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I Carabinieri nel Novecento Italiano

Il grande sogno
Nell’ottobre del ’29 crolla il sistema capitalistico americano provocando la grande crisi mondiale. L’Italia, che cominciava a respirare, dovette correre ai ripari ed evitare la fame, specie per gli operai.

Il sistema corporativo era ancora nella fase sperimentale. Il Governo doveva tamponare tre falle, pena il disastro: i fallimenti, la disoccupazione e la diminuzione delle entrate. In tale quadro riprendono vigore le tesi della Sinistra fascista (sindacalisti, dannunziani) che determineranno la scelta di una massiccia politica di intervento pubblico a scapito dell’iniziativa privata, peraltro con l’acqua alla gola.

Da qui la nascita della struttura del capitalismo di Stato, che occuperà larghi settori dell’economia di mercato privato. Saranno ridotti i salari, gli stipendi degli impiegati pubblici e privati e dei salariati agricoli. La diminuzione delle ore lavorative favorirà l’occupazione. In compenso: furono diminuiti i prezzi al minuto e le tariffe; entrarono in pieno vigore le norme dello Stato sociale a favore della maternità, della famiglia, dell’infanzia (colonie marine e montane, refezione scolastica, patronati vari); il dopolavoro raggiunse, con le sue attività assistenziali e ricreative, tutti i settori operai, agricoli e impiegatizi.

Gli italiani compresero i motivi della crisi e accettarono dignitosamente i provvedimenti. Sarà l’economia corporativa il settore degli interventi più forti, tra cui la creazione, nel ’31, dell’Istituto Mobiliare Italiano (IMI) e, nel ’33, dell’Istituto Ricostruzione Industriale (IRI), per favorire la produzione attraverso un bilanciato intervento finanziario (pubblico e privato) di sostegno e di sviluppo per le aziende in difficoltà. Questi istituti hanno cessato da poco la loro funzione. Il New Deal di Roosevelt si ispirerà al modello fascista: altri Paesi seguiranno.

La crisi finanziaria mondiale aveva riacceso il discorso sul principio della proprietà nell’ambito dei teorici del corporativismo: nelle discussioni nel Convegno di Ferrara (5-8 maggio ’32), su Individuo e Stato nella concezione corporativa, il filosofo Ugo Spirito afferma che «il corporativismo doveva segnare la fine della lotta di classe, ma nel senso che capitale e lavoro si sarebbero fusi, e che si sarebbe dovuto arrivare alla corporazione proprietaria». Tale impostazione, in sostanza, faceva del corporativismo «il liberalismo assoluto e il comunismo assoluto», per cui fascismo e comunismo non dovevano essere contrapposti in maniera antitetica, ed il modello corporativo fascista avrebbe decisamente superato il modello centralizzato pianificatore del comunismo sovietico. Questa sarà la linea del socialismo fascista sino alla Repubblica Sociale.

Anche Bottai ipotizzerà uno Stato del Lavoro di tipo “nuovo”. L’autarchia, all’insegna «dell’Italia che fa da sé», sarà un’altra linea politica nata in questo periodo. A parte le facili ironie di certi studiosi superficiali, il sistema riassunto realizzò l’obiettivo che il lavoratore italiano non si dovette mettere in coda per avere una “minestra calda” da parte di una qualsiasi associazione di beneficenza. Come per anni saranno costretti a fare i lavoratori di molti altri Paesi: Stati Uniti in testa.

 LO “STATO NUOVO” E LA “FASCISTIZZAZIONE”. L’ideologia fascista sarà basata sulla sacralità dello Stato secondo la formula “Tutto nello Stato, nulla fuori dallo Stato, nulla contro lo Stato”. Tutte le istituzioni dovevano operare secondo tale visione della vita, nell’interesse della “collettività” e non dell’“individuo”. Lo Stato era concepito come Spirito Assoluto, come una vera e propria chiesa laica. Per conseguire tale obiettivo si doveva creare “l’uomo nuovo” attraverso una rivoluzione antropologica. Da qui la “fascistizzazione” delle strutture e dei cittadini.

Le strutture ordinative, nella facciata, resteranno le stesse del sistema liberale: la Monarchia, il Parlamento, gli organi amministrativi e giurisdizionali di controllo (Corte di Cassazione, Consiglio di Stato, Corte dei Conti), la struttura giudiziaria e burocratica, i grandi apparati militari e di polizia.

Il fascismo creerà soltanto il Gran Consiglio del Fascismo, la Milizia, il Tribunale Speciale “per la difesa dello Stato” e il partito unico. Anche il Partito, dopo una lotta interna (con Farinacci, Giuriati e Turati), dovrà entrare con Starace “nello Stato”, sviluppando soprattutto una funzione di educazione (Opera nazionale balilla, Gruppi universitari fascisti e altri organismi) e di formazione militar per creare l’uomo nuovo: da qui il conflitto con la Chiesa per la concorrenza svolta nel settore giovanile dall’Azione cattolica. Conflitto risoltosi con soddisfazione della Chiesa, che potrà agire ma «fuori dalla politica» e del Partito, che resterà unico titolare all’indottrinamento politico. Particolarmente curato il settore culturale con i “Littoriali”, cui partecipavano giovani a livello provinciale e nazionale (letteratura, dottrina fascista, critica teatrale, cinema e musica, critica artistica e altri settori). Saranno tanti che concorreranno per ottenere la “M” d’oro del “Littore”. Da qui dovevano essere scelti gli «uomini nuovi» per le strutture dello «Stato nuovo». Nel dopoguerra fior da fiore dei “Littori” o aspiranti tali costituiranno l’ossatura dei partiti e delle istituzioni “democratiche”.

Sarà il nazionalista Rocco a elaborare il nuovo Codice, tutto impostato sulla teoria della “difesa dello Stato” (in vigore dal 1° luglio 1931), e lo smantellamento delle norme fondate sui dogmi dell’individualismo, ereditati dalla Rivoluzione francese. Un codice fondato, appunto, sulla sacralità dello Stato. È da sottolineare che tale tesi non è esclusivamente fascista (il collettivo annulla l’interesse dell’individuo), ma derivava da un lungo dibattito a livello europeo iniziato alla fine dell’Ottocento (il marxismo prima e il nazionalsocialismo poi, adotteranno soluzioni analoghe a quelle “fasciste”. Ancora oggi sono molti i settori politici che privilegiano il collettivo sul privato).

 Il plebiscito del 23 marzo 1934 darà al fascismo oltre dieci milioni di “Sì” (per il listone unico) e 15.265 “No”. Annoterà Montanelli: «L’esiguo numero dei “No” rappresenterà non solo il frutto della dittatura, e dei suoi meccanismi, ma anche il sintomo di una autentica adesione di massa al fascismo. Se si fosse votato in tutta libertà, Mussolini avrebbe ancora trionfato, seppure in modo meno schiacciante». D’altro canto non era stato Winston Churcill a definire Mussolini «il più grande legislatore vivente?».

E che dire del giuramento richiesto ai professori universitari di «adempiere tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria e al Regime Fascista…», dove soltanto tredici su 1.200 si astennero?

La “fascistizzazione” dava i suoi frutti. Lo Stato fascista tenderà, con la continuità di una azione incisiva in ogni settore, a creare uno Stato totalitario. Come una Chiesa, dove l’uomo vive in funzione di un Essere Supremo, nel nostro caso l’Essere, lo Spirito Assoluto era lo Stato.