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PACIFISTI E INTERVENTISTI. Nel 1914 le due idee di rivoluzione, quella materialista del socialismo e quella dei movimenti idealisti (non ancora coagulati in una “forma-partito”), si trovarono all’appuntamento storico condensato nel tragico dilemma: «Intervenire o no nel conflitto mondiale?». I movimenti politici tradizionali esistenti si spaccarono in frazioni “interventiste” e “neutraliste-pacifiste”. La crisi maggiore si manifestò nei partiti socialisti europei, che, per la maggior parte, si schierarono per la guerra nel nome della nazione, voltando così le spalle alla rivoluzione proletaria internazionalista: tranne che in Italia.

"Una camicia nera" idealizzata da un disegnatore del periodo come un romantico eroe.: cosa che aveva ben poco in comune con la realtà.Da noi l’interventismo era costituito da tre blocchi di forze: uno di destra, composto da nazionalisti e dannunziani; uno di centro, formato dai socialisti riformisti di Bissolati, dai radicali e da una parte dei repubblicani; uno di sinistra, con la frazione più estremista dei repubblicani, gli anarchici dissidenti, i socialisti rivoluzionari di Mussolini, i sindacalisti rivoluzionari di Corridoni con il costituito Fascio Rivoluzionario d’Azione interventista. In particolare, Mussolini, ancora direttore de l’Avanti!, aveva posto i socialisti rivoluzionari di fronte alla domanda: «Vogliamo essere, come uomini e come socialisti, gli spettatori inerti di questo dramma grandioso? O non vogliamo esserne, in qualche modo e in qualche senso, i protagonisti?». La direzione del Partito socialista – attestato su rigide posizioni neutraliste – rispose con l’espulsione (caso analogo si era manifestato in Francia).

Contro la guerra si schierarono: socialisti massimalisti, cattolici, liberali giolittiani, moderati e conservatori. Il risultato dello scontro è noto: malgrado il Parlamento fosse in maggioranza neutralista, il 24 maggio 1915 l’Italia entrava in guerra contro l’Austria-Ungheria, e nel nome della “Patria-Nazione” venne combattuta una cruenta guerra che costò oltre 600mila morti e un milione di feriti.
La pace esterna non portò la pace interna a causa soprattutto di due grossi errori storici: il primo fu provocato dai socialisti che volevano «fare come in Russia»: cioè la rivoluzione nel nome dell’internazionalismo proletario e quindi nel rifiuto dell’idea di “Patria-Nazione”. Il secondo fu della vecchia classe politica liberale che continuava ad usare i sistemi del passato senza tenere conto del mutamento subito da milioni di uomini che uscivano dalle trincee con idee che nulla mutuavano dal passato («questa Italia non mi piace» dirà Amendola). Da qui lo svilupparsi del mito della rivoluzione socialista e l’insorgere, come reazione, di quello della rivoluzione idealista-nazionalista: i due blocchi tornarono a differenziarsi e a scontrarsi nelle piazze.
IL BIENNIO NERO. Mussolini si mise alla testa di questo embrione di movimento ancora caratterizzato come di sinistra. Nel preannunziare l’adunata in Piazza San Sepolcro, a Milano, scriverà: «Il 23 marzo (1919) sarà creato l’antipartito, sorgeranno i Fasci di Combattimento contro due pericoli: quello misoneista di destra e quello distruttivo di sinistra». Il 21 venne firmato l’atto di costituzione da tre socialisti: Mussolini, Ferrari e Ferrandini; due sindacalisti: Bianchi e Giampaoli e due arditi: Vecchi e Meraviglia. All’adunata il gruppo più compatto fu quello dei sindacalisti rivoluzionari e degli anarchici; venivano poi i “trinceristi” e gli arditi, nonché i futuristi e molti giovani reduci con tanta voglia di menare le mani. Cominciò, così, la guerra civile che, iniziata con il biennio rosso, si trasformerà in biennio nero (1921-1922) e che comprenderà la Marcia su Roma.

Nel ’20 gli 88 fasci diventarono 834 mentre gli iscritti passarono da 20mila a 250mila. Gli scontri tra squadristi e sinistra si fecero sempre più violenti. Lo squadrismo si impose principalmente in Toscana, Emilia Romagna, Padania e Puglie. Il fenomeno della reazione armata all’insurrezionalismo “rosso” fu spontaneo. L’idea di aggregarsi per reagire non nacque dai “Fasci”. All’inizio del 1919 il cardinale di Milano, Andrea Carlo Ferrari, formò un gruppo di giovani ardimentosi che prese il nome di Avanguardia Cattolica. Il motto “O Cristo o morte” dava la misura della drammaticità della situazione, specie nel milanese, roccaforte socialista. A partire dall’autunno del 1920, nacquero le Squadre d’Azione dei Fasci. Lo squadrismo, scrive Francesco Perfetti, «fu un fenomeno a sé, che pesò in maniera determinante sul fascismo e sul suo sviluppo, anche per una acquisita dimensione mitica». Roberto Vivarelli così ne descrive la composizione: «...nelle prime formazioni squadriste erano certamente confluiti uomini ai margini della delinquenza, avventurieri... di questa componente i Fasci manterranno a lungo il segno e, tuttavia, essa diventerà, ben presto, secondaria... L’obiettivo che i Fasci si prefissero fu quello di una sistematica occupazione del territorio, spazzando via le forze avversarie, organizzazioni sindacali e amministrazioni locali, attraverso incursioni (spedizioni punitive) che miravano alla devastazione di sedi e all’intimidazione. Tutto ciò era in gran parte il frutto di uno spontaneo consenso, che accompagnò il sorgere della reazione fascista per più di una ragione...».

