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NUOVE STRUTTURE: CULTURA, ECONOMIA, STATO SOCIALE. Si riportano le principali iniziative realizzate per risolvere le annose questioni: riforma Gentile della scuola (27.3.23); Enciclopedia Treccani (18.2.25, con la collaborazione anche di non fascisti); Opera nazionale dopolavoro (1.5.25); battaglia del grano (14.6.25); Opera nazionale maternità e infanzia (10.12.25) nel quadro della battaglia demografica; legge sulla organizzazione sindacale, con la quale, tra l’altro, veniva istituita la Magistratura del lavoro; costituzione dell’Opera nazionale Balilla (1926) per l’inquadramento dei giovani; istituzione del Ministero delle corporazioni (3.5.26) e del Consiglio nazionale del lavoro, con cui si proibisce la “lotta di classe” e si instaura il principio delle “corporazioni” nell’interesse collettivo e non delle “parti”; approvazione della Carta del lavoro, che avrebbe dovuto risolvere la questione sociale anche con una serie di previdenze a favore dei lavoratori; si sancisce la priorità dell’iniziativa privata e l’intervento dello Stato secondo il principio di sussidiarietà. Il 26 maggio del ’27 vengono definite le strutture e le finalità dello Stato Corporativo; il 24 dicembre è avviata la bonifica integrale (cominciando dalle paludi pontine); l’11 febbraio 1929, con la firma dei Patti Lateranensi, si chiude la questione romana; il 22 aprile ’29 iniziano grandi lavori infrastrutturali e di recupero artistico-architettonico. Riguardo all’economia, nel dicembre 1927 viene fissato la “quota 90” nel cambio con la sterlina; altri provvedimenti saranno pilotati dal finanziere Volpi e dalla nuova Banca d’Italia per la difesa della lira, consentendo la ripresa economica e l’attuazione di un vasto programma di lavori pubblici.

La libertà, organo della Concentrazione antifascista, publicato a Parigi.La cultura conosce una fase di sviluppo: nel ’26 esce il primo numero di Salaria, viene istituita l’Accademia d’Italia e si sviluppa la dialettica tra le correnti di “stracittà” (il novecentismo) e “strapaese” (del gruppo tradizionalista “il Selvaggio”); nel ’27 è istituito il premio letterario Bagutta; nascono il mensile Il frontespizio, di ispirazione cattolica, e la Critica di Benedetto Croce. Iniziano le rappresentazioni dopolavoristiche del “Carro dei Testi” nelle città di provincia e nei centri rurali; nel ’29 esce il primo volume dell’Enciclopedia Italiana, mentre fioriscono i “giornali” provinciali, che godono di una certa tolleranza (la loro lettura darà al “giornalista” Mussolini indicazioni sul “che cosa si pensa”, per trarne orientamenti o motivi di censura).

POLITICA ESTERA E FORZE ARMATE. Nel periodo considerato, Mussolini aveva troppi problemi interni per dedicarsi alla politica estera, nei cui confronti, come al solito, non aveva progetti a lungo termine. Un principio, però, sarà costante nel settore: voleva un’Italia “uguale” alle grandi potenze europee e, per questo, la revisione del Trattato di Versailles, che aveva mortificato l’Italia. Ciò era stato determinato dalla Francia che, per bloccare l’espansionismo italiano, aveva “inventato” la Jugoslavia e, sempre in funzione antitaliana, creato la “Piccola intesa”. Nel 1923, dopo il massacro di una delegazione italiana preposta a definire i confini tra Grecia e Albania, Mussolini aveva reagito pesantemente, con il bombardameto e l’occupazione di Corfù. Gesto criticato, ma apprezzato dal popolo. La questione si risolse con prestigio per l’Italia.
Mussolini, oltre la Francia, temeva la Germania e la sua pretesa dell’Anschluss, l’annessione, dell’Austria: come a dire “e dell’Alto Adige”. In tal quadro, punto fermo della diplomazia mussoliniana era l’amicizia dell’Inghilterra, per bilanciare le minacce di Francia e Germania.

