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I Carabinieri nel Novecento Italiano

La guerra civile - parte 2^ -. 1919-1922
LA QUESTIONE SOCIALISTA. Mussolini aveva determinato la scelta rivoluzionaria “massimalista” del Psi in occasione del congresso di Reggio Emilia del 1912. Si pentirà. La maggioranza del partito, invece, rimarrà ferma sulla soluzione rivoluzionaria, specie dopo la Rivoluzione bolscevica del 1917. Nel congresso tenuto a Roma (1-5 settembre 1918) venivano fissati i seguenti punti: nessuna intesa con l’ala del partito “borghese-riformista”; lotta di classe per “fare come in Russia”; nessuna collaborazione in sede parlamentare e in campo sindacale con la “borghesia” che, nemica della classe operaia, andava combattuta e distrutta. Verrà presa la decisione di abbandonare la II Internazionale socialista e aderire alla III “comunista” voluta da Lenin.
La posizione del Psi sarà anomala rispetto alla linea riformista democratica adottata da tutti i partiti operai europei. La scelta insurrezionalista peserà nella lotta politica in Italia, addirittura fino al 1989 (caduta del muro di Berlino). Il bolscevismo, infatti, che avrebbe determinato il legame di ferro con la patria del socialismo, era fuori dalle correnti culturali europee e italiane in particolare. Il bolscevismo leninista non venivava da Marx ma da Bakunin. La scelta dell’anarchismo asiatico costituirà il più grave errore storico dei massimalisti del Psi.

Dalla teoria alla prassi: appena terminato il conflitto ha inizio la rivoluzione bolscevica in Italia, con scioperi indiscriminati; occupazione di terre e fabbriche; omicidi, ferimenti, aggressioni e violenze terroristiche. Obiettivi: i “padroni” agrari, ma anche i “padroncini”, cioè i piccoli contadini proprietari che rifiutavano di inquadrarsi nelle leghe rosse; altro obiettivo, i militari e gli ex combattenti, in quanto avevano fatto la guerra imperialista: istigazione al rifiuto di obbedienza e all’ammutinamento, disprezzo per tutto ciò che era simbolo della nazione, prima di tutto per la bandiera nazionale, sostituita con quella dei soviet (rossa con falce, martello e stella a cinque punte quanti erano i continenti da conquistare); aggressione alle processioni religiose e uccisione di sacerdoti; costituzione di repubbliche dei soviet con emanazione di decreti “rossi” per tassazione ed espropri. L’occupazione delle fabbriche dell’agosto-settembre 1920 darà il massimo del biennio rosso.

Il congresso del Psi a Livorno.La guerra di classe non sarà scatenata soltanto contro la “borghesia” ma anche contro i riformisti socialdemocratici. Turati, Treves, Matteotti, Bonomi e tanti altri verranno emarginati e considerati «traditori della classe operaia». Altra conflittualità tra sindacati della CGdL, tendenzialmente riformista, Direzione del Psi («non è ora per l’insurrezione») e ala dei puri e degli intransigenti (Ordine Nuovo di Torino, con Gramsci, Togliatti e il gruppo Soviet di Napoli guidato da Bordiga).
Gramsci alla Direzione del Psi rimprovera il burocratismo e il parlamentarismo che smorzano il volontarismo rivoluzionario. La resa dei conti avverrà in occasione del congresso di Livorno del Psi (gennaio ’21). Polo principale da affrontare: l’approvazione dei 21 punti di Lenin per l’adesione alla III Internazionale comunista. Tra questi era prevista l’espulsione dei riformisti (Turati in testa) e la nuova denominazione del partito in Partito Comunista d’Italia, il che significava l’adesione piena e incondizionata alle decisioni del Comitato dell’Internazionale (Komintern) per quanto riguardava la linea rivoluzionaria da adottare nei singoli Paesi.

