliano viscerale, sostituirà Laval: significa la fine del Piano proposto e, lo ripetiamo, accettato dall’Italia. Mussolini viene quindi “costretto” alla conquista totale dell’Abissinia, e anche in tempi brevi (per i pericoli indicati). A gennaio, Badoglio sostituisce De Bono: la guerra divampa.

Tutti si comporteranno con sacrificio e onore: soldati, camicie nere, operai, e le fedelissime truppe indigene. Gli esperti stranieri, che avevano previsto una campagna lunga, saranno smentiti: il 5 maggio 1936 Badoglio entra ad Addis Abeba; il Negus fugge. Mussolini annuncia a oltre venti milioni di persone in ascolto che «il popolo italiano ha creato col sangue l’Impero. Lo feconderà del suo lavoro e lo difenderà contro chiunque con le sue armi».

L’entusiasmo è al massimo. Il fascismo raggiunge la punta più elevata del consenso. Momenti simili – l’impressione di un “grande sogno” che si realizza – il popolo italiano non li avrebbe più vissuti. Ve lo dice uno che, pur piccolo “balilla”, ascoltò e vide quella sera uomini e donne che piangevano di gioia, come bambini. Pianto che si trasformerà, purtroppo, in lacrime di sangue, solo alcuni anni dopo.

Arnaldo Grilli