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I Carabinieri nel Novecento Italiano

La guerra civile - parte 1^ -. 1919-1922

L'Italia, malgrado fosse uscita vittoriosa dalla Grande Guerra, dovette affrontare una grave crisi in conseguenza della resa dei conti tra le “questioni” interne:

  • il mito della rivoluzione bolscevica che provocherà la reazione dei “Fasci”;
  • la delusione degli irredentisti e dei combattenti a seguito della mancata concessione da parte degli alleati di quanto promesso con il Patto di Londra (in particolare la Dalmazia, cui si aggiungerà Fiume);
  • l’ingresso nella politica dei cattolici, che indebolirà il tradizionale potere dei liberali, da cui la difficoltà di poter realizzare maggioranze parlamentari;
  • lo sconquasso economico per la mancata riconversione delle industrie “belliche”, che si coniugherà con il grosso debito con l’estero;
  • la fame di terra dei fanti-contadini, cui erano state fatte promesse specie dopo Caporetto.
  • In sostanza, il popolo italiano, che ancora piangeva per gli oltre 600mila caduti e il milione e più di feriti, dovette subire una vera e propria guerra civile.

Gabriele D'Annunzio, strenuo sostenitore della liberazione di FIume.LA QUESTIONE LIBERALE. L’oligarchia “conservatrice” liberale non saprà controllare il ribollente momento storico perché non aveva saputo valutare le forze nuove, il socialismo bolscevico prima e quelle nazionalista e fascista dopo, che provocheranno la sua fine. La stessa oligarchia, priva di qualsiasi rapporto con il popolo, legata ad una visione clientelare della politica dei notabili, non aveva percepito i caratteri dell’uomo nuovo uscito dalle trincee e maturatosi negli assalti alla baionetta, per tre lunghi anni sofferti con immani sacrifici. Una oligarchia che credeva di poter continuare a governare con il tradizionale trasformismo delle maggioranze parlamentari, con gli stessi “vecchi” personaggi (nel senso culturale prima e fisico poi) che impedivano l’ingresso dei “giovani” liberali e democratici nel governo del Paese. Una oligarchia che non aveva più ragione di esistere.

Tutti questi aspetti sono evidenziati dai diversi tentativi di nuove aggregazioni del polo liberale posti in essere dai principali protagonisti.
Vittorio Emanuele Orlando si gioca alla Conferenza di Pace di Parigi il suo avvenire politico tentando di far prevalere la tesi del Patto di Londra più Fiume. Tesi, peraltro, sostenuta da intense manifestazioni di piazza dove, contro i rinunciatari, si coagula l’anima insurrezionalista dei nazionalisti dannunziani, dei fascisti, degli interventisti e irredentisti, delle Associazioni combattentiste.

Le Guardie Rosse presidiano le fabbriche nella rivolta operaia del 1920 guidata da Antonio Gramsci.Orlando pensava che la situazione della piazza avrebbe fatto riflettere gli Alleati. Nulla di tutto questo. Gli Alleati, sotto la spinta del Presidente Usa Wilson e l’animosità francese ad un allargamento dell’Italia nella Dalmazia, faranno finta di nulla. Wilson definirà “imperialiste” le pretese dell’Italia (malgrado il Patto di Londra), e l’Italia accentuerà le manifestazioni in chiave anti-Usa (tentativo di assalto all’ambasciata di Roma). Orlando abbandonata la Conferenza, sarà costretto a rientrarvi in punta di piedi di fronte all’indifferenza degli Alleati (la Francia perorerà la nascita del Regno dei Serbi-Croati e Sloveni, in funzione antitaliana). Il 19 giugno 1919, ritenuto responsabile del fallimento, verrà sfiduciato dalla Camera.

Francesco Saverio Nitti, successore di Orlando, resisterà sino al giugno 1920. Al contrario del predecessore, punterà ad un’intesa con i socialisti, dei quali non aveva compreso la forte carica rivoluzionaria; i socialisti, infatti, già dalla fine della Grande Guerra, erano pronti alla guerra civile, per “fare come in Russia” e instaurare una Repubblica Socialista. Pertanto era in pieno sviluppo la violenza, la “scioperomania”, scontri fisici nelle fabbriche e nelle campagne contro i “padroni”, tanto che il periodo 1919-20 sarà definito il biennio rosso.

Perseguendo l’intesa con il Psi, Nitti elaborerà un programma guardando a sinistra, ma non trascurando i cattolici, cui concederà la nota riforma elettorale in senso proporzionale. Varerà, inoltre, l’amnistia per i disertori e per quanti erano sottoposti a giudizio per reati militari (provvedimento interpretato dagli ex combattenti come un vero e proprio insulto). Decisamente ostile a D’Annunzio e alla sua impresa su Fiume, poco sensibile alle motivazioni idealiste, a fronte degli scioperi propenderà verso soluzioni favorevoli ai sindacati.
Antonio Gramsci.Ma, anche in questo guardare a sinistra, Nitti si comporterà in modo contraddittorio: nel gennaio 1920 fonderà la Guardia Regia e aumenterà l’organico dei Carabinieri per fronteggiare il dilagare dei disordini. Così facendo non farà breccia tra i massimalisti del Psi e, al contempo, si alienerà i nazionalisti dannunziani, i fascisti di Mussolini, i ceti medi, la maggior parte degli interventisti. Un fallimento completo! Quando, ai primi di giugno, in seguito all’aumento del prezzo del pane, i socialisti scateneranno gravi disordini, la Camera lo sfiducerà, richiamando Giovanni Giolitti, anni 78.

Giolitti torna dopo sei anni come se nulla fosse cambiato. I milioni di uomini maturati nelle trincee che si riversavano in ogni dove, nella speranza di qualcosa di nuovo, per lui non costituivano un problema. Allo stesso modo non riteneva un problema la forza delle idee rivoluzionarie socialiste e quella dei nazional-fascisti e dello squadrismo. Riceveva in eredità un Paese scosso da una guerra civile e sull’orlo del fallimento. Ciononostante adotterà la politica di sempre: realizzare una solida maggioranza parlamentare concedendo ai socialisti il solito laissez faire nel settore sindacale, agganciando i popolari sui tradizionali temi cari alla Santa Sede. Non aveva capito che i socialisti non erano più quelli dei primi anni del Novecento, né che i popolari non erano più i timidi soggetti del Patto Gentiloni. Non aveva capito la determinazione degli uomini nuovi, quali D’Annunzio, Mussolini, Bordiga, Gramsci, uomini che non si potevano soddisfare con un sigaro, una Croce di cavaliere, un appalto.

L’immediato tentativo di aggancio riceverà il “sì” dei popolari (sia pure con riserve) e il “no” dei socialisti. Imbarca nel governo il socialriformista Bonomi e il socialista indipendente Arturo Labriola: generali senza truppa. Accetta la benevola attesa dei nazionalisti e di Mussolini. Da Gramsci riceve la patente di “vecchiardo senza avvenire”. Risultato: 246 Sì e 146 No.
L’ordine pubblico costituisce il problema più grave: D’Annunzio, da Fiume, minaccia una marcia su Roma che induce Mussolini a prendere le distanze e ad avvicinarsi a Giolitti. In agosto, guidata da Gramsci e Togliatti, scoppia la rivolta operaia con l’occupazione delle fabbriche che vengono presidiate dalle Guardie Rosse; istituzioni di Tribunali rivoluzionari con condanne a morte (vedasi i casi di Simula e Sonzini a Torino ); violenze contro la borghesia e i militari isolati; costituzione di soviet “come in Russia”.