La Milizia Armata fa guardia al Parlamento.Lo squadrismo elaborò i simboli (camicia nera e gagliardetto nero come gli Arditi), il linguaggio della “bella morte” (“me ne frego”), il mito del legionario e dell’eroe, la determinazione dell’azione, la solidarietà cameratesca della squadra (come in battaglia), per lo più ripresi dall’impresa fiumana. La mistica squadrista sarà adottata da tutti i Fasci. Insomma, il Governo non controllava più le piazze, mentre dei Prefetti e dei Questori, come scrive Montanelli, non ci si poteva fidare. In questo clima il sistema politico era al fallimento; tutti contro tutti.
LA MARCIA SU ROMA. La vecchia classe politica non era più in grado di governare: nel Paese c’era la guerra civile. D’Annunzio era pronto a “marciare su Roma”; Mussolini lo precedette. Nella fase di preparazione Mussolini dichiarerà: «Se in Italia ci fosse un governo degno di questo nome oggi stesso dovrebbe mandare qui i suoi carabinieri a scioglierci e ad occupare le nostre sedi. Non è concepibile un’organizzazione armata con tanto di quadri e di regolamento in uno Stato che ha il suo esercito e la sua polizia. Soltanto che in Italia lo Stato non c’è. È inutile, dobbiamo per forza andare al potere noi, altrimenti la Storia d’Italia diventa una pochade».

E così fu. Dopo un’adunata di 60mila “camicie nere”, a Napoli si mise in moto l’organizzazione per l’occupazione, prevista per il 28 ottobre, degli uffici pubblici e la contemporanea marcia su Roma delle colonne fasciste (per oltre 30mila unità). Nel frattempo il governo manifestò la propria difficoltà di realizzare un concreto coagulo di forze. Ciò nonostante Facta, credendo di interpretare la volontà del Re, emanò il decreto sullo stato d’assedio, che però l’indomani il Sovrano rifiutò di firmare. Tale rifiuto derivava da diversi fattori, tra questi: il vuoto di governo per la difficoltà di fornirne uno serio a causa dei veti dei partiti contro altri; per evitare una guerra civile; per non impegnare l’esercito («L’esercito farà il suo dovere, ma sarà meglio non metterlo alla prova» secondo la dichiarazione dell’Ammiraglio Thaon de Revel, o del Generale Pecori Giraldi, o Baistrocchi o Grazioli); per l’ombra del Duca d’Aosta, favorevole ad una reggenza filo-fascista.

Mentre procede l’occupazione dei pubblici uffici e le colonne fasciste sono ferme a Monterotondo e Civitavecchia, Mussolini è a Milano in attesa della convocazione “ufficiale” del Re per la formazione del governo. Giungerà per telegramma a mezzogiorno del 29, dopo che a Roma si era tentato di formarne uno (Giolitti, Salandra, Mussolini, Facta). Mussolini giunge a Roma in treno e subito si presenta al Re. In serata il governo è fatto: tre fascisti (tra i più moderati), due democratici, due popolari, un liberale, un demosociale, un nazionalista, un indipendente (Gentile) e due militari delle Forze Armate. Fatto il governo, viene data l’autorizzazione alle colonne fasciste, male accampate sotto la pioggia a Monterotondo e Santa Marinella, di marciare su Roma. L’indomani sfileranno sotto il Quirinale.
La sfilata durò sei ore. Poi, su ordine di Mussolini, i marciatori vennero rispediti alle sedi di origine. La rivoluzione era finita. O meglio, non era mai cominciata. Così descrive l’avvenimento Montanelli ne L’Italia in camicia nera. Il 16 novembre Mussolini presenta il governo alla Camera per chiedere la fiducia, che ottiene, con i pieni poteri per un anno, con 306 favorevoli e 116 contrari. Al Senato 196 “sì” contro (appena) 19 “no”. Nel melodramma, tragedia e farsa fanno una cosa sola: mentre il fascismo conquista il potere, la delegazione del Partito comunista assicura a Mosca e agli altri rappresentanti dell’Internazionale che l’Italia è ormai matura per la rivoluzione bolscevica.

Arnaldo Grilli