Manifesto che pubblicizzava il Concorso Nazionale per la Vottoria del Grano.Quando si dice politica estera si dice soprattutto politica delle Forze Armate, nei cui confronti Mussolini si terrà a debita distanza, lasciando mano libera allo Stato Maggiore: cioè a Badoglio. Dopo la Marcia su Roma, era ancora sul tappeto la riforma dell’ordinamento militare, che vedeva i vertici dell’Esercito divisi in due linee di pensiero: uno conservatore e l’altro modernizzatore (carri armati, motorizzazione eccetera). C’era di mezzo la questione finanziaria. Tra tante proposte, l’Ordinamento Mussolini (1926) si limiterà a dare soddisfazione ai vertici dell’Esercito, ma senza intaccare la sostanza della struttura militare vera e propria, che, con alti e bassi, resterà monopolio assoluto di Badoglio fino al 1940. Con i noti risultati.
In questo periodo, la pianificazione dell’Esercito prevedeva: «Prendere a base dello studio la situazione politico-militare più grave che possa presentarsi al nostro Paese: la guerra sulla fronte francese e sulla fronte jugoslava contemporaneamente: esaminare questo quadro in limiti razionali, cioè che le due potenze Francia e Jugoslavia riversino su di noi gran parte, ma non tutto il loro sforzo militare. Ho detto razionali, perché mai la Francia potrà seguirne o soverchiamente indebolire il suo schieramento verso la Germania, e la Jugoslavia verso l’Ungheria, la Grecia, la Bulgaria e l’Albania» (da Pieri e Rochat). L’ordinamento Mussolini sarà in vigore fino al 1938, allorché Marina e Aeronautica avranno raggiunto consistenti livelli di efficienza, mentre l’Esercito sarà fermo al modello della prima guerra mondiale (specie nei settori dei materiali di armamento e logistico).

L’antifascismo e il fuoriuscitismo. Le “leggi eccezionali”, adottate con la scusante degli attentati compiuti o tentati alla vita di Mussolini, ponevano termine alla vita politica delle opposizioni in Italia. Da qui il fenomeno del “fuoriuscitismo” delle più importanti personalità dell’opposizione: soprattutto verso la Francia, particolarmente sensibile a tutto ciò che poteva contribuire alla sua politica antitaliana. Anche in Francia, però, le varie personalità e gruppi continueranno a mantenere le stesse contrapposizioni che in Italia avevano agevolato l’affermazione del fascismo.
Per una visione sintetica, si può ricordare che due furono i poli dei fuoriusciti: uno liberaldemocratico (liberali, repubblicani, demosociali, popolari, socialisti riformisti, altri) e l’altro antidemocratico e illiberale, monopolizzato dai comunisti filosovietici. Città del Vaticano, 11 febbraio 1929: la firma del Concordato fra Santa Sede e l'Italia.Nell’aprile del ’27 i gruppi liberaldemocratici raggiungeranno una piattaforma d’azione comune, costituendo la “Concentrazione d’azione antifascista” che, malgrado la buona volontà, perderà col tempo qualsiasi contatto concreto con l’antifascismo rimasto in patria.
Peraltro, la Concentrazione sarà soggetta a una duplice forma di infiltrazione: dei servizi segreti italiani e da parte di quelli dell’Urss, sempre alla ricerca di deviazionisti e frazionisti. Oltre tutto, la Concentrazione non disporrà mai di fonti finanziarie. Altro discorso, invece, per l’antifascismo illiberale e antidemocratico capeggiato dai comunisti. Questo disporrà di rivoluzionari professionisti “a tempo pieno”, ampiamente finanziati e diretti dal Komintern. Il PCd’I costituirà due centri operativi: uno interno (clandestino, in Italia) e l’altro estero (a Parigi), decisamente ostili alla Concentrazione.

L’ostilità verso i gruppi liberaldemocrtici, era la conseguenza della storica lotta contro la socialdemocrazia: al V Congresso del Komintern, nel 1924, era stata approvata la formula di Zinoviev sul “socialfascismo”, che dichiarava come «...il fascismo e la social democrazia sono le due forme dello stesso strumento della dittatura del grande capitale».
Togliatti e altri si uniformeranno a tale folle analisi e quanti non stavano al gioco delle lotte interne al partito comunista sovietico venivano “cacciati”, come Angelo Tosca e Amadeo Bordiga, o emarginati, come Antonio Gramsci, o ammazzati come Bukarin, Trotsckji e migliaia di altri. Con buona pace della lotta unitaria contro il fascismo, il quale, intanto si afferma saldamente nelle masse..

Arnaldo Grilli