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Le Squadre fasciste entrano in Roma e sfilano sotto il Quirinale.Giolitti fa finta di niente (come al solito); il fronte dei rivoltosi non è compatto: la Direzione del Psi e la CGdL si sentono scavalcate da quelle teste calde dei comunisti di Ordine Nuovo. Nicchiano, non si lasciano trascinare, perché «non è il momento per l’insurrezione generale». Giolitti e lì che aspetta. Infatti la CGdL, d’intesa con la Direzione del Psi, dopo poco, revoca lo sciopero generale. Tutti a casa. Ordine Nuovo grida al tradimento e affila le armi per lo scontro successivo. Giolitti mette su la solita Commissione mista e promette l’elaborazione di una legge per il “controllo operaio” delle fabbriche. Come prevedibile, non se ne farà nulla.

Giolitti, convintosi dell’impossibilità di ridurre alla ragione i socialisti rivoluzionari e i cattolici riottosi cerca di agganciare Mussolini. Non interviene contro il fenomeno squadristico, che intende usare come mezzo di pressione contro socialisti e cattolici. Mussolini finge di stare al gioco: i Fasci vengono ammessi nelle liste del Blocco Nazionale per le elezioni amministrative del 31 ottobre. I Blocchi trionferanno e i Fasci e le Squadre d’azione riceveranno in tal modo una patente di democraticità. L’accordo con Mussolini consentirà a Giolitti di liquidare D’Annunzio.

Il 12 novembre viene firmato il Trattato di Rapallo tra Italia e Regno Croato-Serbo-Sloveno. Alla vigilia di Natale, Giolitti ordina all’Esercito e alla Marina di attaccare Fiume (il “Natale di sangue”). Il 5 gennaio i legionari di D’Annunzio iniziano l’esodo da Fiume, ma con tanta rabbia e tanta volontà di “menare le mani”. Non mancheranno le occasioni nelle file dello squadrismo fascista.
Giolitti, a seguito della delusione subita nel gennaio 1921 dal Congresso di Livorno del Psi (con la scissione della corrente comunista, che costituirà il Partito Comunista d’Italia - Sezione Internazionale Comunista), si avvicinerà sempre di più a Mussolini, tanto da includere i Fasci nel “listone liberale” per le elezioni del 15 maggio 1921, dalle quali Giolitti sperava di ottenere la tanto desiderata maggioranza giolittiana. I “listoni” otterranno, invece, una maggioranza risicata. I fascisti 35 deputati (Mussolini compreso), 10 i nazionalisti.

Vignetta satirica, l'avvento dell'anno 1923 e, con esso, del fascismo.Giolitti ritiene di “passare la mano” in attesa di momenti più favorevoli: che non verranno. Il 27 giugno, messo in minoranza, torna a Dronero. Arriva il socialriformista Ivanoe Bonomi che tenterà, d’intesa con Mussolini, un “patto di pacificazione” tra Fasci e Psi. Il “patto” fallirà: per l’opposizione del movimento squadrista intransigente e dei massimalisti.
Caduto Bonomi, ricomincia il solito balletto, mentre nelle piazze socialisti e fascisti si scontrano: con prevalenza dei secondi (il “biennio nero”: 1921-22). Giolitti tenta di rientrare in gioco ma è contrastato dai popolari, che dichiarano di non gradire De Nicola e Orlando. Dopo la bocciatura di un nuovo gabinetto Bonomi, l’accordo nasce sulla figura di Luigi Facta, che forma il governo con popolari, democratici, riformisti e liberali salandrini: 275 Sì e 89 No (comunisti e socialisti). Il 19 luglio, a causa della defezione dei popolari, Facta è costretto a dimettersi, per riottenere poi la fiducia il 9 agosto.

Scatta una nuova offensiva social-comunista-sindacale, con la neonata “Alleanza del lavoro”: sciopero generale contro le violenze delle Squadre d’azione (31 luglio). I Fasci dichiarano la mobilitazione generale: occupazione di città, assalti alle amministrazioni rosse. D’Annunzio, riconciliatosi con Mussolini, torna con la sua retorica e lo sventolio della Bandiera del Timavo: le folle seguono entusiaste. Lo sciopero generale fallisce, aumentano i consensi verso i Fasci.
A questo punto la situazione parlamentare si blocca. Socialisti e comunisti, ormai legati all’Internazionale comunista, non demordono. Nel Congresso di Roma (1-4 ottobre) i socialisti bolscevichi cacciano i socialdemocratici dal Psi. Gli espulsi (tra i quali Matteotti) fondano il Partito Socialista Unitario. Don Sturzo rifiuta l’ipotesi di una unità antifascista (non vede il pericolo dei Fasci); i sindacati, dopo il fallimento dello sciopero, si ritirano per riorganizzarsi. Il liberale Facta tenta, allora, di agganciare D’Annunzio, promuovendo a Roma una grande celebrazione della vittoria per il 4 novembre: il tentativo sfuma per l’intervento di Mussolini che, in nome delle vecchie battaglie, evita la formazione di un governo di unità nazionale.