Grandi discorsi, molti insulti, spaccatura finale. Dal Psi si staccano i comunisti (Bordiga, Gramsci) che fondano il Partito Comunista d’Italia (sezione della III Internazionale Comunista), come recita il documento programmatico, costituito sulla base dei 10 principi, tra i quali: 3) Il proletariato non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione da cui deriva il suo sfruttamento, senza l’abbattimento violento del potere borghese; 6) Dopo l’abbattimento del potere borghese, il proletariato non può organizzarsi in classe dominante che con la distruzione dell’apparato statale borghese e con l’instaurazione della propria dittatura, ossia basando le rappresentanze elettive dello Stato sulla sola classe produttiva ed escludendo da ogni diritto politico la classe borghese; 8) La necessaria difesa dello Stato proletario contro tutti i tentativi controrivoluzionari può essere assicurata solo col togliere alla borghesia ed ai partiti avversari alla dittatura proletaria ogni mezzo di agitazione e di propaganda politica, e con la organizzazione armata del proletariato per respingere gli attacchi interni ed esterni.

Nasce così un “partito nuovo”, antidemocratico, antiliberale, insurrezionalista. Nasce il «partito armato», il «partito chiesa», il «partito di rivoluzionari di professione» che giurano di dedicare la loro vita alla «coscienza del proletariato», che guida la rivoluzione. Il “partito nuovo”, quindi, è antinazionale perché internazionalista; è contro la Chiesa, «oppio dei popoli», in quanto materialista; è antiparlamentare, perché il Parlamento è in mano alla borghesia.
Tutto questo determinerà la grande paura di molta gente, che guarderà ai Fasci e alle sue Squadre d’azione con interesse e simpatia. La grande paura della Chiesa, della monarchia, dei ceti medi e della tanto vituperata “borghesia” e di tutto il mondo economico-finanziario. Fu proprio tale ridondante documento programmatico a compattare una società spaventata intorno allo squadrismo che troverà il consenso necessario.

L'occupazione di una fabbrica  nel 1921.IL MOVIMENTO DEI FASCI. Il riferimento al “Fascio” non era nuovo nel panorama politico italiano: i fasci siciliani (1892-94), i fasci di azione rivoluzionaria interventisti (1914) e il fascio parlamentare di difesa nazionale (unione di deputati che, dopo Caporetto, si opposero alle ipotesi pacifiste e rinunciatarie). Il Fascismo, quindi, a differenza di Marxismo e Liberalismo, non indica un programma ma un movimento composto da idee diverse: Mussolini si porrà a capo di queste idee per realizzare una sintesi politica in funzione delle realtà del momento storico.

Da qui il riferimento all’idealismo hegeliano e al concetto di rivoluzione permanente di un’Idea in continuo divenire. L’Idea era, in sostanza, il concetto di Stato etico: dove «Tutto è nello Stato, nulla è al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato». Nei giorni della vigilia le sintesi furono però caratterizzate da scontri seguiti da compromessi politici, come quelli tra Mussolini e lo squadrismo sulla proposta per il patto di pacificazione con i socialisti, là dove lo squadrismo impose a Mussolini la propria intransigenza. E, dopo la presa del potere, gli sforzi per far rientrare l’anarcofascismo delle Squadre d’azione nell’ordine e nella legalità: cioè nello Stato, nel cui contesto lo stesso Partito Fascista sarà soltanto “parte” di un tutto.
Come, quando e perché il Fascismo, dopo soli tre anni conquista il potere? È necessaria un’analisi delle spinte culturali e politiche.

Il mondo culturale tra fine Ottocento e primo Novecento fu scosso dall’idea della rivoluzione antipositivista. Il positivismo aveva annullata e ridotta la volontà dell’uomo nel fare la Storia, determinata da scienza, razionalità meccanicistica e progresso materialista. L’uomo era solo oggetto e non soggetto. La rivolta contro tale filosofia avverrà prima in Francia poi nel resto d’Europa. In Francia darà origine al socialismo nazionale come rifiuto del materialismo storico comunista che esaltava la Storia come «lotta di classe». Il concetto di “nazione” implicava, invece, la volontà dell’uomo. In Italia, la rivoluzione antipositivista si identificherà nel vocianesimo, nel futurismo, nel dannunzianesimo, nel nazionalismo, e in altre correnti di pensiero tese a creare il mito dello Stato nuovo. Tali forze costituirono l’avanguardia di un movimento rivoluzionario, in antitesi al Partito rivoluzionario socialista e all’immobilismo liberale.