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I Carabinieri nel Novecento Italiano

L'Arma del primo dopoguerra

 Nel corso della guerra si erano verificate agitazioni operaie a Torino e nei maggiori centri industriali, in parte motivate da rivendicazioni economiche e di lavoro, in parte di carattere politico, seguite da scioperi, saccheggi, distruzioni ed occupazioni di fabbriche. E i conflitti sociali e politici che scoppiarono subito dopo la fine delle ostilità produssero gravi turbamenti nell’ordine pubblico tanto che per tre anni una sanguinosa lotta percosse la penisola coinvolgendo naturalmente l’Arma dei Carabinieri.

In Emilia l’inasprirsi della situazione generò continui scioperi generali e gravissime violenze divamparono specialmente nelle campagne di Modena, Reggio, Parma e Piacenza con attentati ai treni e, in particolare, a quelli che trasportavano contadini dal vicino Veneto. Nel 1919 gravi disordini si ebbero a Novara, Milano, Brescia, Roma, Piombino, Viareggio, Cosenza, Venezia. Nel 1920, a Milano, nel corso di un tentativo rivoluzionario, venne ucciso il brigadiere Giuseppe Ugolini (medaglia d’oro al valor militare), che rifiutò di consegnare le armi ai rivoltosi, mentre su una carrozzella effettuava il trasferimento da una Stazione all’altra all’interno della città.

Nello stesso anno si verificarono nuovi disordini a La Spezia, che condussero al tentato moto insurrezionale, con assalto al deposito munizioni della Marina Militare, difeso dal carabiniere Leone Carmana (medaglia d’oro al valor militare), che da solo tenne a bada decine di assalitori, fino al sopraggiungere dei rinforzi. Nel 1921 una nuova sommossa popolare a Castellammare di Stabia e in altri comuni della Campania diede luogo all’occupazione dei municipi con i conseguenti conflitti a fuoco fra dimostranti rossi, neri e carabinieri: a Castellammare di Stabia cadde il maresciallo comandante la Stazione, Clemente Carlino.

UN PAESE SCONVOLTO. Nel frattempo, a far fronte al movimento rivoluzionario di sinistra, cresceva l’opposizione di quello di destra: il fascismo si affermava un po’ dovunque e si ebbe un crescendo degli scontri a fuoco fra le fazioni avverse. Episodi particolarmente gravi si ripetevano sempre più numerosi e sempre più violenti un po’ in tutta Italia. L’eccezionale periodo si concluse nell’ottobre del 1922 con la “marcia su Roma”, e con i noti eventi che ne seguirono.

Durante il triennio 1919-1922 l’Arma fu impiegata duramente, trovandosi spesso tra i due fuochi delle fazioni in lotta. La condotta, il sacrificio quotidiano richiesto in ogni circostanza, l’eroismo dimostrato e la coscienza del dovere compiuto distinse l’azione dei carabinieri in quella tragica vicenda della vita nazionale: tutti, infatti, sia da sinistra sia da destra, si rivolsero a loro, riconoscendo nell’Arma la sola istituzione efficiente del Paese sconvolto.

Centinaia e centinaia di operazioni di servizio nel corso di sommosse, attentati, conflitti, scioperi, furono svolte in quei tre anni. Caddero in servizio 43 militari e 500 furono feriti. Per atti di valore individuale furono concesse due medaglie d’oro al valor militare, 55 d’argento e 62 di bronzo, nonché centinaia di encomi solenni. L’Arma svolse i compiti assegnati secondo le norme istitutive.

I Battaglioni mobili, come le isolate Stazioni sparse in tutto il Paese, svolsero il complesso e difficile servizio di tutore della legge e delle istituzioni assecondando l’opera dei governi e delle autorità legittime. Che l’opera e l’azione dell’Arma fosse imparziale e rispettosa delle leggi lo dimostra una serie di articoli su Fiamme d’Argento del 1924 e 1925 contro le illegalità o i tentativi di sopprimere l’Arma, che non si faceva politicizzare dal regime imperante.

 Ma mano a mano che il regime venne affermandosi, quei progetti che erano tesi a creare una polizia al servizio del partito e delle autorità si fecero palesi. All’inizio della sua scalata al potere, pur affidando alla sola Arma dei Carabinieri il servizio di polizia, sciogliendo la “Guardia Regia” e facendo confluire nell’Arma il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza e i 12.000 uomini del “Ruolo Specializzato” – regio decreto 31 dicembre 1922 – il fascismo preparò l’attuazione di tale disegno.

Nel 1925, subito dopo l’uccisione dell’on. Giacomo Matteotti e sventato il pericolo della caduta, il governo fascista dapprima determinò il passaggio del “Ruolo Specializzato dell’Arma” alla diretta dipendenza del Ministero dell’Interno, strumento utile alla politica interna del regime, e poi, conseguentemente, la ricostituzione del Corpo degli Agenti di Pubblica Sicurezza e l’avvio, con la normalizzazione della vita nazionale sotto il regime unico, dell’impiego della Milizia fascista – istituita nel 1923 – quale organo di polizia in varie specialità, come “Milizia ferroviaria, confinaria, portuale ed infine Polizia stradale e Polizia per l’Africa Orientale Italiana”. Pur ridotta nel numero, l’Arma continuò a restare intatta nelle strutture originarie conservando compiti e privilegi stabiliti dalla legge fondamentale del 1814.

LA LIBIA NEL DOPOGUERRA. Nel frattempo la situazione nelle colonie italiane era alquanto deteriorata, in particolare in Libia, giacché la guerra prima e i moti rivoluzionari dopo distolsero il governo italiano da quelle terre. All’inizio della prima guerra mondiale le due Divisioni libiche, Tripolitania e Cirenaica, con sede a Tripoli e a Bengasi, erano suddivise su un centinaio di Comandi territoriali. Ma l’atteggiamento delle popolazioni indigene, sotto sudditanza turca, mutò appena scoppiarono le ostilità in Europa. Sobillate da agenti turchi, tedeschi e delle tribù senussite, le popolazioni insorsero proclamando la guerra santa contro gli italiani.

 Poiché era impensabile distogliere forze dal fronte metropolitano per inviarle in Libia si ritenne opportuno imporre alle nostre truppe lo sgombero del Fezzan, del Giofra e della Sirtica. Ma non bastò. Si dovettero abbandonare altri immensi territori e non poche furono in quel periodo le Stazioni dell’Arma che vennero assalite da masse di ribelli e sopraffatte. Da ricordare: il sacrificio del maresciallo Girolamo Zenone e di 13 zaptiè a Bir Nemua, assaliti da masse di indigeni e caduti tutti dopo una disperata difesa; quello di Tharuna, in cui una nostra colonna in ritirata veniva sterminata dai ribelli: fra i caduti il distaccamento dei Carabinieri (sottotenente Valori, maresciallo Morgarone, 3 altri sottufficiali e 18 militari indigeni); l’epica resistenza del presidio di Zintan, in cui perirono vari sottufficiali dell’Arma e zaptiè; ed ancora il grave fatto di Tecut, località impervia, attraverso la quale le guide per tradimento fecero passare una colonna di 800 soldati. Della colonna facevano parte un tenente, 9 sottufficiali e 28 zaptiè: i morti furono alcune centinaia, fra i quali 3 sottufficiali dell’Arma e uno zaptiè.