Parte, a questo punto, una duplice offensiva di Mussolini. Espone diverse proposte per una partecipazione dei fascisti al governo con a capo Giolitti, Salandra o Nitti. I liberali, ancorati al proposito di servirsi dei Fasci e di istituzionalizzarli, accettano. Allo stesso tempo, tuttavia, mobilita le Squadre e impartisce l’ordine di marciare su Roma. Facta decreta lo stato d’assedio, che però il Re non firma. Consigliato in tal senso, il Re affida a Mussolini l’incarico di formare il governo. Mussolini si muove da Milano – mentre le colonne fasciste bivaccano alle porte di Roma in attesa di ordini –, presenta la lista dei ministri al Re che approva (appena tre i ministri fascisti). Poi dà l’ordine alle colonne di entrare a Roma per sfilare sotto il Quirinale e tornare immediatamente a casa. Delusione degli squadristi. La Camera approva a larga maggioranza, mentre i rivoluzionari social-comunisti ritengono prossima l’ora per instaurare la repubblica “come in Russia”. A questo punto la questione liberale può ritenersi conclusa.

LA QUESTIONE CATTOLICA. Dopo un periodo di forte opposizione allo Stato nazionale, durato oltre cinquant’anni, la Santa Sede (Benedetto XV) autorizza la grande svolta dell’ingresso ufficiale dei cattolici nella vita politica nella società italiana (pur restando aperta la questione romana). La rivoluzione bolscevica e l’intenzione dei socialisti italiani di seguirne l’esempio sono alla base della decisione pontificia.

Il 17 dicembre 1918, con l’auspicio del cardinale Pietro Gasparri, Segretario di Stato, un ristretto gruppo di dirigenti cattolici elabora il programma del costituendo Partito Popolare e un appello al Paese. Il 18 gennaio 1919, costituito il Partito, viene diffuso il programma, preceduto dallo storico “Appello a tutti gli italiani moralmente liberi e socialmente evoluti…” di don Luigi Sturzo, segretario del partito. Un programma che guardava a sinistra, per una decisa contrapposizione alla sinistra atea e rivoluzionaria del Psi e un’intenzione collaborativa con la sua corrente minoritaria socialdemocratica.

Al congresso, presieduto da Alcide De Gasperi, si confrontano subito le diverse correnti di pensiero: di destra, del sacerdote Agostino Gemelli, secondo cui il partito doveva dichiarare esplicitamente l’impostazione cristiana del suo programma; di centro (Don Sturzo, De Gasperi), attestato sul carattere aconfessionale per non limitare la propria azione al solo mondo cattolico, ma aprire anche a quello laico; di sinistra, del sindacalista Giovanni Miglioli, che comprenderà anche i neo-millenaristi che si ispiravano al comunismo cristiano, sul piano politico, a una collaborazione col Psi.

Ma quali erano i veri obiettivi della Santa Sede? Si doveva prendere il posto dei liberali, acquisendone il programma per quanto riguardava l’alleanza coi socialisti riformisti. Tale scudo avrebbe garantito la Chiesa dalla minaccia bolscevica. Se ciò non fosse bastato, la Santa Sede avrebbe trovato un più efficace sostituto.
Alla prima prova elettorale (16 novembre 1919) i risultati non sono determinanti ai fini dell’obiettivo indicato; vota appena il 56,6 per cento dell’elettorato: il Psi diventa il primo partito (156 deputati); i popolari secondo (100 deputati); i liberali e democratici crollano da 310 a 179 deputati; i radicali da 73 a 38; i riformisti restano a 27; 17 i combattenti. L’auspicato scudo non si forma. Né sfonda a sinistra, malgrado il programma sociale. L’indebolimento liberale da parte dei popolari determinerà l’ingovernabilità del parlamento a fronte delle profonde inconciliabili ideologie tra liberali, cattolici e socialisti.

Il 10 maggio Nitti cade per la seconda volta proprio per l’opposizione di don Sturzo. Il Re affida l’incarico al popolare Filippo Meda (è la prima volta che lo Stato liberale si rivolge a un cattolico). Meda rifiuta, perché non riesce a formare una maggioranza. Bonomi non sarà gradito ai popolari. Altro incarico a Nitti, che imbarca due ministri popolari, ma durerà poco. A giugno lascia l’incarico: torna Giolitti con l’appoggio dei popolari ma con una maggioranza debole. Altre elezioni anticipate: modesta, al solito, la partecipazione delle masse: il 58,4 per cento. Il Ppi aumenta di appena otto seggi: Giolitti passa la mano a Bonomi, che dà tre importanti ministeri ai popolari (Giustizia, Lavori Pubblici, Agricoltura).

Intanto, sul campo aumenta la forza dei Fasci, per cui al III Congresso (20 ottobre ’21) il Ppi comincia a presentare crepe: mozione per la collaborazione con socialisti e democratici in funzione antifascista, senza però esprimere una esplicita condanna del Fascismo. Altra ambiguità: il 18 gennaio 1922 don Sturzo attacca l’impotenza dello Stato “borghese” e in particolare Giolitti, auspicando che il fascismo sappia difendersi «dalle insidie giolittiane e dagli abbracciamenti democratici». Discorso quanto mai emblematico, se si pensa al livello di scontro raggiunto tra fascisti e socialisti.
Anche a seguito di questo attacco Bonomi si dimette; i popolari pongono il veto a Giolitti ma partecipano al governo Facta (26 febbraio) che verrà votato anche dai fascisti. Ultimi balletti: il 19 luglio Facta cade ma rinascerà in agosto: tirerà avanti fino alla “Marcia su Roma”. Il 31 ottobre i popolari entrano nel governo Mussolini con Vincenzo Tarragona (Tesoro) e Stefano Cavazzoni (Lavoro e Previdenza Sociale), avallando così la legalità costituzionale del governo stesso, malgrado le conclamate violenze del fascismo. Alla Camera i popolari voteranno compatti per Mussolini. La Santa Sede stava già valutando l’opportunità di cambiare scudo.

Arnaldo Grilli